Author - Valentina

Contratto badante 24 ore su 24

E’ possibile assumere una badante h24 per assistere un anziano o una persona disabile?

Non è possibile stipulare un contratto con una sola badante per più di 54 ore settimanali.

Ci sono, però, due opzioni di contratto per chi ha bisogno di una badante giorno e notte, che dipendono dalle condizioni della persona da assistere e precisamente:

  1. L’assistito non ha bisogno di cure continue di notte e quindi la badante riesce comunque a dormire (viene chiamata magari 1 o due volte per notte):

In questo caso si consiglia un’assunzione di una badante convivente a 54 ore settimanali con orario di 10 ore dal lunedì al venerdì e 4 il sabato dove le ore indicate sono previste come diurne e la presenza della badante durante la notte è intesa solo come corresponsione dell’alloggio. Per questo motivo non vengono indicate ore notturne. Si parla infatti di fruizione in natura del vitto e dell’alloggio e non di obbligo di assistenza per tutta la notte.

Con questo tipo di contratto la badante ha diritto ad un giorno e mezzo di riposo, oltre alle 2 ore, normalmente dopo pranzo, previste per gli altri giorni. Per questo motivo la maggior parte delle badanti lavora dal lunedì fino al sabato alle 12 e poi si assenta per riposare fino alla domenica sera. C’è chi decide di rientrare per la notte del sabato e invece chi preferisce dormire dalla famiglia o in altra abitazione.

In tal caso, se i figli o altri familiari dell’assistito non riescono a coprire le ore di riposo della badante si dovrà assumere anche un’altra badante in sostituzione dei riposi, che dovrebbe lavorare con contratto di non convivenza (anche se di fatto gli viene dato in natura il vitto e l’alloggio se decide di dormire dall’assistito) dal sabato alle 12 fino alla sera della domenica. Per chi ha assunto la badante principale ad un livello CS (badante persona non autosufficiente) o DS (badante formata professionalmente per persona non autosufficiente) esistono dei contratti per sostituzione dei riposi con una paga sempre uguale anche per la domenica (gli importi orari si possono vedere cliccando qui nelle paghe non conviventi ) ovvero senza la maggiorazione per il lavoro nel giorno festivo. Per il livello BS (assistenza persone non autosufficienti) questo tipo di contratto particolare non esiste e si deve assumere una collaboratrice con un semplice contratto di non convivente pagandole le ore domenicali con la maggiorazione del 60%.

  1. La persona da assistere ha bisogno continuo di cure per tutta la notte e quindi la badante non riesce a riposare.

In questo caso assumere una collaboratrice con contratto normale di 54 ore settimanali come indicato nell’opzione precedente non è sufficiente, poichè una badante non può lavorare 24 ore su 24 senza dormire. Si dovrebbe fare, quindi, anche un’altra assunzione con contratto esclusivamente di assistenza notturna. Tale contratto prevede 54 ore settimanali: 9 ore dal lunedì al sabato con riposo la domenica notte. Per coprire però tutte le 24 ore è necessaria anche una persona per la metà del sabato e tutta la domenica assunta come non convivente ad ore, ma si consiglia, per evitare questo ulteriore costo, di chiedere alle due badanti di fare qualche giornata di lavoro straordinario magari alternandosi.

Oppure, sempre nel caso di bisogno di assistenza giorno e notte, nella prassi si concordano di assumere due badanti con contratto normale di convivenza non esclusivamente notturna, che poi si alternano, sia per coprire le ore di riposo giornaliere, sia per coprire le giornate di riposo. In questo modo i costi per il datore sono più bassi: è più costoso, infatti, avere un contratto di normale convivenza e uno esclusivamente notturno che due contratti di normale convivenza.

Si deve precisare, inoltre che, essendovi collaboratrici contemporaneamente, ognuna dovrebbe avere la propria camera personale.

I dati del modulo Isee? Comprendono tutta la famiglia anagrafica

Il quesito.Sono coniugata e ho la residenza insieme a mio figlio e mio marito nell’abitazione di proprietà dei miei genitori, in cui risiedono anche loro. Dunque, siamo tutti nello stesso stato di famiglia. Solo per il mio nucleo familiare – cioè quello composto da me, mio figlio e mio marito – vorrei fare il modulo Isee 2019. 
Mi viene chiesto di presentare una serie di documenti (dati di conti correnti, proprietà, eccetera) dei componenti del nucleo familiare. Poiché nella stessa abitazione risiedono due diversi nuclei familiari (il mio e quello dei miei genitori), nell’Isee dovrò mettere i dati di entrambi i nuclei o solo del mio? 

C.M. – Roma 

La risposta. Il nucleo familiare di riferimento è costituito, ai fini Isee (articolo 3 del Dpcm 159/2013, regolamento attuativo della riforma introdotta con l’articolo 5 del Dl 201/2011), dai soggetti che compongono la famiglia anagrafica alla data di presentazione della dichiarazione sostitutiva unica (Dsu), salvo deroghe esplicitamente normate al medesimo articolo, qui non ricorrenti.

La famiglia anagrafica è a sua volta definita dall’articolo 4 del Dpr 223/89 come un insieme di persone legate da vincoli di matrimonio, unione civile, parentela, affinità, adozione, tutela o da vincoli affettivi, coabitanti e aventi dimora abituale nello stesso Comune. 

Pertanto, nel caso in questione si ritiene che non ricorrano le condizioni per l’iscrizione di due distinti nuclei familiari coabitanti nella stessa abitazione (per tale motivo, l’ufficio anagrafe del Comune ha iscritto tutti i componenti nel medesimo stato di famiglia). Ai fini Isee, dunque, rileveranno redditi e patrimoni posseduti da tutti i componenti.

