Author - Valentina

Ferie estive 2019: maturazione, calcolo, richiesta, preavviso.

state significa soprattutto ferie. Un momento che vede incrociarsi le esigenze aziendali con quelle dei singoli dipendenti, questi ultimi stretti tra dinamiche familiari (vacanze dei figli, genitori anziani) ed economiche (prenotazione dei voli ed alberghi).

Fissare il periodo di ferie estive è sicuramente un momento delicato nella gestione delle risorse umane, senza dimenticare che le aziende devono rispettare precise norme di legge.

Cerchiamo di capire nel dettaglio come funzionano le ferie.

Ferie: cosa dice la legge

Per legge (Dlgs. n. 66/2003) il periodo minimo di ferie spettante ad ogni dipendente è di quattro settimane all’anno (28 giorni da calendario), che devono essere godute secondo precise scadenze:

  • Due settimane entro il 31 dicembre dell’anno di maturazione;
  • Le restanti due nei 18 mesi successivi l’anno di maturazione (ciò significa che le ferie maturate nel 2019 devono essere obbligatoriamente godute entro il 30 giugno 2020).

I contratti collettivi possono prevedere un monte ferie superiore a quello minimo per legge. I giorni “aggiuntivi” devono essere goduti nel termine stabilito dal CCNL.

Sul godimento dei giorni di ferie, il Ministero del lavoro ha dato alcune indicazioni di massima che devono essere comunque calate e adattate alla singola realtà produttiva:

  • Le due settimane da fruire entro l’anno di maturazione, possono essere godute anche in maniera ininterrotta dietro richiesta tempestiva del dipendente;
  • Le altre due settimane possono essere frazionate;
  • Stesso discorso di cui al punto precedente per gli ulteriori giorni di ferie eventualmente previsti dal CCNL.

Le ferie, a differenza dei permessi, devono essere obbligatoriamente godute. Non è quindi possibile liquidarne in busta paga l’equivalente economico senza che il dipendente possa fruirne.

Quante ferie si maturano

I giorni di ferie che ogni dipendente matura sono legati ai periodi lavorati nel corso dell’anno.

Chi può vantare un anno intero di lavoro totalizzerà le quattro settimane di legge oltre ai giorni aggiuntivi previsti dal CCNL.

Un caso particolare è quello dell’assunzione o della cessazione in corso d’anno. In questo si avrà diritto a tanti giorni di ferie quanti sono stati i mesi di lavoro. Ognuno di essi dà diritto ad 1/12 del monte ore annuo di ferie.

I periodi pari o superiori a 15 giorni valgono come mese intero.

Ferie: come si calcolano 

Per calcolare le ferie spettanti nell’anno la formula è la seguente:[(Giorni di ferie annuali previsti da legge e CCNL / 12) * n° mesi lavorati] = n° giorni di ferie spettanti.

Al risultato ottenuto si dovranno aggiungere le ferie maturate negli anni precedenti e non ancora fruite.

Ferie: quali assenze entrano nel computo 

Può accadere che in un determinato mese si verifichino dei giorni o delle settimane in cui il dipendente non lavora. Determinate assenze vengono comunque considerate come giorni di servizio ai fini dell’accreditamento di 1/12 delle ferie annuali. Parliamo di:

Quali assenze non entrano nel computo per la maturazione delle ferie

Non sono invece equiparate ai giorni di servizio le seguenti assenze:

  • Sciopero;
  • Permessi per malattia del bambino;
  • Congedo parentale;
  • Preavviso non lavorato;
  • Aspettativa sindacale per cariche elettive.

Se ad esempio nel mese il dipendente si è assentato per sciopero per più di 15 giorni di calendario, il dodicesimo di ferie non gli verrà riconosciuto.

E’ bene aggiungere che i contratti collettivi possono intervenire prevedendo condizioni di miglior favore e altre tipologie di assenze che non interrompono la maturazione delle ferie.

Chi decide le ferie

La decisione su quante ferie fare e quando spetta al datore di lavoro. Questi dovrà considerare da un lato le esigenze aziendali e dall’altro i bisogni personali dei dipendenti di dedicarsi alla loro vita privata e sociale oltre che al recupero delle energie psico-fisiche.

Il primo passo sulle ferie estive deve di norma compierlo l’azienda, comunicando preventivamente il periodo feriale in forma scritta con apposito messaggio affisso nei locali d’ingresso, nella bacheca aziendale, in mensa ovvero con qualunque altro mezzo che permetta ai dipendenti di sapere quando collocare le assenze, ivi compresa la pubblicazione di una news sul portale telematico aziendale.

Una volta comunicato il periodo feriale, la durata e la collocazione temporale delle assenze avviene con la predisposizione di un piano ferie. Per le realtà di grandi dimensioni questo viene di norma predisposto per ogni singolo reparto / settore e trasmesso dal responsabile all’ufficio risorse umane o alla direzione aziendale. L’ufficio paghe o il consulente esterno dovranno poi verificare se considerando quanto indicato nel piano il singolo dipendente esaurisce le ferie entro il termine stabilito dalla legge o dal CCNL. In caso contrario, il datore può obbligarlo a consumarle, per non incorrere in sanzioni amministrative o risarcimenti danni.

Ulteriori periodi di ferie estive possono essere richiesti dal dipendente ma il via libera spetta comunque all’azienda. E’ esclusa la fruizione unilaterale ed arbitraria delle ferie da parte del lavoratore.

Le ferie devono essere comunque richieste dal dipendente con un congruo preavviso, in modo tale da permettergli di organizzare l’attività produttiva. In assenza di disposizioni da parte dei contratti collettivi / aziendali o dei regolamenti interni, si consiglia un preavviso in linea con quelle che sono le prassi aziendali, la durata dell’assenza stessa e quando si colloca (se coincide ad esempio con un picco di attività stagionale).

