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Detrazione abbonamento mezzi pubblici nel 730/2019

L’abbonamento ai mezzi pubblici può essere portato in detrazione fiscale con il modello 730/2019. Di seguito le istruzioni dell’Agenzia delle Entrate su limiti di spesa ed importi da indicare in dichiarazione dei redditi.

L’abbonamento ai mezzi pubbliciè una delle spese ammessa in detrazione fiscale con il modello 730/2019 e l’Agenzia delle Entrate ha recentemente fornito tutte le istruzioni per l’indicazione in dichiarazione dei redditi.

La circolare n. 13/E risolve alcuni dei dubbi sulla detrazione dell’abbonamento, a partire dal limite di spesa. I contribuenti titolari di abbonamenti a bus, metro o treni relativi al 2018 potranno indicare in dichiarazione dei redditi la spesa sostenuta e fruire del rimborso Irpef del 19% entro un massimo di 250 euro, limite complessivo che riguarda sia le spese sostenute per se stessi che per i propri familiari a carico.

Nelle righe che seguono approfondiremo nel dettaglio tutte le istruzioni per fruire della detrazione dell’abbonamento a metro, bus o treni nel modello 730/2019.

Vediamo di seguito come funziona e chi ha diritto alla detrazione per gli abbonamenti dei mezzi pubblici e qual è l’importo dello sconto previsto dal bonus.

Detrazione abbonamento mezzi pubblici nel 730/2019

La detrazione degli abbonamenti dei mezzi pubblici introdotta dalla Legge di Bilancio 2018 consente di beneficiare, presentando il modello 730/2019 o la dichiarazione dei redditi con modello Unico, di uno sconto fiscale pari al 19%e per un importo massimo detraibile di 250 euro.

La novità introdotta dalla scorsa Legge di Bilancio non fa riferimento a specifiche categorie di mezzi pubblici e, pertanto, il bonus fiscale potrà essere richiesta per tutti gli abbonamenti ai mezzi di trasporto, come bus, metro, treni regionali e interregionali o ad alta velocità e via di seguito.

A fornire dettagli su quando si ha diritto alla detrazione è la circolare n. 13/E dell’Agenzia delle Entrate. Con il termine abbonamento si intende:

“un titolo di trasporto che consenta di poter effettuare un numero illimitato di viaggi, per più giorni, su un determinato percorso o sull’intera rete, in un periodo di tempo specificato.”

Si tratta degli abbonamenti che consentono un uso continuato e non episodico del mezzo di trasporto pubblico, sia locale che regionale o interregionale.

Al contrario, non sono detraibili le seguenti categorie di spese:

  • titoli di viaggio che abbiano una durata oraria, anche se superiore a quell giornaliera, quali ad esempio i biglietti a tempo che durano 72 ore;
  • carte di trasporto integrate che includono anche servizi ulteriori rispetto a quelli di trasporto quali ad esempio le carte turistiche che oltre all’utilizzo dei mezzi di trasporto pubblici consentono l’ingresso a musei o spettacoli.

Lo sconto verrà riconosciuto in detrazione fiscale Irpef sulle imposte dovute e dovrà quindi esser richiesto in sede di compilazione della dichiarazione dei redditi.

All’interno del modello 730 le spese sostenute dovranno essere indicate nel rigo da E8 a E10 utilizzando il codice spesa 40.

Detrazione abbonamento bus, metro e treni 2019: importo e limiti di spesa

Come anticipato, con l’introduzione della detrazione per gli abbonamenti ai mezzi pubblici, i contribuenti avranno diritto ad una detrazione fiscale di un massimo del 19% su 250 euro di spesa sostenuta a partire dal 1° gennaio 2018.

In sostanza, lo sconto che si potrà richiedere in detrazione sull’Irpef con il modello 730/2019 o con il modello Redditi, sarà di massimo 48 euro circa, con la possibilità di richiederlo anche per familiari, coniuge e figli a carico.

A creare confusione era stato il limite massimo di spesa detraibile. L’importo di 250 euro deve intendersi riferito cumulativamente alle spese sostenute dal contribuente per l’abbonamento proprio e dei familiari a carico, oltre a costituire il limite massimo di spesa per ciascun abbonato.

Pertanto, anche se il costo dell’abbonamento è suddiviso tra più soggetti, come nel caso dei genitori che sostengano la spesa di 400 euro per l’abbonamento del figlio a carico, l’ammontare massimo di spesa sul quale calcolare la detrazione, da ripartire tra i genitori, non può superare 250 euro.

Per individuare quali sono le spese ammesse in detrazione fiscale sarà inoltre necessario utilizzare il criterio di cassa: la detrazione è calcolata sulla spesa sostenuta nel 2018 per l’acquisto dell’abbonamento, indipendentemente dal periodo di validità dello stesso (es. abbonamento acquistato nel mese di dicembre 2018 con validità dal 1° gennaio 2019 – 30 giugno 2019).

Non possono essere indicate le spese sostenute nel 2018 che nello stesso anno sono state rimborsate dal datore di lavoro in sostituzione delle retribuzioni premiali e indicate nella CU 2019. La detrazione spetta comunque sulla parte di spesa non rimborsata.

Detrazione abbonamento nel 730/2019: i documenti da controllare e conservare

La spesa sostenuta e la relativa data dovranno essere documentate mediante il titolo di viaggio o in alternativa tramite la ricevuta di pagamento dell’abbonamento.

Per poter fruire della detrazione fiscale è inoltre importante che sia indicata anche la durata precisa dell’abbonamento, ovvero data di partenza e termine di validità.

Se la ricevuta di pagamento è intestata a un familiare a carico, oltre alla documentazione di cui sopra, deve essere prodotta una dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà effettuata nei modi e nei termini previsti dal DPR n. 445 del 2000 con l’indicazione del soggetto che ha sostenuto la spesa.

Così come chiarito dall’Agenzia delle Entrate in assenza dell’indicazione della data di sostenimento della spesa, la stessa si presume sostenuta in coincidenza con la data di inizio della validità dell’abbonamento.

Per gli abbonamenti in formato elettronico sarà necessario che il contribuente conservi il documento che attesti le indicazioni essenziali atte a qualificare il titolo di viaggio (informazioni su servizio utilizzatore, periodo di validità, spesa
sostenuta e data di sostenimento della spesa). Si tratta ad esempio degli scontrini contenenti tutte le informazioni sopra richieste.