La pensione anticipata arriva 3 mesi dopo per chi svolge attività gravose

Per i lavoratori che svolgono un’attività “gravosa” la pensione quest’anno arriva tre mesi dopo rispetto all’anno scorso.

Una conseguenza probabilmente indesiderata dell’introduzione delle finestre mobili avvenuta con il decreto legge 4/2019 varato dal Governo per attutire gli effetti della riforma Fornero.

Secondo le regole previdenziali sono considerate gravose quindici attività che spaziano dagli operai dell’edilizia agli addetti non qualificati ai servizi di pulizia, dai facchini alle insegnanti degli asili. Per le persone che hanno raggiunto i 30 anni di contributi e hanno svolto queste attività per almeno 7 anni negli ultimi 10, la legge di bilancio 2018 (articolo 1, comma 147, della legge 205/2017) aveva già previsto l’esenzione dall’adeguamento dei requisiti della pensione di vecchiaia e anticipata nel biennio 2019-2020.

Di conseguenza quest’anno questi lavoratori sarebbero potuti andare in pensione di anticipata con 42 anni e 10 mesi di contributi, invece dei 43 anni e 3 mesi che sarebbero dovuti essere richiesti, in via generale, a tutti i lavoratori.

Il decreto legge 4/2019, in vigore dal 29 gennaio di quest’anno, da una parte ha “congelato” fino al 2026 incluso i requisiti in vigore l’anno scorso, quindi i 42 anni e 10 mesi per gli uomini, indipendentemente dall’attività svolta, ma dall’altra ha introdotto la finestra mobile di tre mesi. Ciò significa che dal momento in cui si matura il diritto alla pensione a quello in cui viene pagato il primo assegno, deve trascorrere un trimestre. In tale arco di tempo si può continuare a lavorare oppure smettere, rimanendo però senza stipendio e senza pensione.

Durante la fase di conversione in legge del decreto si era ipotizzata la cancellazione delle finestre per i lavoratori che svolgono le attività “gravose”, proprio per evitare che nel biennio 2019-2020 l’accesso alla pensione di fatto venisse posticipato rispetto a quanto previsto in precedenza. Possibilità però che non si è concretizzata.

Quindi quest’anno chi svolge attività gravose se non vuole rimanere per un trimestre senza entrate deve lavorare fino a raggiungere i 43 anni e 1 mese di contributi, invece dei 42 anni e 10 mesi che sarebbero stati sufficienti con le vecchie regole.

Il decreto legge 4/2019 non ha invece inciso sulla pensione di vecchiaia, per la quale non è prevista alcuna finestra e al contempo, per la generalità dei lavoratori, è scattato l’adeguamento alla speranza di vita, con un aumento di 5 mesi dell’età minima richiesta che è salita a 67 anni rispetto ai 66 anni e 7 mesi sufficienti l’anno scorso. Chi svolge attività gravose anche quest’anno va in pensione di vecchiaia con il requisito dell’anno scorso, quindi cinque mesi prima degli altri. 


Secondo le stime effettuate in occasione dell’approvazione della legge di bilancio 2018, la platea dei lavoratori interessati da questo ma anche da altri “sconti” sulla pensione (perché le attività gravose danno la possibilità di accedere anche ad altre agevolazioni previdenziali) sarebbe di circa 40mila persone.

Esenzione bollo auto, la sentenza che dà il via libera alle Regioni

Esenzione bollo auto, Regioni libere di scegliere. È la sentenza della Corte Costituzionale n. 122 del 20 maggio 2019 a dare il via libera a riduzioni ed agevolazioni ulteriori rispetto a quelle disposte dalle leggi statali.

Esenzione bollo auto con ampia libertà di scelta da parte delle Regioni.

La sentenza della Corte Costituzionale n. 122 del 20 maggio 2019 lascia spazio ad agevolazioni deliberate su base locale, una novità importante per la tassa automobilistica.

La decisione della Corte riguarda a dire il vero una questione opposta, ovvero l’introduzione da parte della Regione Emilia Romagna di requisiti ulteriori rispetto a quelli stabiliti su base statale per poter fruire dell’esenzione dal pagamento del bollo per le auto storiche (con anzianità di immatricolazione compresa tra i 20 ed i 30 anni).

L’esenzione, regolata dal comma 2 dell’art. 63 della legge n. 342 del 2000 (abrogato dal 1° gennaio 2015) si applicava ad auto e moto di particolare interesse storico e collezionistico, di età compresa tra i 20 ed i 30 anni, individuati dall’ASI e dalla FMI.

Nel ribadire che le Regioni non possono introdurre requisiti e condizioni restrittive rispetto alle norme statali, la sentenza della Corte Costituzionale lascia ampio spazio di manovra per esenzioni aggiuntive, nel rispetto del pareggio di Bilancio e senza ricadute sulle casse dello Stato.

La sentenza n. 122 del 20 maggio 2019 fissa quindi un punto fermo: le Regioni non possono aumentare la pressione fiscale oltre i limiti stabiliti dalle leggi statali ma, al contrario, hanno piena facoltà di stabilire nuove agevolazioni relative al bollo auto, in virtù della propria autonoma politica fiscale.

Corte Costituzionale – sentenza n. 122 del 20 maggio 2019Bollo auto: Regioni libere di introdurre esenzioni fiscali

Esenzione bollo auto, la sentenza della Corte Costituzionale che dà il via libera alle Regioni

La sentenza della Corte Costituzionale depositata il 20 maggio 2019 è destinata a far discutere, in chiave positiva.