Una volta fissato il periodo ferie di ogni dipendente non sono escluse eventuali modifiche successiveda parte dell’azienda a causa di un giustificato, verificabile ed effettivo mutamento delle esigenze produttive e aziendali, tale da non nascondere un intento persecutorio nei confronti del singolo dipendente o disparità di trattamento.

Le modifiche devono essere comunicate con congruo preavviso e in ogni caso prima dell’inizio del periodo di ferie.

Decreto Crescita 2019: nuova scadenza per la dichiarazione IMU/TASI

Nuovo termine di presentazione della dichiarazione IMU/TASI, dal 30 giugno passa al 31 dicembre dell’anno successivo a quello in cui si è verificato il presupposto impositivo

L’articolo 3-ter del Decreto Crescita, ha previsto lo spostamento del termine di presentazione della dichiarazione IMU e TASI dal 30 giugno al 31 dicembre dell’anno successivo a quello in cui si è verificato il presupposto impositivo.L’obbligo di presentazione della dichiarazione IMU non riguarda tutti i possessori di immobili, ma solo coloro che hanno immobili per i quali sono intervenute variazioni rilevanti ai fini del calcolo dell’imposta. In linea generale, la dichiarazione Imu deve essere presentata per gli immobili che godono di riduzioni d’imposta (fabbricati inagibili, di interesse storico o artistico, immobili per i quali il comune ha deliberato riduzioni di aliquota ecc …) e nei casi in cui il Comune non possieda le informazioni necessarie per verificare l’imposta(fabbricati in leasing, immobili esenti, riunione di usufrutto non dichiarata in catasto ecc …).Pertanto, secondo la nuova disposizione, per le variazioni intervenute nel 2018, il termine di presentazione della dichiarazione IMU/TASI scade il prossimo 31 dicembre 2019.La dichiarazione ha effetto anche per gli anni successivi sempre che non si verifichino modificazioni dei dati ed elementi dichiarati cui consegua un diverso ammontare dell’imposta dovuta.

Il tributo per i servizi indivisibili (TASI) si applica al possesso o alla detenzione a qualsiasi titolo di fabbricati – ad eccezione dell’abitazione principale diversa da quella classificata nelle categorie catastali A/1, A/8 e A/9 – e di aree edificabili, mentre sono esclusi i terreni agricoli. La TASI è dovuta dal titolare del diritto reale e, nel caso in cui l’immobile sia occupato da un soggetto diverso da quest’ultimo, anche dall’occupante (nella misura, stabilita dal comune, compresa tra il 10% e il 30% dell’imposta complessivamente dovuta).

L’imposta municipale propria (IMU) si applica al possesso di fabbricati, escluse le abitazioni principali classificate nelle categorie catastali diverse da A/1, A/8 e A/9, di aree fabbricabili e di terreni agricoli ed è dovuta dal proprietario o dal titolare di altro diritto reale (usufrutto, uso, abitazione, enfiteusi, superficie), dal concessionario nel caso di concessione di aree demaniali e dal locatario in caso di leasing.

Modalità di presentazione

La dichiarazione, unitamente agli eventuali modelli aggiuntivi, deve essere consegnata direttamente al Comune indicato sul frontespizio, il quale deve rilasciarne apposita ricevuta. La dichiarazione può anche essere spedita in busta chiusa, a mezzo del servizio postale, mediante raccomandata senza ricevuta di ritorno, all’Ufficio tributi del Comune, riportando sulla busta la dicitura Dichiarazione IMU, con l’indicazione dell’anno di riferimento.

In tal caso, la dichiarazione si considera presentata nel giorno in cui è consegnata all’ufficio postale. La spedizione può essere effettuata anche dall’estero, a mezzo lettera raccomandata o altro equivalente, dal quale risulti con certezza la data di spedizione.

Inoltre, la dichiarazione può essere inviata telematicamente con posta certificata.

In caso di mancata presentazione della dichiarazione nei termini, come pure in caso di presentazione di dichiarazione infedele, si può sanare la violazione presentando una dichiarazione tardiva, o rettificativa, e pagando la relativa sanzione. È possibile approfittare anche del ravvedimento breve, che consente di sanare l’irregolarità entro 30 giorni, termine entro il quale la sanzione viene dimezzata, e usufruendo anche dell’ulteriore riduzione ad 1/10 della sanzione stessa.

Quindi presentando la dichiarazione entro il 30 gennaio si debbono versare solo 5 euro di sanzione in quanto per la mancata presentazione della dichiarazione la sanzione è pari a 100 euro, cifra che va ridotta della metà e poi portata ad un decimo del totale, ossia, appunto, a 5 euro.

Altrimenti si può sanare entro 90 giorni pagando 10 euro, ossia la sanzione ordinaria ridotta ad un decimo.

La dichiarazione tardiva/rettificativa, deve essere compilata sugli appositi moduli, riportando nelle annotazioni la dicitura “ravvedimento operoso per tardiva/rettificativa dichiarazione” ed allegando la co- pia dell’attestato di versamento.

Giardini, terrazze e balconi: ecco come avere il bonus verde nel 730

Nella dichiarazione dei redditi di quest’anno debutta lo sconto fiscale riservato agli interventi per il “verde” delle abitazioni. Si tratta del bonus introdotto dalla legge di Bilancio per il 2018 e che è stato prorogato anche per il 2019.
La detrazione Irpef è pari al 36% e si applica alle spese (fino a 5mila euro) sostenute per la “sistemazione a verde” di aree scoperte private degli edifici, comprese pertinenze, recinzioni, impianti di irrigazione, e per la realizzazione di pozzi, coperture a verde e giardini pensili.