Deduzione totale rimborso abbonamenti per i datori di lavoro

Con l’obiettivo di incentivare la mobilità sostenibile, la Legge di Bilancio 2018 ha inoltre introdotto la possibilità, per i datori di lavoro, di portare in deduzione totale le somme erogate a titolo di rimborso per i propri dipendenti pendolari e per i familiari.

L’importo che bisognerà indicare in dichiarazione dei redditi deve comprendere le spese indicate nella sezione “Oneri detraibili” (punti da 341 a 352) della Certificazione Unica con il codice onere 40.

I datori di lavoro potranno dunque portare l’importo di spesa sostenuto per rimborsare i lavoratori pendolari in deduzione totale, in quanto inclusi nei costi sostenuti per l’esercizio della propria attività d’impresa.

Dichiarazione dei redditi 2019, pronta la guida completa al modello 730 e al modello Redditi.

Nella circolare n. 13/E del 31 maggio tutte le istruzioni su detrazioni, deduzioni e sulle novità introdotte per l’anno d’imposta 2018.

Dichiarazione dei redditi 2019, pronta la guida dell’Agenzia delle Entrate, con tutte le istruzioni su detrazioni e deduzioni racchiuse nella circolare n. 13/E del 31 maggio.

Come di consueto ma con notevole ritardo rispetto agli scorsi anni, la circolare omnibus dell’Agenzia delle Entrate racchiude tutte le istruzioni per la compilazione del modello 730 e per il modello Redditi 2019, con la trattazione analitica di tutte le regole su ritenute, oneri detraibili, deducibili e crediti d’imposta.

Oltre a fornire l’elenco dettagliato dei documenti necessari per la presentazione della dichiarazione dei redditi 2019, e quelli da conservare per eventuali richieste da parte dell’Agenzia delle Entrate, la circolare n. 13/E del 31 maggio 2019 riepiloga tutte le novità introdotte per l’anno in corso.

Accanto alle nuove spese detraibili, cambia anche la disciplina sanzionatoria prevista nel caso di visto di conformità infedele sul 730 da parte di CAF ed intermediari.

Dichiarazione dei redditi 2019: guida completa nella circolare 13/E delle Entrate

Era attesa da tempo la circolare dell’Agenzia delle Entrate che ormai da anni rappresenta la guida completa alla dichiarazione dei redditi. Nelle 390 pagine di istruzioni, la circolare n. 13/E del 31 maggio 2019 fornisce il dettaglio delle regole su detrazioni fiscali, deduzioni, nonché crediti d’imposta e documenti da conservare.

Il documento rappresenta un utile vademecum sia per chi presenta la dichiarazione dei redditi con il modello 730/2019, sia precompilato che ordinario tramite CAF o intermediari, che per i tanti – soprattutto titolari di partita IVA – che presentano il modello Redditi.

La circolare n. 13/E è stata aggiornata, partendo da quella pubblicata lo scorso anno (circ. n. 7/E del 27 aprile 2018), con le novità legislative ed interpretative che riguardano la dichiarazione dei redditi 2019.

Debutta a partire dall’anno in corso la nuova detrazione per gli abbonamenti ai mezzi pubblici, così come il bonus verde per i lavori in casa e la detrazione per l’acquisto di strumenti didattici per studenti con DSA.

Nuove regole anche per CAF ed intermediari, per i quali a partire dall’anno in corso cambia la disciplina sanzionatoria prevista nei casi di visto di conformità infedele sul 730: sarà necessario versare solamente un importo pari al 30 per cento della maggiore imposta riscontrata al contribuente.

Dichiarazione dei redditi 2019, le novità nella circolare n. 13/E

Sebbene sia stata pubblicata con deciso ritardo (e quando molti contribuenti hanno già inviato il proprio modello 730) la guida dell’Agenzia delle Entrate alla dichiarazione dei redditi 2019 è utile per riepilogare quelle che sono le novità principali.

Un chiarimento importante riguarda la detrazione prevista per gli abbonamenti ai mezzi pubblici, per i quali a partire dalle spese sostenute nel 2018 sarà possibile beneficiare di un rimborso Irpef pari ad un massimo di 50 euro (19% di 250 euro).

Erano molti i dubbi su come calcolare il limite di 250 euro, e le indicazioni fornite nella guida dell’Agenzia delle Entrate lasciano poco spazio ad interpretazioni. La detrazione spetta sia per le spese sostenute per se stessi che nell’interesse dei familiari a carico, ed il limite di spesa è da intendersi come complessivo.

Come chiarito nelle istruzioni alla dichiarazione dei redditi 2019, l’importo di 250 euro costituisce il limite massimo sia per le spese relative al contribuente che ai familiari a carico, anche nel caso di detrazione suddivisa tra più soggetti (come i genitori per i propri figli).

Debutta nella dichiarazione dei redditi 2019 anche il bonus verde, la detrazione del 36% sui lavori effettuati su giardini e terrazzi, riconosciuta fino al limite di 5.000 euro di spesa per unità immobiliare.

Così come per le restanti detrazioni riconosciute sui lavori in casa, il bonus spetta a condizione che i pagamenti siano effettuati con strumenti tracciabili(assegni bancari, postali, circolare non trasferibili oppure tramite carte di credito, bancomat o bonifici).

Per fruire della detrazione fiscale in dichiarazione dei redditi sarà necessario che i documento di spesa riporti il codice fiscale del soggetto beneficiario della detrazione e la descrizione dell’intervento dovrà consentire di ricondurre la spesa sostenuta tra quelle agevolabili.

Viene inoltre confermato che la mancata comunicazione ENEA relativa ai lavori di ristrutturazione che comportano anche un risparmio energetico non compromette il diritto a beneficiare della detrazione fiscale, pari al 50% della spesa sostenuta fino ad un massimo di 96.000 euro.

Dichiarazione dei redditi 2019, nella guida l’elenco dei documenti da conservare

La circolare n. 13/E dell’Agenzia delle Entrate si presenta particolarmente utile per l’individuazione dei documenti da conservare dopo aver presentato la dichiarazione dei redditi.