Oggetto della controversia è la questione di illegittimità costituzionalerelativa alla legge della Regione Emilia Romagna n. 15/2012, all’articolo 7, comma 2, nella parte in cui prevede che per aver diritto all’esenzione dal pagamento del bollo per le auto storiche dal 1° gennaio 2013 era necessaria l’iscrizione in uno dei registri previsti dall’articolo 60 del decreto legislativo n. 285 del 1992.

Secondo quanto previsto dalla sentenza della Corte Costituzionale, si tratta di una norma restrittiva che riduce in maniera illegittima il perimetro dei soggetti beneficiari dell’esenzione dal pagamento del bollo auto.

La legge statale prevedeva infatti che l’esenzione si applicasse senza adempimenti ulteriori per tutte le auto e moto immatricolati tra i 20 ed i 30 anni e che rientrassero tra quelle individuate da ASI e FMI.

L’illegittimità costituzionale confermata dalla Corte riguarda esclusivamente la parte della norma regionale che introduce requisiti più stringenti per l’applicazione dell’esenzione. Al contrario,

“non riguarda, tuttavia, quella parte della norma regionale che amplia la portata dell’esenzione di cui all’art. 63, comma 2, della legge n. 342 del 2000, estendendola al più generale insieme dei veicoli di interesse storico o collezionistico sia pure alla condizione della sussistenza dei sopra richiamati requisiti.”

Nella parte in cui l’esenzione viene estesa, la Corte stabilisce che non si ritiene un superamento, da parte della norma regionale, del limite massimo di manovrabilità stabilito dal principio di coordinamento di cui al comma 2 dell’articolo 8 del decreto legislativo n. 68 del 2011.

Bollo auto, Regioni libere di attuare la propria politica fiscale

Il decreto legislativo sul federalismo regionale, in attuazione dell’articolo 119 della Costituzione, ha stabilito con l’articolo 8 che, fermi restando i limiti massimi di manovrabilità previsti dalla legislazione statale, le Regioni disciplinano direttamente la tassa automobilistica regionale.

La norma è richiamata dalla Corte Costituzionale che, nella storica sentenza del 20 maggio 2019, ricorda che:

“il legislatore ha attribuito alla tassa automobilistica una valenza differenziata, sia rispetto ai tributi propri autonomi (siano essi “originari” o, nei termini di cui sopra, “ceduti”), sia rispetto ai tributi propri derivati, configurandola come un tributo proprio derivato particolare, parzialmente “ceduto”, in quanto alle Regioni è riconosciuto un più ampio margine di autonoma disciplina, limitato dal vincolo, unidirezionale, di non superare il limite massimo di manovrabilità stabilito dalla legge statale.”

Il bollo auto, secondo le disposizioni di cui all’articolo 8, comma 2 del decreto legislativo sopra citato, rappresenta un “tertium genus” e le Regionisono libere di sviluppare una propria politica fiscale in merito che non alteri i presupposti strutturali del tributo.

In sostanza, senza superare i limiti massimi stabiliti dalla legge statale, ovvero senza aumentare la pressione fiscale, le Regioni possono differenziare le proprie scelte in ambito fiscale. Anche introducendo esenzioni, agevolazioni o addirittura abolendo il bollo auto.

Un autonomia che è tuttavia vincolata al rispetto del principio dell’equilibrio di bilancio (articolo 81 della Costituzione) e senza ricadute sulle finanze statali.

Fisco, errori formali: ecco quali si possono sanare

all’articolo 9, del decreto – legge 23 ottobre 2018, n. 119. Possono fruire della sanatoria tutti i contribuenti, a prescindere dall’attività svolta, dal regime contabile adottato e dalla natura giuridica. Essi possono regolarizzare infrazioni, inosservanze o omissioni aventi natura formale, commesse in materia di Iva, Irap, imposte dirette e relative addizionali, imposte sostitutive, ritenute alla fonte e crediti d’imposta. Possono, inoltre, avvalersi della sanatoria i sostituti d’imposta, gli intermediari e gli altri soggetti tenuti alla comunicazione di dati riguardanti operazioni fiscalmente rilevanti.

Errori formali sanabili
Si possono definire le irregolarità, le infrazioni e le inosservanze di obblighi o adempimenti di natura formale, commesse entro il 24 ottobre 2018, a condizione che le stesse non rilevino sulla determinazione della base imponibile, sulla liquidazione e sul pagamento dell’Iva, dell’Irap, delle imposte dirette e relative addizionali, delle imposte sostitutive, delle ritenute alla fonte e dei crediti d’imposta.

  • la presentazione di dichiarazioni annuali redatte non conformemente ai modelli approvati, tra cui sono comprese le dichiarazioni presentate tramite un ufficio postale da parte dei contribuenti obbligati alla presentazione per via telematica;
  • l’omessa o irregolare presentazione delle comunicazioni dei dati delle fatture emesse e ricevute, cosiddetto “spesometro”, o delle liquidazioni periodiche Iva;
  • l’omessa, irregolare o incompleta presentazione degli elenchi Intrastat;
  • l’omessa restituzione dei questionari inviati dall’agenzia delle Entrate o da altri soggetti autorizzati, o la restituzione dei questionari con risposte incomplete o non veritiere;
  • l’omissione, incompletezza o inesattezza delle dichiarazioni d’inizio, o variazione dell’attività;
  • l’anticipazione di ricavi o la posticipazione di costi in violazione del principio di competenza;
  • la tardiva trasmissione delle dichiarazioni da parte degli intermediari;
  • l’omessa o tardiva comunicazione dei dati al sistema tessera sanitaria;
  • l’omessa comunicazione della proroga o della risoluzione del contratto di locazione soggetto a cedolare secca;
  • la violazione degli obblighi inerenti alla documentazione e registrazione delle operazioni imponibili ai fini Iva, quando la violazione non ha inciso sulla corretta liquidazione del tributo;
  • la violazione degli obblighi inerenti alla documentazione e alla registrazione delle operazioni non imponibili, esenti o non soggette ad Iva, quando la violazione non rileva neppure ai fini della determinazione del reddito;
  • l’omesso esercizio dell’opzione nella dichiarazione annuale, sempre che si sia tenuto un comportamento concludente conforme al regime contabile o fiscale scelto.