Gli interventi agevolati 
A beneficiare del bonus sono le opere che si inseriscono in un intervento relativo all’intero giardino o area, e che consiste nella sistemazione a verde ex novo o in un radicale rinnovamento. È quindi agevolato l’intervento complessivo di riqualificazione dell’area verde: non il semplice acquisto di piante o altro materiale. In altri termini, se si comprano piante e arbusti da collocare in terrazza, anche in vasi mobili , il bonus spetta a condizione che l’acquisto rientri in un più ampio intervento straordinario del giardino o dell’area interessata. Sono agevolati anche gli interventi su alberi secolari o di pregio.

Le opere escluse 
La detrazione non riguarda le spese sostenute per la manutenzione ordinaria periodica dei giardini già esistenti, non connessa a un intervento innovativo o modificativo. E non spetta neppure per i lavori in economia, cioè quelli fai-da-te, eseguiti dal contribuente stesso. Questo divieto, però, non esclude la possibilità di rivolgersi a fornitori diversi per l’acquisto di alberi, piante, arbusti, cespugli, specie vegetali, e per eseguire gli interventi.

Mentre la realizzazione di fioriere e l’allestimento a verde di balconi e terrazzi è agevolabile solo se permanente, e sempre che «si riferisca a un intervento innovativo di sistemazione a verde degli immobili residenziali» (circolare 13/E/2019).

I soggetti beneficiari 
Il bonus verde spetta ai contribuenti che posseggono o detengono (sulla base di un titolo idoneo) l’immobile su cui sono effettuati gli interventi, ma anche ai loro familiari conviventi. E vale anche per gli interventi sulle parti comuni esterne dei condomìni: in tal caso il bonus va al singolo condomino nel limite della quota di spesa a lui imputabile (purché questa quota sia stata effettivamente versata al condominio entro i termini di presentazione della dichiarazione dei redditi).

Le modalità di pagamento 
I pagamenti devono avvenire con «strumenti idonei a garantire la tracciabilità delle operazioni». Quindi vanno bene i bonifici ordinari (non per forza “parlanti”, come per gli altri bonus edilizi). Ma anche gli assegni bancari, postali o circolari non trasferibili, e le carte di credito o di debito (bancomat): la data di pagamento scatta quando si utilizza la carta e non nel giorno di addebito sul conto corrente.

La fattura deve comunque indicare il codice fiscale del beneficiario del bonus e la descrizione dell’intervento, dimostrando che la spesa rientra tra quelle agevolabili: ad esempio, nel caso di lavori su un giardino, che non si è trattato di manutenzione ordinaria (come la potatura), esclusa dalla misura. Fatture e copie dei pagamenti sono da conservare.

Canone RAI: nessuna esenzione se si vive con la badante

Esenzione Canone RAI over 75 con redditi sotto a 8.000 euro invalidi: se conviventi con la badante il canone televisivo deve essere corrisposto

Il contribuente che intende beneficiare dell’esenzione convive con la persona addetta alla sua assistenza, la quale percepisce una retribuzione, ed è pertanto, titolare di un reddito proprio. Detta circostanza determina l’impossibilità, per il contribuente di rendere la dichiarazione sostitutiva ai fini dell’esenzione, posto che è convivente con un altro soggetto, diverso dal coniuge, o dal soggetto unito civilmente, titolare di un reddito autonomo.

Va ricordato che nella dichiarazione sostitutiva ai fini dell’esenzione dal pagamento del canone TV occorre attestare, tra l’altro, di ‘non convivere con altri soggetti, diversi dal coniuge, o dal soggetto unito civilmente, titolari di un reddito proprio’, mentre nella dichiarazione di ‘variazione dei presupposti’, che deve essere compilata per comunicare il venir meno dei presupposti attestati in una precedente dichiarazione rilasciata per la fruizione dell’esenzione, il venir meno del presupposto di non convivenza è collegato alla presenza nell’abitazione di un ‘altro familiare convivente’.

Pertanto, la convivenza con la badante, anagraficamente non appartenente al proprio nucleo familiare pregiudica la richiesta di esenzione dal pagamento canone RAI. Po

Visite fiscali: orari 2019 e reperibilità

Orari visite fiscali 2019, fasce di reperibilità dipendenti privati e pubblici e regole previste: ecco tutte le informazioni utili sui controlli della mutua in caso di malattia ed assenza dal lavoro e quali sono i casi di esenzione.

Gli orari delle visite fiscali 2019non sono cambiati sia per i dipendenti pubblici che per i dipendenti di aziende private e restano sempre le stesse le fasce di reperibilità durante le quali i medici della mutua possono bussare a casa dei lavoratori in malattia.

Nonostante le regole INPS non siano cambiate, sono molti i dubbi dei lavoratori dipendenti che si assentano al lavoro per malattia. Di seguito tutte le informazioni utili, con l’analisi delle novità che lo scorso anno hanno dato una svolta alle visite fiscali.

Il 2018 è stato l’anno del passaggio all’INPS della competenza sulle visite fiscali anche per gli statali, con l’introduzione del Polo Unico dei controlli.

Sebbene se ne parli ormai da tempo, gli orari delle visite fiscali 2019 e le fasce di reperibilità non sono ancora state uniformate, con differenze importanti per dipendenti pubblici e privati.

Al netto di ciò, è comune la regole che prevede, nel caso di malattia, specifici obblighi per tutti i lavoratori.

Quello più importante è il rispetto degli orari in cui è necessario rimanere a casa ed essere presenti durante i controlli dei medici fiscali dell’INPS. Il mancato rispetto delle norme stabilite può portare all’applicazione di sanzioni, a meno che non ci siano esenzioni dal rispetto delle fasce di reperibilità.

Si ricorda che anche sulle visite fiscali 2019 pesano le nuove regole introdotte dalla riforma della Pubblica Amministrazione, secondo le quali i controlli dei medici potranno essere effettuati anche più volte nello stesso giorno, misura introdotta per evitare i casi di falsa malattia soprattutto a ridosso di giorni festivi.