In caso di controllo documentale, potranno essere richiesti solo i documenti indicati nella circolare, anche per quel che riguarda la documentazione relativa alla prova del pagamento.

La guida dell’Agenzia delle Entrate specifica tuttavia che l’Agenzia delle Entrate potrà effettuare controlli anche in merito si requisiti soggettivi richiesti per fruire delle diverse agevolazioni fiscali, nonché sulle dichiarazioni sostitutive presentate dal contribuente per alcune tipologie di detrazioni (come le spese sanitarie per patologie esenti, oppure i bonus rivolti ai contribuenti con legge 104).

Nonostante la pubblicazione tardiva, è sempre bene consultare la circolare omnibus dell’Agenzia delle Entrate anche al fine di individuare eventuali errori di compilazione della propria dichiarazione dei redditi.

Si ricorda a tal proposito che sarà possibile annullare il 730 già inviato(mediante la modalità precompilata) fino al 20 giugno 2019, e procedere con un nuovo invio autonomo della dichiarazione dei redditi.

IMU e TASI, scadenza acconto il 17 giugno. Chi paga, esenzioni ed agevolazioni

Il secondo appuntamento sarà a dicembre, quando accanto al saldo per molti vi sarà anche l’amara sorpresa del conguaglio e di possibili aumenti dovuti allo sblocco delle aliquote introdotto dalla Legge di Bilancio 2019.

Poco cambia per il calcolo della prima rata, tenuto conto che molti Comuni non hanno ancora pubblicato le nuove delibere (attese entro il 28 ottobre). Qualche certezza resta in tema di esenzioni ed agevolazioni, così come resta inalterato il perimetro di chi paga l’acconto IMU e TASI in scadenza il 17 giugno.

Sono pressoché identiche le regole per il versamento dell’acconto di IMU e TASI, salvo i diversi codici tributo da utilizzare per chi paga con modello F24 e la ripartizione della TASI tra inquilini e proprietari.

Facciamo quindi il punto su tutte le istruzioni da tenere a mente in vista della scadenza del 17 giugno 2019.

Scadenza IMU e TASI, il 17 giugno alla cassa per l’acconto

Se di norma la scadenza dell’acconto IMU e TASI è fissata al 16 giugno di ogni anno, nel 2019 slitta di un giorno cadendo di domenica. Entro lunedì 17 giugno i possessori di una seconda casa, di prima casa di lusso, così come le società e chi vive in affitto (in specifici casi) dovranno versare la prima rata delle due imposte sulla casa.

Le scadenze che riguardano IMU e TASI sono due:

  • la prima (acconto) è fissata come anticipato al 16 giugno (17 giugno nel 2019);
  • la seconda (saldo) è fissata al 16 dicembre.

Il primo passo da compiere per i tanti soggetti tenuti al versamento delle due imposte è verificare le delibere del proprio Comune sul sito del MEF, per capire quali sono le aliquote da utilizzare per il calcolo e se, rispetto alle regole dell’anno precedente, vi sono state modifiche (aumenti o riduzioni).

Il tema degli aumenti di IMU e TASI ha dominato la scena negli ultimi mesi, perché per via della mancata proroga del blocco delle aliquote dei tributi locali, gli Enti potranno scegliere liberamente se aumentare le aliquote (entro i limiti massimi previsti per legge).

Nella maggior parte dei casi, sarà in sede di calcolo e versamento del saldo che la situazione si complicherà. Fino al 28 ottobre i Comuni potranno pubblicare le nuove delibere e, in caso di aumenti, sarà necessario versare la differenza rispetto al calcolo effettuato in sede di versamento della prima rata.

Il “balletto delle aliquote” IMU e TASI non cambia tuttavia le regole generali ed è bene approfondire su chi paga e quali le agevolazioni ed esenzioni fiscalipreviste per il 2019.

Acconto IMU e TASI 2019, chi paga entro la scadenza del 17 giugno

soggetti obbligati a pagare l’acconto IMU e TASI nel 2019 sono tutti coloro che possiedono o detengono un immobile. Rientrano nella categoria di contribuenti chiamati alla cassa entro la scadenza del 17 giugno tutti coloro che detengono un diritto reale sulla casa o sul terreno, anche in caso di residenza all’estero per le persone fisiche ovvero di società con sede legale in un Paese diverso dall’Italia.

Tuttavia non sono dovute IMU e TASI sulla prima casa (l’abitazione principale), ovvero quella in cui il contribuente dimora e ha la residenza anagrafica. Anche in possesso dei requisiti di cui sopra, le due imposte si pagano se la prima casa rientra tra gli immobili di lusso.

Riportiamo di seguito un’utile tabella riepilogativa che illustra caso per caso chi paga l’IMU e la TASI in relazione alla tipologia di fabbricato:

Tipologia fabbricatoIMUTASI
abitazione principale cat. catastali A/2, A/3, A/4, A/5, A/6 e A/7esclusaesclusa
abitazione principale cat. catastali A/1, A/8 e A/9soggetta a impostasoggetta a imposta
altri fabbricatisoggetti a impostasoggetti a imposta
fabbricati rurali strumentaliesclusisoggetti a imposta
aree fabbricabilisoggette a impostasoggette a imposta
terreni agricolisoggetti a impostaesclusi

Scadenza IMU e TASI 2019, chi non paga l’acconto. Esenzioni e riduzioni

Non sempre chi possiede o detiene una casa o un fabbricato è tenuto al versamento di IMU e TASI.

Oltre all’abitazione principale, l’esenzione IMU si applica nei seguenti casi:

  • unità immobiliari adibite ad abitazione principale di soci assegnatari appartenenti alle cooperative edilizie a proprietà indivisa;
  • alloggi classificati come sociali ai sensi del decreto del 22 aprile 2008 del Ministero delle infrastrutture;
  • casa coniugale assegnata al coniuge dal provvedimento del giudice in caso di separazione o divorzio;
  • unità immobiliare in possesso del personale di servizio permanente delle Forze armate o della Polizia, dei Vigili del Fuoco e del personale della carriera prefettizia non concesso in locazione;
  • una sola unità immobiliare di proprietà di un cittadino italiano residente all’estero e iscritto all’AIRE solo se già pensionato nel Paese dove risiede e se l’immobile non risulta né locato né utilizzato per un comodato d’uso.