Violazioni escluse dalla sanatoria
Sono escluse dalla sanatoria le violazioni sostanziali, cioè quelle violazioni che incidono sulla determinazione dell’imponibile, dell’imposta o sul pagamento del tributo. Sono, altresì, escluse le infrazioni, le inosservanze e le omissioni afferenti:
-atti divenuti definitivi alla data di entrata in vigore della legge di conversione del decreto-legge 119 del 2018, cioè al 19 dicembre 2018;
-atti pendenti al 19 dicembre 2018, ma divenuti definitivi, a seguito di pronuncia giurisdizionale, o per effetto di altre forme di definizione, anteriormente al versamento della prima rata dovuta per la sanatoria;
-atti di contestazione o irrogazione delle sanzioni emessi nell’ambito della procedura di collaborazione volontaria, cosiddetta voluntary disclosure;
-violazioni sugli obblighi di monitoraggio fiscale (compilazione del quadro RW) e quelle concernenti l’IVIE (imposta sul valore degli immobili all’estero) e l’IVAFE (imposta sul valore delle attività finanziarie all’estero).
La regolarizzazione, inoltre, non può riguardare le violazioni aventi ad oggetto omessi o tardivi pagamenti di imposte, e, più in generale, le violazioni riferibili al tributo aventi natura sostanziale.

Versamento e rimozione dell’errore
La sanatoria si perfeziona con il versamento delle somme dovute e la “rimozione delle irregolarità od omissioni”. Per fruire della definizione, il contribuente deve versare 200 euro per ciascun periodo d’imposta, suddiviso in due rate di pari importo, scadenti il 31 maggio 2019 e il 2 marzo 2020, o in un’unica soluzione entro il 31 maggio 2019. Il versamento si esegue con il modello F24, indicando il periodo d’imposta cui il versamento è riferito e il codice tributo (PF99), secondo le modalità indicate nella risoluzione 37/E del 21 marzo 2019. Nel modello F24 il contribuente deve indicare il periodo d’imposta che intende definire, tenuto conto che può scegliere quali e quanti periodi sanare. In particolare, per le violazioni commesse in sede di dichiarazione annuale, si deve fare riferimento al periodo d’imposta cui la dichiarazione si riferisce e non all’anno di presentazione della stessa. E’ esclusa la compensazione con i crediti spettanti al contribuente. La rimozione delle irregolarità od omissioni va fatta, al più tardi, entro il 2 marzo 2020 o entro 30 giorni dall’invito dell’ufficio. Così, ad esempio, se il contribuente riceve una lettera di compliance il 5 luglio 2019 con la segnalazione di una violazione formale relativa all’anno 2017, la stessa può essere rimossa al più tardi entro il 2 marzo 2020, purché entro il 31 maggio 2019 sia stata già versata la prima o unica rata per lo stesso anno. Se, invece, la lettera dell’ufficio viene ricevuta il 28 febbraio 2020, il contribuente ha a disposizione 30 giorni per rimuovere la violazione purché il versamento dei 200 euro per il 2017 sia stato fatto in tutto o in parte entro il 31 maggio 2019.

Detrazione spese intermediazione immobiliare nel modello 730/2019

Detrazione spese intermediazione immobiliare nel 730/2019: i contribuenti che hanno acquistato una casa, da adibire ad abitazione principale, e si sono affidati a un intermediario immobiliare, riconosciuto dalla legge numero 39 del 1989, hanno diritto a uno sconto Irpef del 19% sul compenso erogato, fino al limite massimo di 1.000 euro.

Dall’asilo nido alle visite specialistiche, passando per la retta per la mensa scolastica, ci sono una serie di costi che possono essere portati in detrazione al momento della dichiarazione dei redditi, tra gli altri anche le spese di intermediazione immobiliare danno diritto a una riduzione dell’imposta.

Per usufruirne è necessario, è necessario compilare correttamente il modello 730/2019 seguendo le istruzioni dell’Agenzia delle Entrate e rispettando le condizioni stabilite dall’articolo 15 del Testo Unico delle Imposte sui Redditi.

Detrazione spese intermediazione immobiliare fino a 1.000 euro nel modello 730/2019

Chi ha acquistato un’abitazione nel corso del 2018 e si è servito di un’agenzia immobiliare può usufruire della detrazione del 19% sulle spese di intermediazione fino a un massimo di 1.000 euro.

Il requisito fondamentale per usufruirne è che l’immobile acquistato diventi l’abitazione principale del contribuente, ovvero quella in cui dimora abitualmente insieme ai suoi familiari.

Il contribuente, dunque, deve inserirla nei registri anagrafici o deve produrre un’autocertificazione per indicarla come tale.