A fronte delle regole previste e dei rischi in caso di violazione, facciamo il punto su orari, fasce di reperibilità ed esenzioni dalle visite fiscali INPS 2019 per i dipendenti pubblici e del settore privato.

Partiamo subito capendo quali sono gli orari visita fiscale previsti ad oggi per i dipendenti del settore pubblico e di aziende private e quali sono le novità previste.

Visite fiscali 2019: orari e fasce di reperibilità

Il lavoratore in caso di malattia e presentazione del certificato medico a lavoro potrà essere sottoposto alle visite fiscali ma soltanto in determinati orari e in quelle che sono definite le fasce di reperibilità.

Innanzitutto è opportuno specificare che le regole relative alle visite fiscali 2019 non obbligano il dipendente a rimanere a casa per tutto il giorno ma bisognerà risultare reperibile all’indirizzo indicato nel certificato medico nel caso di controlli per accertare lo stato di malattia.

controlli medici possono infatti essere effettuati soltanto negli orari per le visite fiscali previsti dalla legge, che sono ancora oggi diverse nel caso di dipendenti pubblici e privati: nonostante le indicazioni dell’Inps e le novità intervenute nel 2017 e nel 2018, le fasce di reperibilità sono ad oggi diverse per gli statali (insegnanti, forze armate, dipendenti di uffici pubblici) e per i dipendenti privati.

Fasce di reperibilità e orari per i dipendenti privati

Gli orari visite fiscali 2019, ovvero le fasce di reperibilità per i dipendenti privati, sono ad oggi i seguenti:

Lavoratore Settore PrivatoFasce di reperibilità (7 gg su 7 compresi weekend e festivi)
Mattina10:00/12:00
Pomeriggio17:00/19:00

Fasce di reperibilità e orari per i dipendenti pubblici

Per quanto riguarda invece l’orario delle visite fiscali 2019 per i dipendenti pubblici sono fissate le seguenti fasce di reperibilità:

Lavoratore Settore PubblicoFasce di reperibilità (7 gg su 7 compresi weekend e festivi)
Mattina9:00/13:00
Pomeriggio15:00/18:00

Le fasce di reperibilità dei dipendenti pubblici e quindi gli orari delle visite fiscali riguardano i dipendenti statali, gli insegnanti, i lavoratori della Pubblica Amministrazione, i lavoratori degli Enti locali, i vigili del fuoco, la Polizia di Stato, le Asl, i militari e in generale le forze armate.

Ricordiamo che anche per i dipendenti pubblici le visite fiscali sono svolte dai medici dell’INPS e che per effetto della riforma della Pubblica Amministrazione voluta dall’ex Ministro Marianna Madia è stata introdotta una vera e propria stretta alle false malattie.

Le visite fiscali per gli statali in caso di malattia potranno essere svolte a cadenza sistematica e ripetitiva, anche in prossimità di giorni festivi o di riposo settimanale.

In ordine agli orari delle visite fiscali 2019 insegnanti, la visita medica può essere richiesta dal Dirigente già a partire dal primo giorno soltanto in casi specifici, ovvero per le assenze che si verificano immediatamente dopo o prima dei periodi non lavorativi, ovvero in occasione di pause festive o weekend.

Visite fiscali 2019: regole Inps sugli orari di reperibilità

I lavoratori che si assentano da lavoro per malattia, sia nel caso di dipendenti pubblici che privati possono essere sottoposti a visita fiscale dall’Inps. Come abbiamo visto, ci sono attualmente regole diverse relative a orari e fasce di reperibilità e nell’articolo vedremo caso per caso come cambiano in base alla tipologia di lavoro.

Durante gli orari visite fiscali il lavoratore può essere sottoposto, dopo l’invio del certificato medico all’Inps, a controllo da parte del medico fiscale.

La visita fiscale potrà essere ripetuta anche due volte nello stesso giorno, ma sempre nel rispetto degli orari di reperibilità.

Le visite di controllo sono fissate soltanto in determinate fasce orarie che obbligano il lavoratore a rimanere a casa, pena l’applicazione di sanzioni, eccetto che nei casi in cui è prevista l’esenzione.

Tra le prime regole in caso di malattia, c’è l’obbligo per il lavoratore dipendente pubblico o privato che si assenta da lavoro per malattia di richiedere il certificato al proprio medico di base, nel quale indicare l’indirizzo presso il quale si rende reperibile per l’eventuale visita fiscale.

L’invio della copia del certificato medico all’Inps è di competenza del proprio medico curante e il lavoratore può richiedere la copia elettronica dello stesso nella propria casella di posta elettronica certificata. Il dipendente, entro due giorni dal verificarsi della malattia, dovrà inviare copia del certificato al datore di lavoro.

Con l’invio del certificato medico vengono avviate dal nuovo Polo Unico Inps le procedure relative alle visite fiscali.

Dopo aver chiarito quali sono gli orari per i controlli medici, quali le fasce di reperibilità per dipendenti pubblici o privati, facciamo il punto sulle sanzioni in caso di assenza dall’indirizzo di residenza durante gli orari della visita fiscale.

Visite fiscali 2019: sanzioni

Per il lavoratore che si assenta da lavoro in caso di malattia e, qualora non risultasse reperibile presso l’indirizzo indicato nel caso di visita fiscale durante le fasce di reperibilità, è prevista l’applicazione di sanzione per assenza ingiustificata.

In caso di assenza e di non reperibilità durante le fasce orarie previste per le visite fiscali, secondo regole diverse per dipendenti pubblici o privati, o nel caso di impossibilità per il medico di accesso o di controllo, al lavoratore viene decurtata una parte dello stipendio.