Per quel che riguarda la TASI, non si paga per gli immobili che rientrano nelle seguenti categorie:

  • sono di proprietà indivisa di cooperative edilizie e che sono abitazione principale dei soci;
  • sono stati classificati come alloggi sociali;
  • sono dimora coniugale assegnata dalla sentenza del giudice in caso di divorzio o separazione;
  • sono proprietà delle forze armate senza essere però locati;
  • rifugi alpini non custoditi, punti d’appoggio e bivacchi;
  • terreni agricoli;
  • sono di proprietà di anziani o disabili residenti in istituti di ricovero, non essendo locati (esenzione prevista soltanto qualora il Comune abbia previsto una specifica assimilazione ad abitazione principale).

IMU e TASI, per gli immobili in comodato d’uso c’è lo sconto del 50%

Accanto alle esenzioni, la legge prevede alcune agevolazioni nel calcolo IMU e TASI, anche nel 2019, e una di queste riguarda la seconda casa concessa in comodato d’uso gratuito tra parenti in linea retta entro il primo grado.

L’agevolazione, che consiste in uno sconto del 50% dell’importo dovuto (da applicare mediante una riduzione della base imponibile per il calcolo, spetta nel caso in cui l’immobile venga concesso in comodato d’uso gratuito tra genitori o figli nel rispetto di specifici requisiti:

  • l’immobile deve essere utilizzato dal comodatario come abitazione principale;
  • l’immobile concesso in comodato d’uso gratuito non deve rientrare tra le categorie catastali di lusso (A/1, A/8 e A/9);
  • il comodante deve possedere un solo immobile in Italia oltre alla casa principale;
  • il comodante deve avere residenza e dimora abituale nello stesso Comune in cui è situato l’immobile concesso in comodato d’uso;
  • il comodante deve presentare la dichiarazione Imu per attestare il possesso dei requisiti sopra indicati.

Si ricorda inoltre che dal 1° gennaio 2016 è prevista una riduzione del 25% per le unità immobiliari locate a canone concordato di cui alla legge 9 dicembre 1998, n. 431, che dunque è dovuta in misura pari al 75% dell’imposta determinata sulla base delle aliquote stabilite dal comune.

IMU e TASI con regole diverse in caso di affitto

Assodato che l’inquilino non paga mai l’IMU, per la TASI sono previste regole differenti. In questo caso – ed in quota parte – anche chi vive in una casa in affitto è tenuto al versamento della tassa sui servizi indivisibili.

Se l’affittuario o l’occupante ha come prima casa l’immobile in questione è esentato dal versamento della TASI. Nel caso ciò non avvenga ciascuno dei due soggetti dovrà provvedere al pagamento della propria quota.

In assenza di particolari regolamenti comunali la TASI relativa all’immobile deve essere pagata per il 90% da parte del proprietario e per il 10% da parte dell’occupante. A seconda del comune quest’ultima percentuale può salire fino al 30% provocando la relativa diminuzione dell’importo dovuto dal proprietario del diritto reale sull’immobile.

Annullare un viaggio: come fare

Rinunciare a una vacanza per un grave motivo, come un problema da salute di un familiare, significa perdere l’intero costo sostenuto, soprattutto se si è a pochi giorni dalla partenza. La garanzia di annullamento contenuta nelle polizze di assistenza viaggi rimborsa la penale applicata dal tour operator oppure dalla compagnia aerea o di navigazione. E’ diversa a seconda del contratto: generalmente, comunque, è pari al 10% del costo totale se la rinuncia avviene fino a trenta giorni prima della partenza e dopo questo termine aumenta sino ad arrivare all’intero costo se l’annullamento avviene settantadue ore prima della data prefissata. Viene rimborsata per intero la penale addebitata all’assicurato (comprese costi di gestione pratica, commissioni di agenzia, adeguamento del carburante e spese per il visto) se l’assicurato deve annullare o modificare il viaggio prenotato per cause oggettivamente documentabili e imprevedibili al momento della prenotazione che colpiscano:

1) lo stesso assicurato o i suoi familiari;
2) il contitolare dell’azienda o dello studio associato.

Il rimborso avviene nei limiti del massimale indicato in polizza, che comunque non può superare un determinato importo (generalmente 7.500 euro per assicurato e 25.000 per nucleo familiare). E’ totale, però, solo se la rinuncia o la forzata modifica dipendono da ricovero ospedaliero; negli altri casi, invece, si applica uno scoperto, che può andare dal 15% al 25% della penale. Le esclusioni, i casi in cui non si ha diritto al risarcimento, sono previste in particolare per:

1) cause, non di ordine medico, prevedibili o note al momento della prenotazione del viaggio;
2) infortuni preesistenti e malattie croniche;
3) guerra, scioperi, sommosse, atti di terrorismo, terremoti o calamità naturali.

Molto spesso la garanzia annullamento è compresa nei contratti di acquisto di viaggi tutto compreso; in forma individuale, invece, dev’essere sottoscritta entro le ore ventiquattro del giorno successivo a quello d’iscrizione al viaggio o di prenotazione della biglietteria aerea o navale. Il premio si aggira mediamente intorno al 5% del costo totale del viaggio.

Notifica multe: dal 10 giugno costa tre euro in più

Dal 10 giugno aumenteranno di circa 3 euro le spese di notifica delle multe stradali recapitate tramite Poste Italiane. Lo stesso accadrà per gli atti giudiziari. Sono le conseguenze del rincaro delle tariffe postali, legato soprattutto al prevedibile aumento del numero di spedizioni per ciascun verbale, visto che è stato reintrodotto nella procedura anche l’invio della Can (Comunicazione di avvenuta notifica). Per la spedizione più diffusa, quella di plichi di peso fino a 20 grammi, la tariffa passerà da 6,80 a 9,50 euro.

Così in alcune città le spese di accertamento e notifica da pagare assieme alla sanzione arriveranno a 18-20 euro, quando per molte violazioni stradali diffuse la “multa” è di appena 29,40 euro (se si paga entro cinque giorni). E le spese di notifica eguaglieranno la sanzione nei non pochi casi (come quelli delle auto aziendali o comunque noleggiate) in cui il verbale viene notificato prima all’intestatario del veicolo e poi al responsabile “effettivo” dell’infrazione.