Per poter portare in detrazione i costi delle spese di intermediazione immobiliare, la l’immobile acquistato deve essere adibito ad abitazione principale entro lo stesso termine previsto per la detrazione degli interessi passivi su mutui stipulati per la stessa e, quindi, di regola entro un anno precedente o successivo alla data della stipulazione del contratto di mutuo.

Detrazione spese intermediazione immobiliare nel modello 730/2019: chi può beneficiarne

Gli acquirenti dell’immobile hanno diritto all’agevolazione sulle spese di intermediazione immobiliare, a patto che il relativo importo sia indicato nell’atto di cessione dell’immobile.

L’art. 35, comma 22, del DL n. 223 del 2006 dispone che all’atto della cessione dell’immobile, anche se assoggettata ad IVA, le parti hanno l’obbligo di rendere apposita dichiarazione sostitutiva di atto di notorietàindicando le modalità di pagamento del corrispettivo.

Ciascuna delle parti ha l’obbligo di dichiarare:

  • se si è avvalsa di un mediatore e, nell’ipotesi affermativa, di fornire i dati identificativi del titolare, se persona fisica, o la denominazione, la ragione sociale ed i dati identificativi del legale rappresentante, se soggetto diverso da persona fisica, ovvero del mediatore non legale rappresentante che ha operato per la stessa società;
  • il codice fiscale o la partita IVA;
  • il numero di iscrizione al ruolo degli agenti di affari in mediazione e della Camera di commercio, industria, artigianato e agricoltura di riferimento per il titolare ovvero per il legale rappresentante o mediatore che ha operato per la stessa società;
  • l’ammontare della spesa sostenuta per tale attività e le analitiche modalità di pagamento della stessa.

Se l’unità immobiliare è acquistata da più persone, la detrazione, nel limite di 1.000 euro, va ripartita tra i comproprietari in base alla percentuale di proprietà.

L’agevolazione non spetta, invece, se le spese sono state sostenute nell’interesse di un familiare a carico.

Sono esclusi dal beneficio anche i contribuenti che vendono l’abitazione: anche se si affidano a un’agenzia immobiliare e sostengono delle spese, non possono usufruire dello sconto Irpef.

Detrazione spese intermediazione immobiliare: come compilare il 730/2019 e i documenti da conservare

I contribuenti che hanno diritto ad accedere alla detrazione Irpef del 19% sulle spese di intermediazione immobiliare sostenute nel 2018, fino a un importo massimo di 1.000 euro, seguendo le istruzioni dell’Agenzia delle Entrate nella compilazione del modello 730/2019.

Lo spazio dedicato a detrazioni e deduzioni è il “quadro E”, più in particolare in questo caso bisogna far riferimento ai righi da “E8 a E10 – Altre spese”, nei quali vanno inseriti i dati che seguono:

  • nella colonna 1, il codice “17” che identifica i compensi pagati a soggetti di intermediazione immobiliare;
  • nella colonna 2, i costi sostenuti.

L’importo deve comprendere le spese indicate nella sezione “Oneri detraibili”della Certificazione Unica con il codice onere 17.

I contribuenti che beneficiano della detrazione del 19% per le spese di intermediazione immobiliare devono conservare la documentazione che segue:

  • fattura rilasciata dall’intermediario immobiliare;
  • preliminare registrato;
  • atto di compravendita da cui risultino i requisiti previsti dalla legge n. 296 del 2006
  • autocertificazione attestante che l’immobile è destinato ad abitazione principale.

Con la circolare numero 20 del 2011, l’Agenzia delle Entrate ha chiarito alcuni aspetti sui documenti necessari per la detrazione sulle spese di intermediazione immobiliare:

  • non spetta se la fattura rilasciata dall’intermediario immobiliare è intestata ad un soggetto non proprietario;
  • nel caso in cui la fattura è intestata ad un solo proprietario ma l’immobile è in comproprietà, al fine di ammettere pro-quota alla detrazione anche il comproprietario che non è indicato nella fattura, sarà necessario integrare il documento con i dati anagrafici del comproprietario mancante;
  • se la fattura è intestata al proprietario dell’immobile e ad un altro soggetto non proprietario, per consentire la detrazione dell’intero importo all’unico proprietario, è necessario che in fattura venga specificato (o integrato) che l’onere è stato sostenuto solo da quest’ultimo.

Nuovo modello RLI obbligatorio dal 20 maggio 2019: istruzioni AdE

Nuovo modello RLI obbligatorio dal 20 maggio 2019: ecco il nuovo modulo pubblicato dall’Agenzia delle Entrate e le istruzioni per la registrazione del contratto d’affitto e per gli adempimenti successivi.

Modello RLI, nuovo modulo obbligatorio da ieri, 20 maggio 2019.

Dopo il periodo transitorio che ha consentito di utilizzare sia la nuova che la precedente modulistica, sarà ora necessario utilizzare il nuovo modello RLIpubblicato lo scorso 19 marzo 2019.

Con il provvedimento pubblicato dall’Agenzia delle Entrate il 19 marzo è stato aggiornato il modulo da utilizzare per la registrazione dei contratti d’affitto e per gli adempimenti successivi nonché le relative istruzioni per la compilazione.

Il motivo è stato la necessità di inserire nel nuovo modello RLI la possibilità di esercitare l’opzione per la cedolare secca anche per l’affitto di negozi e locali commerciali.

Vi è stato un periodo transitorio, dal 20 marzo e per i successivi due mesi, durante il quale i contribuenti hanno potuto utilizzare sia il modello RLI approvato nel 2017 che il nuovo modulo aggiornato dall’Agenzia delle Entrate con il provvedimento del 19 marzo.

Dal 20 maggio 2019 bisognerà utilizzare esclusivamente il nuovo modulo che si allega di seguito con le relative istruzioni.