Le sanzioni per assenza durante gli orari visite fiscali sono le seguenti:

  • 100% della decurtazione della retribuzione per i primi 10 giorni di patologia;
  • 50% per le successive giornate.

I lavoratori assenti dall’indirizzo indicato per le visite fiscali possono comunque presentare, entro 15 giorni dalla notificata sanzione, una giustificazione valida per l’assenza immotivata.

Infatti, nonostante sia stabilito l’obbligo di reperibilità per il lavoratore nelle fasce orarie precedentemente indicate, sono previsti alcuni casi di esenzione. Vediamo quali.

Comunicazione assenza visita fiscale

Il dipendente pubblico, in caso di assenza dal proprio domicilio durante gli orari della visita fiscale, è obbligato ad avvisare la propria amministrazione.

La comunicazione di assenza dal domicilio (ad esempio per una visita o per altri giustificati motivi) sarà poi trasmessa dall’ufficio della PA all’INPS in maniera tempestiva, per escludere la visita fiscale nei confronti del dipendente.

Ulteriori dettagli in merito sono contenuti nel messaggio INPS che di seguito si allega:

INPS – messaggio numero 1399 del 29 marzo 2018Polo Unico per le visite fiscali. Riepilogo e aggiornamento delle disposizioni vigenti

Esenzioni visite fiscali

Le regole Inps sulle visite fiscali 2019 prevedono casi di esenzione dall’obbligo di reperibilità. In alcuni casi, al lavoratore è concesso allontanarsi da casa anche durante le fasce di reperibilità.

L’assenza deve però essere comunicata al datore di lavoro, giustificata e non deve compromettere lo stato di salute e la guarigione del lavoratore.

Per i dipendenti del settore pubblico o privato sono previste esenzioni dalle visite fiscali nei seguenti casi:

  • assenza dovuta a forza maggiore;
  • situazioni che hanno reso necessaria l’immediata presenza del lavoratore altrove;
  • visite, prestazioni e accertamenti specialistici contemporanei alla visita fiscale.

Alcuni esempi, confermati da prassi e giurisprudenza, di giustificata assenza dal proprio domicilio durante le fasce di reperibilità per le visite fiscali sono:

  • visite mediche presso il proprio medito curante, quando risulti impossibile effettuarle fuori dalle fasce di reperibilità;
  • necessità di iniezioni per trattamenti legati alla causa di presentazione del certificato medico a lavoro;
  • ritiro di radiografie collegate al certificato medico;
  • cure dentistiche urgenti;
  • necessità di recarsi in farmacia.

Ma in base alla legge e a casi più volte ammessi dalla giurisprudenza è possibile assentarsi da casa dopo aver presentato il certificato medico anche in casi non strettamente legati alla malattia:

  • attività di volontariato che non pregiudichino lo stato di salute indicato nel certificato medico presentato a lavoro;
  • visita a parenti in ospedale, se l’orario di visita coincide con le fasce di reperibilità per le visite fiscali.

In casi di gravi patologie è previsto l’esonero dalle visite fiscali per chi presenta certificato medico di lavoro.

Recentemente l’INPS ha fornito alcuni importanti chiarimenti sull’esonero dalle visite fiscali che riguardano nello specifico l’indicazione del codice Eall’interno del certificato medico.

Visite fiscali 2019: il codice E non serve per l’esonero

Una delle convinzioni più comuni sulle visite fiscali è che con l’indicazione del codice E nel certificato il lavoratore sia esonerato dai controlli dell’INPS durante le fasce di reperibilità.

La smentita è tuttavia arrivata dall’Istituto che ha chiarito che il codice E sui certificati non ha finalità di esenzione ma serve ad uso interno dell’Istituto.

L’esenzione dalle visite fiscali riguarda soltanto la reperibilità e non il controllo. Questo significa quindi che il controllo concordato sarà sempre possibile.
Quello che il medico curante certificatore può applicare quindi non è l’esonero totale dalle visite fiscali, ma solo le agevolazioni previste dalla normativa vigente in merito alle esclusioni dall’obbligo di rispettare le fasce di reperibilità.

Il codice E quindi non serve a segnalare l’esonero dalle visite fiscali ma è utilizzato durante la disamina dei certificati pervenuti per esprimere le opportune decisionalità tecnico-professionali, secondo precise disposizioni centralmente impartite in merito alle malattie gravissime.

Pertanto, anche in caso di annotazione nel certificato del codice E il lavoratore in malattia non è esonerato né dai controlli INPS né dall’obbligo di reperibilità nelle due diverse fasce mattutine e pomeridiane previste per i dipendenti pubblici e privati.

Distratto dal cellulare o lontano dalle strisce: ecco quando il pedone risponde del sinistro

Il pedone non ha sempre ragione. Lo ha stabilito la giurisprudenza che negli ultimi tempi ha allargato le maglie della responsabilità di chi attraversa senza guardare per parlare al cellulare o lontano dalle strisce pedonali. Tutti comportamenti che contribuiscono a causare gli incidenti e ad attenuare, fino ad annullare, la colpa dei conducenti. La regola è che in caso di investimento del pedone grava su chi guida una presunzione di responsabilità in base all’articolo 2054 del codice civile. Nel caso, invece, in cui il comportamento del pedone sia stato imprevedibile e anomalo è possibile provare il concorso di colpa o addirittura la responsabilità esclusiva dell’investito.

I giudici, chiamati a valutare e quantificare le responsabilità, devono partire dal presupposto che la colpa del conducente sia pari al 100% per poi accertare in concreto la responsabilità del pedone e ridurre progressivamente la percentuale di colpa presunta a carico del conducente via via che emergono circostanze rilevanti che hanno avuto un’incidenza causale importante nell’impatto. È sempre onere del conducente dimostrare che la condotta del pedone è stata colposa e ha avuto conseguenze dirette nel determinare il sinistro.