Ne ha dato notizia ieri sera l’Asaps (Associazione sostenitori e amici della polizia stradale), citando un avviso alla clientela pubblicato da Poste Italiane. Il punto B dell’avviso riguarda le tariffe delle notifiche di sanzioni e atti giudiziari, nelle quali verranno inclusi i costi delle comunicazioni eventualmente connesse: la Can e la Cad (Comunicazione di avvenuto deposito, quando il plico è riportato all’ufficio postale per assenza del destinatario). Tali costi sono quantificati a forfait, tenendo conto della percentuale di atti che hanno richiesto l’invio di Can o Cad.

La quantificazione è soggetta a revisioni annuali: se ci saranno variazioni nelle tariffe di Can e Cad o nella quota di atti che le richiedono, saranno determinate le corrispondenti variazioni delle tariffe delle notifiche, con un preavviso di 30 giorni rispetto alla loro entrata in vigore.

L’andamento futuro dipenderà anche dal numero di italiani che apriranno una casella Pec (posta elettronica certificata): a loro dal 2018 gli organi di polizia devono notificare i verbali in via telematica (ma molti corpi, a partire dalla Polizia stradale, non si sono ancora adeguati). Ciò abbatte di molto i costi. Un aiuto potrebbe venire dalla concorrenza, quando arriverà a regime l’affidamento anche ai privati, che però è in ritardo (si veda Il Sole 24 Ore di ieri).

Pensioni: la cessazione dal lavoro deve essere effettiva

La cessazione dell’attività lavorativa, quale requisito per accedere alla pensione di anzianità, deve essere effettiva. Se un lavoratore si dimette, e viene poi riassunto dallo stesso datore di lavoro alle medesime condizioni, scatta la presunzione di cessazione simulata.

Con la sentenza 14417/2019 la Corte di cassazione ha ripercorso l’evoluzione normativa relativa alle condizioni per l’accesso alla pensione anticipata e alla cumulabilità tra trattamento previdenziale e reddito da lavoro, giungendo a formulare un principio di diritto: «Il regime di cumulabilità dei redditi da lavoro dipendente e della pensione di anzianità non esclude che quest’ultima possa essere erogata solo se al momento della presentazione della relativa domanda il rapporto di lavoro dipendente sia effettivamente cessato. A riguardo, deve ravvisarsi una presunzione semplice del carattere simulato della cessazione di tale rapporto ove essa sia seguita da immediata riassunzione del lavoratore, alle medesime condizioni, presso lo stesso datore di lavoro».

I giudici si sono pronunciati su un contenzioso tra l’Inps e un lavoratore. Quest’ultimo si è dimesso il 28 febbraio ed è stato riassunto il 1° marzo (dello stesso anno e non bisestile) dalla stessa azienda. Con effetto il 1° marzo è stata liquidata anche la pensione. Secondo la Corte d’appello la cessazione del rapporto di lavoro è stata effettiva, come testimoniato dall’erogazione del Tfr, del libretto di lavoro e dai prospetti paga. Sempre secondo la Corte d’appello, il fatto che sia stato sottoscritto un nuovo contratto tra le parti il primo giorno di pensionamento non è da ritenersi contrario alla legge, anche in base alla circolare Inps 89/2009 e nota del ministero del Lavoro 12/2009 secondo cui non è previsto un lasso di tempo minimo tra la cessazione del rapporto di lavoro e il reimpiego.

In realtà nella circolare 89/2009 si legge anche che «la ripresa dell’attività lavorativa da parte del lavoratore che consegue la pensione di anzianità non può in alcun caso coincidere con la data di decorrenza del trattamento pensionistico», cioè proprio la situazione oggetto di contenzioso.

La Corte di cassazione ricorda che la pensione di anzianità è subordinata alla risoluzione del rapporto di lavoro o alla cessazione dell’attività autonoma e che tale requisito è stato successivamente esteso alla pensione di vecchiaia. La successiva possibilità di cumulare pensione e attività lavorativa non modifica la necessità del requisito della cessazione dell’attività lavorativa per accedere alla pensione. Quest’ultimo costituisce «una presunzione di bisogno che giustifica ai sensi dell’articolo 38 della Costituzione l’erogazione della prestazione sociale».

In base alla normativa e alla circolare Inps 89/2009, tuttavia, non è vietato farsi riassumere immediatamente dopo la decorrenza della pensione. Nel caso oggetto del contendere, il lavoratore avrebbe potuto far decorrere il contratto dal 2 marzo. Tuttavia la Cassazione afferma che la discontinuità tra l’attività lavorativa prima e dopo la pensione non si deve limitare alla ricerca di «un mero iato temporale più o meno significativo ma partire dalla considerazione che, laddove l’attività lavorativa successiva al pensionamento intercorra con il medesimo datore di lavoro ed alle medesime condizioni di quelle proprie del rapporto precedente a tale evento, si configura una presunzione di simulazione dell’effettiva risoluzione del rapporto di lavoro al momento del pensionamento».

Dunque sembrerebbe che secondo i giudici un nuovo rapporto di lavoro alle medesime condizioni sia incompatibile con la pensione anche se decorrente qualche tempo dopo la stessa. Per superare la presunzione di simulazione dell’interruzione del rapporto di lavoro si deve fare ricorso a «plurimi potenziali indici sintomatici, ulteriori rispetto ad un mero dato temporale» (non indicati dai giudici) per verificare che il rapporto di lavoro abbia caratteristiche nuove rispetto al precedente.

Quota 100: ecco il calcolatore per scoprire se conviene andare in pensione prima

Conviene uscire dal lavoro qualche anno prima, magari a 62 anni, o è meglio aspettare l’età della pensione di vecchiaia a 67 anni? Il dilemma riguarda una platea di circa 300mila lavoratori italiani nel 2019 che cercano di capire gli effetti per la propria posizione pensionistica delle norme previste dal “decretone”, con il quale il governo, oltre a varare il reddito di cittadinanza, ha introdotto la possibilità di uscire dal mercato del lavoro con quota 100, ossia 62 anni anagrafici e 38 di contribuzione. 