Nuovo modello RLI 2019 e istruzioni: spazio alla cedolare secca affitti commerciali

Alla base dell’aggiornamento del modello RLI per la registrazione dei contratti di locazione stipulati nel 2019 vi è fondamentalmente la necessità di consentire l’adesione al regime della cedolare secca anche per negozi e locali commerciali.

In precedenza, per tali categorie di affitti, l’esercizio dell’opzione per la tassazione sostitutiva del 21% era possibile soltanto recandosi fisicamente presso gli Uffici dell’Agenzia delle Entrate.

La procedura telematica è stata estesa anche alle locazioni di locali commerciali. È questa la principale novità contenuta nel nuovo modello RLI e nelle relative istruzioni aggiornate dall’Agenzia delle Entrate con il provvedimento del 19 marzo 2019.

Prima di analizzarle, si allega di seguito il provvedimento pubblicato dalle Entrate, con il nuovo modello RLI per la registrazione ed adempimenti successivi relativi a contratti di locazione ed affitto di immobili, obbligatorio a partire dal 20 maggio 2019.

Modello RLI 2019Clicca per scaricare il nuovo modello RLI pubblicato dall’Agenzia delle Entrate con il provvedimento del 19 marzo 2019

Istruzioni modello RLI locazioni 2019Clicca per scaricare le istruzioni pubblicate dall’Agenzia delle Entrate in allegato al provvedimento del 19 marzo 2019

Agenzia delle Entrate – provvedimento del 19 marzo 2019Approvazione del modello per la “Richiesta di registrazione e adempimenti successivi – contratti di locazione e affitto di immobili” (modello RLI), delle relative istruzioni e delle specifiche tecniche per la trasmissione telematica

Con lo stesso provvedimento sono state pubblicate anche le specifiche tecniche per l’invio telematico.

Nuovo modello RLI 2019: cedolare secca affitti commerciali nel quadro D

Sarà nel quadro D del modello RLI 2019 che, sia per la registrazione di contratti di locazione ad uso abitativo che per gli immobili di categoria catastale C1, sarà possibile esercitare l’opzione per la tassazione con cedolare secca.

La cedolare secca per gli affitti commerciali, ricordiamo, è possibile soltanto qualora oggetto della locazione siano unità immobiliari di categoria catastale C\1, di superficie fino a 600 metri quadrati (qui le regole nel dettaglio)

Così come indicato dalle istruzioni pubblicate dall’Agenzia delle Entrate, bisognerà indicare in questo quadro il numero d’ordine dell’immobile e del locatore, la relativa quota di possesso e barrare la casella dedicata alla scelta dell’opzione per la cedolare secca (“SI” in caso di adesione, “NO” in caso di non adesione o revoca).

Per ogni immobile sarà necessario compilare nel modello RLI un numero di righi pari al numero dei proprietari dell’immobile che figurano come locatore.

L’opzione per la tassazione a cedolare secca potrà essere esercitata in sede di registrazione del contratto ovvero in caso di proroga o annualità successiva entro il termine di versamento dell’imposta di registro.

Il locatore è vincolato all’applicazione della cedolare secca per l’intera durata del contratto o della proroga oppure, in caso di opzione esercitata a partire dagli anni successivi al primo, per la durata restante del contratto. Il locatore ha facoltà di revocare l’opzione in ciascuna annualità successiva a quella in cui è stata esercitata.

La revoca, ricorda inoltre l’Agenzia delle Entrate, deve essere effettuata entro il termine previsto per il pagamento dell’imposta di registro relativa all’annualità di riferimento e obbliga al versamento della stessa imposta.

Modello RLI: cedolare secca previa preventiva comunicazione al conduttore

Con una nota pubblicata tra istruzioni dell’Agenzia delle Entrate per la compilazione del modello RLI 2019, viene ricordato che l’opzione per la tassazione a cedolare secca dovrà essere preventivamente comunicata al conduttore.

La comunicazione dovrà essere effettuata mediante lettera raccomandata, all’interno della quale l’affittuario rinuncia ad esercitare la facoltà di richiedere l’aggiornamento del canone pattuito.

Nuovo modello RLI 2019: periodo transitorio fino al 20 maggio

Sebbene il nuovo modello RLI abbia sostituto già dal 20 marzo il precedente modulo, approvato dall’Agenzia delle Entrate con provvedimento del 15 giugno 2017, è stato previsto un periodo transitorio di due mesi.

Per le registrazioni di contratti effettuate fino al 19 maggio era possibile utilizzare ambedue i modelli. A partire dal 20 maggio, invece, il “vecchio RLI” ha lasciato definitivamente il posto al nuovo modulo obbligatorio.

Detrazione abbonamento autobus e mezzi pubblici nel 730

Modello 730/2019: detrazione abbonamento autobus e mezzi di trasporto.

I contribuenti titolari di abbonamenti a bus, metro o treni relativi al 2018 potranno indicare in dichiarazione dei redditi la spesa sostenuta e fruire del rimborso Irpef del 19% entro specifici limiti che analizzeremo di seguito.

A reintrodurre la detrazione per gli abbonamenti di bus, metro, tram e treni è stata la Legge di Bilancio 2018 ed è proprio a partire dalle spese per gli abbonamenti sostenute dallo scorso 1° gennaio che sarà possibile fruire del bonus Irpef.

Si potrà portare in detrazione l’abbonamento non solo in relazione alla spesa sostenuta direttamente ma anche per i familiari a carico, tra cui figli e moglie, con la possibilità di beneficiare di uno sconto fiscale pari al 19% ed entro il limite di 250 euro di spesa.