Così a Trieste si è verificato il primo caso di una donna investita per aver attraversato la strada senza guardare perché intenta a parlare al cellulare. Per il giudice, tanto basta per farle assumere l’80% della responsabilità dell’impatto, trattandosi di una condotta in totale disprezzo delle normali regole di prudenza (Tribunale di Trieste, sentenza 380 del 7 giugno 2019).

Nelle vicinanze di un’area di servizio in provincia di Ferrara è capitato invece che due uomini abbiano attraversato la strada di notte, sotto la pioggia, con abiti scuri e in evidente stato di ubriachezza. In questo caso la responsabilità esclusiva del sinistro è stata addebitata ai pedoni imprudenti, colpevoli di aver sottostimato il rischio dell’attraversamento (Corte d’appello di Milano, sentenza 2547 dell’11 giugno 2019).

Tra i parametri presi in considerazione dai giudici per misurare la colpa del pedone ci sono la sua distanza dalle strisce, la velocità di marcia e in generale la visibilità da parte del conducente. Attraversare a pochi metri dalle strisce pedonali è una condotta ritenuta prevedibile che non esonera il conducente dall’usare la normale diligenza nella guida (Tribunale di Roma, sentenza 21613 del 9 novembre 2018). Se invece il pedone sopraggiunge all’improvviso, fuori dalle strisce, la responsabilità del conducente potrebbe essere notevolmente ridimensionata (Cassazione, sentenza 2241 del 28 gennaio 2019). Invece non basta a escludere la responsabilità dell’automobilista il fatto che l’investito cammini di notte fuori dal marciapiede. Se il pedone marcia in direzione opposta a quella del transito dei mezzi, come previsto dal Codice della strada, resta la responsabilità esclusiva dell’automobile che lo investe (Corte d’appello di Roma, sentenza 5680 del 14 settembre 2018).

Il conducente si salva del tutto se riesce a dimostrare che il comportamento del pedone è stato così inatteso e repentino da non consentirgli di adottare la manovra che avrebbe potuto impedirne l’investimento. Come nel caso del pedone che attraversa l’incrocio di corsa con il semaforo rosso. Per i giudici l’impossibilità dell’automobilista di evitare la collisione è oggettiva, con conseguente esonero di responsabilità a suo carico (Tribunale di Ravenna, sentenza 464 dell’11 maggio 2017).

In generale, l’articolo 190 del Codice della strada impone ai pedoni di attraversare la carreggiata servendosi degli attraversamenti pedonali, dei sottopassaggi e dei soprappassaggi e, quando questi non esistono – o distano più di cento metri – di attraversare la carreggiata solo in senso perpendicolare, con l’attenzione necessaria a evitare situazioni di pericolo per sé o per altri e, comunque, a dare la precedenza ai conducenti. Non risponde allora dei danni l’automobilista che investe la signora finita in mezzo alla strada per inseguire il proprio cane sfuggito al guinzaglio (Tribunale di Roma, sentenza 18769 del 3 ottobre 2018).

Paga interamente i danni invece il conducente che investe il pedone perché improvvisamente abbagliato dal sole. Guidare con la luce di fronte alla propria direzione di marcia riduce drasticamente il campo visivo e deve indurre a tenere una condotta ancora più prudente (Tribunale di Gela, sentenza 230 del 7 maggio 2019).

730/2019: 23 luglio ultimo termine per l’invio

Martedì 23 luglio, fra due settimane, scade il termine ultimo la presentazione della dichiarazione dei redditi tramite il modello 730/2019 e della busta contenente la scelta della destinazione dell’8, del 5 e del 2 per mille (mod. 730/1) da parte

  • dei contribuenti che provvedono direttamente all’invio utilizzando le credenziali di accesso ai servizi telematici dell’Agenzia delle entrate
  • dei contribuenti che si rivolgono a un Caf o a un professionista.

Pertanto entro tale data, Caf e professionisti abilitati devono trasmettere, in via telematica, all’Agenzia delle entrate:

  • le dichiarazioni elaborate,
  • i prospetti di liquidazione (mod. 730-3),
  • il risultato contabile (mod. 730-4)
  • le buste con le schede per la destinazione dell’otto, del cinque e del due per mille dell’Irpef, relativi ai modelli 730/2019 presentati dai contribuenti dal 1° al 23 luglio 2019.

Inoltre, devono rilasciare al contribuente la copia della dichiarazione elaborata e il relativo prospetto di liquidazione.

Cedolare secca: nessuna sanzione per mancata comunicazione proroga

Abrogato l’obbligo di comunicare la proroga della cedolare secca e la relativa sanzione che prevedeva, in caso di mancata presentazione della comunicazione della proroga o della risoluzione del contratto di locazione “in cedolare secca”, entro trenta giorni dal verificarsi dell’evento, l’applicazione della sanzione pari a euro 100, ridotta a euro 50 se la comunicazione veniva  presentata con ritardo non superiore a trenta giorni.

E’ questa una delle semplificazioni contenute nel cd Decreto Crescita, che in sede di conversione in legge, ha introdotto l’articolo 3-bis.

Attenzione però: in ogni caso l’omessa o tardiva presentazione della comunicazione della proroga del contratto non comporta la revoca dell’opzione già esercitata in sede di registrazione del contratto, ovvero nelle annualità successive, se il contribuente tiene un comportamento coerente con la volontà di mantenere l’opzione per tale regime:

  • effettuando i relativi versamenti
  • dichiarando i redditi da cedolare secca nello specifico quadro della dichiarazione dei redditi.

Infine, per coprire le mancate entrate dovute all’eliminazione della sanzione, il comma 2 stabilisce che non saranno più stampati e distribuiti presso gli uffici comunali i modelli di dichiarazione.