Ora che il decreto è fatto si aspetta infatti solo la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale per l’entrata in vigore delle nuove misure che – nelle intenzioni del Governo – dovrebbero permettere su tutto il triennio della sperimentazione (2019-2021) a un milione di persone di andare in pensione. PUBBLICITÀ
Quota cento per i lavoratori privati e per i dipendenti pubblici, opzione donna, precoci, usuranti, Ape volontario e sociale, isopensione. Otto canali di uscita flessibile dal lavoro a partire dai 58 anni che sommati alle altre vie che permettono di raggiungere l’assegno – pensione di vecchiaia, anzianità, cumulo dei contributi, «Rita» – portano a 12 le chance di ritiro dal lavoro nel 2019. 
Si apre dunque ora la stagione dei calcoli per tutti quei lavoratori, che all’anagrafe risultano nati tra il 1952 e il 1959. Ma anche per quelli nati tra il 1960 e il 1962, che potrebbero beneficiare dell’assegno straordinario finanziato dalle imprese con i fondi di solidarietà bilaterali. 

Il provvedimento aggiunge più che togliere, mantenendo in vigore (o riportando in auge) alcuni aspetti della legislazione previgente in materia previdenziale – da opzione donna all’Ape social – ma l’introduzione di quota 100 e del sistema delle finestre cambia profondamente lo scenario e offre a chi si trova nell’ultima fase della propria carriera lavorativa uno strumento di flessibilità del proprio pensionamento. Senza contare che per la pensione anticipata secondo le regole della legge Fornero, viene congelato l’adeguamento all’aspettativa di vita. Serviranno 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne, con una finestra (mobile) di tre mesi dopo la maturazione dei requisiti.

Ma quota 100 conviene davvero? Uscire dal lavoro cinque anni prima, secondo i calcoli dell’Ufficio parlamentare di Bilancio, significa accusare una riduzione permanente della propria rendita previdenziale anche superiore aL 30%.
Questi sono dati medi ma è indispensabile ricordare che ogni lavoratore ha un percorso previdenziale differente da quello di tutti gli altri: attenzione, pertanto, a non farsi condizionare dal passaparola, osservando la posizione di parenti, amici e vicini di casa. 

Per offrire una bussola ai lettori Il Sole 24 Ore, in collaborazione con la società Epheso, mette a disposizione un nuovo «pensionometro», un tool aggiornato con tutte le novità introdotte dal decreto su pensioni e reddito di cittadinanza, che permette a una vasta platea di lavoratori la possibilità di calcolare in modo personalizzato la propria pensione. Le principali novità, si ricorda, riguardano:
pensione quota 100 – misura sperimentale in vigore per il triennio 2019-2021 che prevede l’uscita anticipata al raggiungimento di quota 100: 62 anni di età e 38 anni di anzianità contributiva. Prevista una finestra mobile di posticipo di 3 mesi (6 mesi per i dipendenti del pubblico impiego, che usciranno a partire dal 1° agosto).
blocco dell’incremento per la speranza di vita sulle pensioni anticipate e decorrenza con finestre trimestrali – misura sperimentale in vigore per gli anni 2019-2026 che blocca l’incremento per la speranza di vita per le pensioni anticipate con il solo requisito contributivo, il quale rimane fisso a 42 (41 per le donne) anni e 10 mesi di anzianità contributiva. Prevista una finestra mobile di posticipo di 3 mesi.
opzione donna – l’estensione del ricalcolo contributivo per le donne che entro il 31 dicembre 2018 hanno maturato 35 anni di contributi e almeno 58 anni di età se dipendenti e 59 anni se autonome. Rimane in vigore l’applicazione delle finestre mobili di 12 mesi per le dipendenti e 18 per le autonome.

L’introduzione (seppur sperimentale) di quota 100 in effetti incentiva i lavoratori a effettuare un vero e proprio bricolage previdenziale, spingendoli a prendersi cura del proprio destino: riscattando gli anni di laurea, per esempio, o quelli del servizio militare, ma anche coprendo alcuni buchi contributivi riscattando i periodi scoperti da versamenti. La costruzione della propria pensione va sostanzialmente a sostituire l’approccio tipico del sistema retributivo, in vigore nei decenni scorsi, in cui la rendita pensionistica dell’individuo dipendeva meno di adesso a una serie di scelte in capo al lavoratore, ma era legata a meccanismi di calcolo definiti dalle norme. La prima introduzione del sistema contributivo con la riforma Dini (d.lgs. 335/96) ha mutato profondamente il panorama, spingendo il singolo a una serie di scelte da cui dipende la consistenza dell’assegno pensionistico, oltre che il momento del pensionamento.

Ma quali sono i fattori su cui un individuo può far leva per “lavorare” alla propria pensione futura? Il decretone appena varato dal governo fornisce importanti leve in questo senso, si pensi ad esempio alle possibilità di riscatto agevolato per gli under 45 (che secondo le ultime ipotesi allo studio del governo potrebbe estendersi agli under 50) degli anni di studio universitario. Gli interessati potranno pagare un forfait di poco superiore a 5mila euro l’anno. Un metodo meno costoso di quello tradizionale per i periodi contributivi, che prevede invece come riferimento non una base forfettaria ma l’ultima retribuzione imponibile del lavoratore prima della richiesta sulla quale viene applicata la percentuale del 33 per cento. 

Il tool realizzato da Epheso consente anche di calcolare l’impatto dell’adesione a un fondo pensione e di stimarne gli effetti in termini di rendita, sulla base di alcuni assunti di base: l’ammontare della contribuzione, innanzitutto, tra quota volontaria – che in caso di adesione a fondi negoziali prevede il contributo del datore di lavoro – e trattamento di fine rapporto (Tfr), ipotesi di crescita delle carriere lavorative, dell’inflazione, dei mercati azionari e obbligazionari, il profilo di rischio del comparto di investimento scelto (garantito, prudente, bilanciato, aggressivo), oltre all’ipotesi di costi medi per fondi pensione di categoria, ossia negoziali, oppure aperti o anche Pip e, infine, gli oneri medi previsti per la conversione in rendita del montante contributivo accumulato negli anni (secondo i coefficienti di trasformazione correlati alle aspettative di vita). 