Le istruzioni dettagliate sono contenute nelle regole di compilazione del modello 730/2019, che dovrà essere presentato entro il 23 luglio 2019.

Vediamo di seguito come funziona e chi ha diritto alla detrazione per gli abbonamenti dei mezzi pubblici e qual è l’importo dello sconto previsto dal bonus.

Detrazione abbonamento mezzi pubblici nel 730/2019

La detrazione degli abbonamenti dei mezzi pubblici introdotta dalla Legge di Bilancio 2018 consente di beneficiare, presentando il modello 730/2019 o la dichiarazione dei redditi con modello Unico, di uno sconto fiscale pari al 19% e per un importo massimo detraibile di 250 euro.

La novità introdotta dalla scorsa Legge di Bilancio non fa riferimento a specifiche categorie di mezzi pubblici e, pertanto, il bonus fiscale sarà richiedibile per tutti gli abbonamenti ai mezzi di trasporto, come bus, metro, treni regionali e interregionali o ad alta velocità e via di seguito.

Lo sconto verrà riconosciuto in detrazione fiscale Irpef sulle imposte dovute e dovrà quindi esser richiesto in sede di compilazione della dichiarazione dei redditi.

All’interno del modello 730 le spese sostenute dovranno essere indicate nel rigo da E8 a E10 utilizzando il codice spesa 40. Per quanto riguarda le istruzioni del modello Redditi si attende ancora la pubblicazione dell’apposito provvedimento da parte dell’Agenzia delle Entrate.

Detrazione abbonamento bus, metro e treni 2019: ecco l’importo dello sconto

Come anticipato, con l’introduzione della detrazione per gli abbonamenti ai mezzi pubblici, i contribuenti avranno diritto ad una detrazione fiscale di un massimo del 19% su 250 euro di spesa sostenuta a partire dal 1° gennaio 2018.

In sostanza, lo sconto che si potrà richiedere in detrazione sull’Irpef con il modello 730/2019 o con il modello Redditi, sarà di massimo 48 euro circa, con la possibilità di richiederlo anche per familiari, coniuge e figli a carico.

Con l’obiettivo di incentivare la mobilità sostenibile, la Legge di Bilancio 2018 ha inoltre introdotto la possibilità, per i datori di lavoro, di portare in deduzione totale le somme erogate a titolo di rimborso per i propri dipendenti pendolari e per i familiari.

L’importo che bisognerà indicare in dichiarazione dei redditi deve comprendere le spese indicate nella sezione “Oneri detraibili” (punti da 341 a 352) della Certificazione Unica con il codice onere 40.

Così come chiarito dall’Agenzia delle Entrate, non possono essere indicate le spese sostenute nel 2018 che nello stesso anno sono state rimborsate dal datore di lavoro in sostituzione delle retribuzioni premiali e indicate nella sezione “Rimborsi di beni e servizi non soggetti a tassazione – art. 51 Tuir” (punti da 701 a 706) della Certificazione Unica con il codice onere 40.

Deduzione totale rimborso abbonamenti per i datori di lavoro

Nel testo della Legge di Bilancio 2018 si legge che a partire dal 1° gennaio le agevolazioni riguardano anche per i datori di lavoro.

Le spese sostenute dalle aziende per il rimborso dei titoli di viaggio acquistati dai lavoratori e familiari non concorreranno alla formazione del reddito da lavoro dipendente, inserendo la nuova agevolazione al comma 2 dell’art. 51 del TUIR.

I datori di lavoro potranno dunque portare l’importo di spesa sostenuto per rimborsare i lavoratori pendolari in deduzione totale, in quanto inclusi nei costi sostenuti per l’esercizio della propria attività d’impresa.

Modello 730/2019 congiunto: come fare, vantaggi e istruzioni

Modello 730/2019 congiunto: come si presenta e chi può inviare un’unica dichiarazione dei redditi?

A fornire le istruzioni su quando si può fare il 730 congiunto è l’Agenzia delle Entrate. In linea generale tale possibilità riguarda coniugi e persone unite civilmente,

Per congiungere i due modelli di dichiarazione dei redditi bisognerà indicare come “dichiarante”, nel frontespizio del modello, il coniuge che ha come sostituto d’imposta il soggetto al quale viene presentata la dichiarazione, oppure quello scelto per effettuare i conguagli d’imposta negli altri casi.

Allo stesso modo, per chi presenta il modello 730 precompilato 2019 sarà possibile unire le due dichiarazioni in sede di invio, seguendo alcuni semplici passaggi riportati nelle istruzioni dell’Agenzia delle Entrate.

Quando si può presentare la dichiarazione dei redditi modello 730/2019 in forma congiunta e quali sono i dati da indicare e le informazioni da inserire? Di seguito alcuni chiarimenti e una guida con tutte le istruzioni necessarie.

Modello 730 2019 congiunto: chi può presentarlo e istruzioni

Per poter presentare la dichiarazione dei redditi congiunta almeno uno dei coniugi o uniti civilmente dovrà essere in possesso dei requisiti necessari per la presentazione del modello 730/2019.

In questi casi, tutti possono decidere di presentare la dichiarazione dei redditi insieme, inviando un unico modello 730.

I soggetti che possono presentare il 730 precompilato o ordinario congiunto sono:

  • coniugi;
  • uniti civilmente (Legge Cirinnà).

Non potranno presentare la dichiarazione dei redditi in forma congiunta le coppie conviventi, ovvero non sposati o non uniti civilmente.