AGEVOLAZIONI FISCALI SPESE SANITARIE: AGGIORNATA LA GUIDA DELL’AGENZIA DELLE ENTRATE

Una panoramica sulle prestazioni mediche, farmaci, medicinali e altri prodotti per i quali è possibile indicare nella dichiarazione dei redditi gli importi pagati e usufruire delle riduzioni Irpef

Aspetti generali
La guida ricorda, anzitutto, le regole generali per poter “scaricare” gli importi spesi nel proprio “modello 730”, o in “Redditi Pf”. Tra queste, il principio secondo il quale è possibile riportare nella dichiarazione dei redditi solo le spese rimaste effettivamente a carico di chi le sostiene e nel limite dell’imposta lorda annua. Gli importi eccedenti, infatti, non si possono mai chiedere a rimborso né utilizzare in periodi d’imposta successivi.
Per la verifica del sostenimento della spesa, i documenti rilevanti sono costituiti soltanto dalle fatture, dalle ricevute fiscali e dagli scontrini “parlanti”. Il contribuente, pertanto, non è tenuto a mostrare la prova del pagamento.
La detrazione è riconosciuta anche se la spesa è sostenuta nell’interesse di un familiare fiscalmente a carico e, in alcune circostanze, nell’interesse di familiari non a carico, come nel caso delle spese sanitarie per patologie che danno diritto all’esenzione dal ticket sanitario.
Come evidenzia la guida, un familiare si considera fiscalmente a carico se ha un reddito complessivo uguale o inferiore a 2.840,51 euro, al lordo degli oneri deducibili. Dal 1° gennaio 2019 questo limite è aumentato a 4.000 euro per i figli di età non superiore a 24 anni.
Non è previsto, invece, un limite massimo di detraibilità ma la possibilità di ripartire la detrazione in quattro quote annuali di pari importo se l’ammontare annuo complessivo delle spese è superiore a 15.493,71 euro.
Stesso trattamento di quelle “italiane”, infine, per le spese mediche sostenute all’estero, se corredate di idonea documentazione dalla quale sia possibile ricavare le stesse indicazioni richieste per le spese sostenute in Italia.

L’elenco delle spese
È lunga la “lista” delle spese detraibili dall’Irpef contenuto nel terzo capitolo della pubblicazione: dalle visite specialistiche alle prestazioni chirurgiche e degenze ospedaliere, dalle analisi e indagini radioscopiche all’assistenza infermieristica e riabilitativa, dai farmaci e medicinali (anche omeopatici) all’acquisto o al noleggio dei dispositivi medici.
Alcune di queste spese si possono portare in detrazione anche senza prescrizione medica (per esempio, le prestazioni specialistiche rese da psicologi, psicoterapeuti, infermieri professionali), mentre altre si possono detrarre solo se accompagnate da idonea prescrizione, dalla quale risulti il collegamento tra prestazione e patologia (per esempio, quelle per i trattamenti di mesoterapia e ozonoterapia, per le prestazioni chiropratiche e per le cure termali).
Regole precise per detrarre le spese di acquisto o di noleggio dei dispositivi medici, tra i quali rientrano le “protesi”, a cominciare dalla necessità che la certificazione (scontrino fiscale o fattura) contenga la descrizione del prodotto acquistato e la persona che effettua la spesa. Niente scontrini e fatture, quindi, con la sola scritta “dispositivo medico”. Inoltre, per alcuni dispositivi è sufficiente conservare solo la documentazione dalla quale risulta che il prodotto acquistato ha la marcatura CE. Per altri, occorre che il dispositivo stesso riporti, oltre alla marcatura CE, anche la conformità ad alcune direttive europee (la 93/42/CEE, la 90/385/CEE e la 98/79/CE).

Interventi chirurgici e assistenza specifica
Precisazioni importanti, infine, per le spese direttamente inerenti un intervento chirurgico e per l’assistenza specifica.
Si considerano spese chirurgiche quelle relative a interventi chirurgici veri e propri, compresi quelli di piccola chirurgia, che possono essere eseguiti anche soltanto ambulatorialmente (day hospital) da parte di un medico chirurgo, con anestesia locale e senza necessità di alcuna degenza.
Sono detraibili anche le spese direttamente inerenti l’intervento, come quelle sostenute per l’anestesia, per l’acquisto del plasma sanguigno o del sangue necessario all’operazione, eccetera. Se le spese collegate a un intervento chirurgico sono certificate da più documenti, la detrazione spetta per l’intero importo pagato, a condizione che il collegamento delle diverse spese con l’intervento chirurgico si evinca dai documenti di spesa. Se questo collegamento non è evidente, è necessario che sia attestato dalla struttura sanitaria, mediante integrazione dei predetti documenti o una documentazione aggiuntiva.
Per quanto riguarda l’assistenza specifica, sono detraibili, anche senza una dettagliata prescrizione medica, le somme pagate agli infermieri professionali o al personale autorizzato a effettuare prestazioni sanitarie specialistiche (per esempio, prelievi per analisi, applicazioni con apparecchiature elettromedicali, esercizio di attività riabilitativa). Allo stesso modo, si possono portare in detrazione i compensi pagati a personale appartenente alle figure professionali elencate nel decreto interministeriale del 29 marzo 2001.

Imposta sostitutiva minimi e forfettari: scadenza saldo 2018 e acconto 2019

Imposta sostitutiva Irpef in scadenza anche per minimi e forfettari: anche chi rientra in un regime agevolato deve segnare in calendario la data del 30 settembre, termine ultimo per il versamento di saldo 2018 e acconto 2019. Per effetto della proroga, la data sostituisce nel calendario delle scadenze il canonico 1° luglio.