L’effetto è quello di correlare i versamenti effettuati nelle diverse fasi della propria carriera lavorativa con la rendita pensionistica di secondo pilastro derivante. E verificare così se sarà una cifra sufficiente per le proprie esigenze economiche future o se sarà necessario innalzare la contribuzione o modificare per esempio il profilo di rischio. Buona navigazione.

Ma a prescindere dal decretone, è fondamentale che i lavoratori abbiano a cuore la propria storia previdenziale innanzitutto resistendo alla tentazione di scorciatoie come il lavoro in nero, anche parziale (le cosiddette integrazioni “fuori busta”), che riduce il carico contributivo e che si traduce in pensioni più basse. I lavoratori autonomi, inoltre, devono poi ricordare che chi dichiara al Fisco un reddito il più basso possibile, commisura i versamenti contributivi a queste cifre, contribuendo – anche in questo caso – a ridurre il proprio montante contributivo. Tema non trascurabile per molti professionisti, la cui Cassa privatizzata, a fronte di una bassa contribuzione, eroga prestazioni particolarmente basse. Per questo è necessario pianificare sin dall’inizio della carriera professionale una serie di scelte per allocare in modo efficiente i propri risparmi. Gli italiani hanno una fiducia nell’investimento immobiliare superiore all’effettiva efficienza di questo asset e una crescita in materia di educazione finanziaria e previdenziale sarebbe auspicabile, tuttavia – per contrastare il progressivo calo del tasso di sostituzione tra ultimo stipendio e primo assegno pensionistico, i fondi pensione rappresentano lo strumento più indicato.

Fisco, meno care le cartelle di pagamento versate in ritardo

Dal 1° luglio il ritardo nel versamento delle cartelle di pagamento costerà un po’ di meno. Un provvedimento del direttore dell’Agenzia delle Entrate pubblicato oggi porta infatti dal 3,01% – stabilito dal precedente provvedimento del 10 maggio 2018 – al 2,68% il tasso annuo per gli interessi di mora dovuti in caso di versamento oltre i 60 giorni dalla notifica.

Che cosa sono gli interessi di mora
Chi riceve una cartella di pagamento e non effettua il versamento entro 60 giorni dalla notifica è tenuto a pagare gli interessi di mora. Secondo quanto prevede l’articolo 30 del Dpr n. 602/1973, gli interessi sono dovuti sulle somme iscritte a ruolo – esclusi gli importi relativi a sanzioni e interessi – e si calcolano sui giorni di effettivo ritardo. La misura degli interessi di mora viene determinata annualmente con un provvedimento del direttore dell’Agenzia delle Entrate, che tiene conto della media dei tassi bancari attivi stimati dalla Banca d’Italia.

Dopo l’altalena degli anni scorsi, con gli interessi di mora un anno ridotti, un altro anno aumentati, è dal 1° ottobre 2013, con la misura fissata al 5,2233% annuo, che sono stati sempre ridotti, passando al 5,14% dal 1° maggio 2014, al 4,88% dal 15 maggio 2015, al 4,13% dal 15 maggio 2016, al 3,50% dal 15 maggio 2017, per ridursi al 3,01% a partire dal 15 maggio 2018.

Il nuovo tasso è dovuto da chi paga in ritardo le somme chieste con le cartelle di pagamento, che così diventeranno più “leggere”. Il provvedimento è previsto dall’articolo 30 del decreto sulla riscossione (Dpr 602/1973). Questa norma stabilisce che, decorso inutilmente il termine di 60 giorni dalla notifica della cartella, sulle somme iscritte a ruolo si applicano, a partire dalla data della notifica della cartella e fino alla data del pagamento, gli interessi di mora al tasso determinato annualmente con riguardo alla media dei tassi bancari attivi.

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Pagamento tributi: niente sanzione se la banca ritarda l’accredito

Nell’ipotesi in cui il contribuente abbia dato alla banca l’ordine di pagamento dei tributi prima dello scadere dei termini previsti, l’eventuale ritardato accredito delle somme è imputabile esclusivamente all’istituto bancario, non potendo ricadere sul contribuente le conseguenze di un inadempimento altrui.

Corte di Cassazione – Ordinanza numero 13579 del 22 maggio 2019 Niente sanzione se la banca accredita in ritardo i tributi. A stabilirlo è la Corte di Cassazione con l’ordinanza numero 13579 del 22 maggio 2019.

La sentenza – La controversia è scaturita dal ricorso presentato da una società avverso una serie di avvisi di accertamento emessi dalla Regione Toscana per tardivo versamento di accise, da effettuarsi entro la fine di ogni mese. Detti pagamenti, seppur effettuati con bonifico bancario e con ordini antecedenti la data di scadenza del termine, risultavano tardivi in quanto l’istituto bancario aveva accreditato con ritardo le somme, benché con valuta riferita al giorno di scadenza previsto.

A parere della CTR i pagamenti erano tempestivi poiché la società aveva dato ordine di pagamento alla banca entro i termini previsti per legge, essendo quest’ultima responsabile del tardivo accredito. L’ente ha proposto ricorso avverso la sentenza de qua ritenendo comunque i versamenti tardivi.

La Suprema Corte ha rigettato il ricorso della Regione, sulla base del dato di fatto che l’ordine di pagamento dei tributi era stato dato dalla società prima dello scadere del termine legale. A parere dei giudici di legittimità il “bonifico bancario” è uno strumento previsto per il pagamento delle accise per cui è causa e le conseguenze del ritardo frapposto dalla banca – tenuto materialmente ad eseguire l’operazione – non possono ricadere sul contribuente che ha dato ordine di pagamento entro il termine previsto.

A sostegno di tale tesi i giudici di legittimità hanno ricordato che, in tema di versamento di imposte dirette, è previsto che l’azienda di credito che non versa tempestivamente alla tesoreria dello Stato le imposte, al cui versamento è stata delegata, è tenuta al pagamento una penale per ogni giorno di ritardo.

Tale disposizione ha lo scopo di “rendere inaccettabile per le aziende di credito il rischio di un ritardo nel versamento e di precludere movimenti speculativi su somme ingenti, appartenenti all’intera collettività nazionale, e ciò sul presupposto che l’obbligo contributivo a carico del contribuente doveva ritenersi assolto con la delega di pagamento effettuata alla banca”. Tale principio è legittimamente applicabile anche in tema di pagamento delle accise e ha determinato il rigetto del ricorso proposto dalla Regione Toscana.