Tutte le regole da rispettare, le date da segnare in calendario e le istruzioni su come fare il calcolo per le partite Iva in regime dei minimi e per quelle che applicano il regime forfettario, che quest’anno può contare una platea molto più numerosa rispetto agli anni precedenti in seguito alle modifiche della Legge di Bilancio.

Chi rientra in un regime agevolato versa un’imposta sostitutiva delle imposte sui redditi, delle addizionali regionali e comunali e dell’IRAP: chi è titolare di partita IVA e rientra tra i minimi e forfettari per il versamento deve attenersi alle stesse regole che valgono per l’Irpef, tenendo conto di alcune specificità.

Quest’anno la scadenza delle imposte ha generato una serie di interrogativi: con questa dichiarazione dei redditi debuttano gli ISA, Indici Sintetici di Affidabilità fiscale, che sostituiscono gli studi di settore e possono essere decisivi per accedere a eventuali benefici. Dal Ministero dell’Economia e delle Finanze è arrivato l’annuncio di una proroga delle scadenze per il versamento delle imposte dal 1° al 22 luglio a causa del ritardo nel rilascio del software necessario per l’elaborazione e delle difficoltà che nascono dall’applicazione del nuovo meccanismo si concede più tempo. 
Poi è arrivato l’emendamento al Decreto Crescita, approvato il 27 giugno in via definitiva, che ha spostato la data a fine settembre.

Da questa prorogaminimi e forfettari sembravano esclusi, perché non coinvolti nel meccanismo degli Indici Sintetici di Affidabilità fiscale. Ma il 28 giugno è arrivato un comunicato stampa dell’Agenzia delle Entrate a chiarire i dubbi: il termine più lungo per procedere al versamento riguarda tutti i soggetti per cui sono stati approvati gli ISA, anche quelli che non li applicano.

Imposta sostitutiva minimi e forfettari in scadenza: come calcolare saldo 2018 e acconto 2019

Entro la scadenza fissata, i titolari di partita IVA che applicano un regime forfettario sono tenuti a pagare un’imposta sostitutiva del 15%, o del 5% per i primi 5 anni di attività, mentre quelli che applicano il regime dei minimi versano un’imposta sostitutiva del 5%.

Il calcolo dovrà essere effettuato con due modalità:

  • metodo storico: il calcolo dell’imposta si fa prendendo come riferimento l’imposta sostitutiva versata nell’anno precedente;
  • metodo previsionale: prevede il calcolo degli acconti Irpef sulla base di quanto si prevede di conseguire come reddito nell’anno in corso (quindi se per esempio il contribuente prevede di conseguire un reddito inferiore rispetto al periodo d’imposta precedente, allora gli acconti possono essere pagati in misura inferiore).

Il versamento dell’imposta sostitutiva dovrà essere effettuato con modello F24, inserendo i codici tributo di riferimento.

Regime dei minimi
VersamentoCodice tributo
Primo acconto1793
Secondo acconto o unica soluzione1794
Saldo dell’anno precedente1795
Regime forfettario
VersamentoCodice tributo
Primo acconto1790
Secondo acconto o unica soluzione1791
Saldo dell’anno precedente1792

Imposta sostitutiva minimi in scadenza: saldo 2018 e acconto 2019

Il regime dei minimi è stato abrogato dalla Legge di Stabilità 2016, ma rimane in vigore in via residuale fino al 35° anno di età del contribuente o comunque al 5° periodo d’imposta consecutivo.

I contribuenti che hanno applicato il regime dei minimi nel 2018 e continuano a farlo anche nel 2019 devono versare saldo e acconto dell’imposta sostitutiva del 5% entro la scadenza del 30 settembre nel rispetto delle regole che seguono:

  • per un importo inferiore a 51,65 euro l’acconto non è dovuto;
  • per un importo compreso tra 51,65 e 257,52 euro l’acconto deve essere pagato in un’unica soluzione entro il 2 dicembre 2019;
  • per un importo superiore a 257,52 euro occorre procedere al versamento in due rate:
  • primo acconto pari al 40% del 100% del saldo dovuto per l’anno precedente entro il 30 settembre 2019;
  • secondo acconto 60% entro 2 dicembre 2019.

Resta la possibilità di versare entro 30 giorni con una maggiorazione dello 0,40%.

Oltre al caso appena analizzato, bisogna considerare anche quelli in cui si è verificato un passaggio da un regime all’altro che necessita di specifiche accortezze da parte dei contribuenti. Ne distinguiamo due:

  • Contribuenti nel regime dei minimi nel 2018 che nel 2019 sono passati al regime ordinario: sono tenuti a versare l’acconto 2019 dell’imposta sostitutiva (codice tributo 1793) e dovranno indicare quanto versato nel quadro RN del mod. REDDITI 2020 PF;
  • Contribuenti nel regime dei minimi nel 2018 che nel 2019 sono passati al regime forfettario: i titolari di partita IVA che hanno applicato il regime dei minimi nel 2018, e nel 2019 sono transitati nel regime forfetario, devono versare l’acconto 2019 dell’imposta sostitutiva dei minimi – codice tributo 1793 – e dovranno indicare quanto versato nel quadro LM del modello Redditi 2020.

Imposta sostitutiva forfettari in scadenza: saldo 2018 e acconto 2019

titolari di partita IVA in regime forfettario nel 2018 e nel 2019 devono applicare le regole di calcolo e versamento di saldo 2018 e acconto dell’imposta sostitutiva del 15% previste ai fini Irpef, le stesse riportate per chi rientra nel regime dei minimi.

I contribuenti che, invece, sono passati nel 2019 al regime ordinario, sono tenuti a versare l’acconto 2019 dell’imposta sostitutiva utilizzando il codice tributo 1790 e indicando l’importo versato nel quadro RN del modello Redditi 2020.

Chi ha avviato un’attività nel 2019 non dovrà versare l’acconto di imposta 2019 perché manca la base di calcolo.