Collaboratori domestici: cosa fare in caso di malattia e infortunio

Ai collaboratori domestici sono riservate specifiche tutele in caso di assenza per malattia e infortunio. Inoltre, a decorrere dal rinnovo contrattuale del 16/2/2007, è stato introdotto l’obbligo per i datori di lavoro aderenti alle Associazioni stipulanti o per coloro che comunque applicano tale contratto, di iscrivere i propri dipendenti alla “Cassa mutua per colf e badanti”, denominata “Cas.Sa.Colf”, come argomentato più avanti.

L’assenza per malattia

È innanzi tutto utile sapere che non essendovi la partecipazione economica da parte dell’INPS a favore dei collaboratori domestici in caso di malattia, gli stessi non sono obbligati a trasmettere il certificato medico all’Istituto di Previdenza, mentre è dovere del lavoratore informare tempestivamente il datore di lavoro inviando, mediante raccomandata ed entro due giorni dal rilascio, un certificato del medico curante che attesti la prognosi per i giorni non lavorati; il lavoratore convivente potrà consegnare il certificato direttamente nelle mani del datore di lavoro.

Fatte salve le condizioni di miglior favore in atto, la conservazione del postoal lavoratore varia a seconda dell’anzianità di servizio e spetta per i seguenti periodi:

  • per anzianità fino a 6 mesi, superato il periodo di prova, 10 giorni di calendario;
  • per anzianità da più di 6 mesi a 2 anni, 45 giorni di calendario;
  • per anzianità oltre i 2 anni, 180 giorni di calendario.

Tali periodi sono prolungati del 50% in caso di malattia oncologica, specificatamente documentata dalla competente ASL.

Il trattamento economico, anch’esso diversificato a seconda del periodo di anzianità, deve essere corrisposto:

  • fino al 3° giorno consecutivo, per il 50% della retribuzione globale di fatto;
  • dal 4° giorno in poi, per il 100% della retribuzione globale di fatto.

La corresponsione della retribuzione spetta per i seguenti periodi:

  • per anzianità fino a 6 mesi, per un massimo di 8 giorni;
  • per anzianità da più di 6 mesi a 2 anni, per un massimo di 10 giorni;
  • per anzianità oltre i 2 anni, per un massimo di 15 giorni.

L’assenza per infortunio

In caso di infortunio occorso al lavoratore durante la prestazione lavorativa, il datore di lavoro ha l’obbligo di inviare una denuncia all’INAILentro le 24 ore dall’accaduto o entro due giorni dalla ricezione del relativo certificato di infortunio, per gli eventi prognosticati non guaribili entro tre giorni, ed entro due giorni dalla ricezione del relativo certificato di prosecuzione, per gli eventi inizialmente prognosticati guaribili entro tre giorni ma non guariti entro tale termine.

Sarà l’INAIL a provvedere al trattamento economico successivo ai primi tre giorni che sono a completo carico del datore di lavoro.

Il datore di lavoro, inoltre, conserverà il posto di lavoro, con calcolo nell’anno solare in 365 giorni decorrenti dall’evento, per i seguenti periodi:

  • per anzianità fino a sei mesi, superato il periodo di prova, 10 giorni di calendario;
  • per anzianità da più di sei mesi a due anni, 45 giorni di calendario;
  • per anzianità oltre i due anni, 180 giorni di calendario.

La Cas.Sa.Colf

La “Cas.Sa.Colf” fornisce prestazioni e servizi sanitari integrativi ed aggiuntivi a quelli della sanità pubblica. Non tutti i datori di lavoro sanno che il Mav/Colf prodotto attraverso il servizio on line dell’INPS, o i bollettini inviati al domicilio del datore di lavoro, non comprende i contributi dovuti per l’assistenza sanitaria integrativa. L’assicurazione del lavoratore alla Cassa impone un versamento aggiuntivo di importo esiguo e pari a 0,03 euro per ogni ora di lavoro, di cui 0,01 euro sono a carico del lavoratore.

Aggiungerlo ai consueti contributi trimestrali è cosa semplice e si effettua attraverso:

  • l’inserimento nel campo “c.org” il codice F2 (Cas.Sa.Colf);
  • l’aggiunta dell’importo risultante da euro 0,03 per le ore retribuite nel trimestre.

Beneficiari delle prestazioni sono i dipendenti iscritti alla cassa sanitariadal primo giorno del trimestre per il quale inizia il versamento dei contributi di assistenza contrattuale i quali possono fruire delle prestazioni dal primo giorno del secondo trimestre in cui risulta pagato il dovuto contributo. I lavoratori hanno diritto alle prestazioni solo se risultano pagati (anche da più datori di lavoro) almeno quattro trimestri continuativi di contributi precedenti alla eventuale richiesta di prestazioni, e a condizione che risultino versati almeno contributi sanitari per 25 euro. Il requisito di continuità è esteso anche per il periodo di disoccupazione solo ed esclusivamente per i due trimestri successivi a quello nel quale sia avvenuta la cessazione del rapporto di lavoro.

Essere assicurati presso la Cas.Sa.Colf, dà diritto a molteplici interventi economici da parte della Cassa ed in particolare possono essere richiesti rimborsi relativi a diarie per ricovero, convalescenza, ticket sanitari, spese periodo gravidanza, eventuali interventi chirurgici a neonati figli di lavoratori iscritti, e ancora rimborsi protesi ortopediche ed ausili medici ortopedici, spese per trattamenti fisioterapici, oltre ad alcune indennità per grandi interventi in strutture pubbliche.

Al datore di lavoro, in caso di casi di rivalsa INAIL su infortuni del dipendente, la Cas.Sa.Colf rimborserà le spese sostenute da parte del datore di lavoro, per il risarcimento a suo carico, nella misura di € 25.000,00 per ciascun evento e per anno civile. L’assicurazione tutela il datore di lavoro anche nei casi di responsabilità civile verso terzi, per danni involontariamente causati dai lavoratori.

La responsabilità dei versamenti alla Cassa dei lavoratori domestici è esclusivamente del datore di lavoro che sarà ritenuto responsabile della eventuale perdita del diritto alle prestazioni.