Non è l’unico caso in cui non si può presentare la dichiarazione dei redditi modello 730 congiunto. Secondo quanto previsto, sono esclusi da questa possibilità i seguenti soggetti:

  • quando si presenta il modello 730 per conto di persone incapaci e minori;
  • quando si sceglie – o si è obbligati – a presentare la dichiarazione modello Redditi Persone Fisiche (ex modello Unico);
  • quando si verifica il decesso del coniuge prima della presentazione della dichiarazione dei redditi.

Come presentare il modello 730 congiunto 2019

La dichiarazione dei redditi congiunta può essere presentata compilando e indicando le informazioni richieste nel modello 730/2019 dai soggetti sopra indicati tramite Agenzia delle Entrate, Poste Italiane o richiedendo la consulenza di intermediari abilitati o Caf.

Per presentare il 730 in forma congiunta è necessario indicare la propria scelta sul frontespizio del modello.

Il coniuge dichiarante dovrà barrare le caselle:

  • Dichiarante;
  • Dichiarazione congiunta.

L’altro coniuge, invece, dovrà soltanto barrare la seconda casella.

Non si tratta dell’unico adempimento necessario: ai fini dei rimborsi fiscali e delle detrazioni, nella dichiarazione dei redditi congiunta i coniugi dovranno indicare il sostituto d’imposta che dovrà erogarli e il Caf o il commercialista presso cui è stato presentato il modello 730/2019.

Modello 730 precompilato congiunto

Anche chi invia il modello 730/2019 precompilato può effettuare la dichiarazione in forma congiunta.

In base a quanto riportato nelle istruzioni dell’Agenzia delle Entrate, tutti e due i coniugi o uniti civilmente dovranno essere in possesso delle credenziali per accedere al Cassetto Fiscale.

Nella dichiarazione congiunta chi presenta la dichiarazione è indicato come dichiarante; l’altro è definito coniuge. Entrambi devono qualificarsi: uno come dichiarante, l’altro come coniuge. È sempre necessario inserire il codice fiscale dell’altro nel prospetto dei familiari.

I contribuenti dovranno compilare ciascuno la propria dichiarazione dei redditi e soltanto in sede di trasmissione bisognerà unire i due modelli 730, selezionando una delle seguenti voci che verranno proposte sul sito dell’Agenzia delle Entrate

Modello 730 precompilato congiunto: le istruzioni per il coniugeSe si vuole presentare il modello 730 precompilato congiunto come coniuge, dopo aver completato la compilazione della propria dichiarazione dei redditi bisognerà selezionare la voce “Sì, come coniuge” e salvare.

Dopo aver verificato il prospetto di liquidazione, sarà necessario entrare nella sezione stampa e conferma per:

  • vedere l’esito del 730 (se a debito o a credito);
  • visualizzare e stampare il modello pdf provvisorio;
  • confermare la dichiarazione come coniuge selezionando l’apposito pulsante.

Gli utenti Fisconline dovranno inoltre confermare l’operazione inserendo il proprio Codice Pin.

Quando l’altro coniuge sceglierà a sua volta la dichiarazione congiunta e si qualificherà come dichiarante, le informazioni della precompilata saranno accorpate in un’unico modello 730 congiunto, che verrà messo a disposizione nell’area riservata del coniuge dichiarante.

L’invio della dichiarazione congiunta può essere effettuato soltanto dal dichiarante che non potrà visualizzare le tue scelte dell’8, 5 e 2 per mille.

Modello 730 congiunto: le istruzioni per il dichiarante

Il soggetto dichiarante, dopo aver completato la compilazione del proprio modello 730, dovrà selezionare l’apposita voce nella sezione “Dichiarazione congiunta” e salvare.

Dopo aver verificato il prospetto di liquidazione della dichiarazione dei redditi, sarà necessario entrare nella sezione stampa e invia per:

  • verificare l’esito del calcolo della dichiarazione congiunta. L’esito è disponibile solo se il coniuge ha completato la sua dichiarazione;
  • visualizzare e stampare il modello pdf provvisorio contenente i propri dati e quelli del coniuge;
  • inviare la dichiarazione congiunta selezionando “Invia”. Se sei utente Fisconline devi, inoltre, inserire il Codice Pin. Se sei utente SPID o Inps non devi inserire il Codice Pin;
  • verificare la ricevuta relativa all’invio.

È possibile cambiare idea e non presentare il modello 730 congiunto in ogni momento e fino a quando non è trasmessa la dichiarazione.

Dopo aver descritto i punti principali su come devono fare i coniugi per presentare un’unica dichiarazione dei redditi, vediamo perché conviene e quali sono i vantaggi del modello 730/2019 congiunto.

I vantaggi

I coniugi che presentano la dichiarazione dei redditi modello 730/2019 in forma congiunta possono beneficiare di importanti vantaggi.

Con la dichiarazione dei redditi congiunta viene in sostanza elaborato un unico modello 730/2019, contenente i redditi di ambedue i coniugi che però vengono considerati distinti dal punto di vista fiscale. In sostanza i redditi dichiarati non formano un unico reddito ma restano separati e, di conseguenza, tassati separatamente.

La possibilità di presentare la dichiarazione dei redditi e il modello 730/2019 congiunto è particolarmente vantaggiosa nel caso in cui uno dei coniugi o degli uniti civilmente non abbia sostituto d’imposta; in questo caso sarà possibile avvalersi del datore di lavoro del coniuge per scaricare e detrarre spese mediche, scolastiche, universitarie e via discorrendo.

Eventuali rimborsi verranno erogati dal sostituto d’imposta del contribuente dichiarante direttamente in busta paga.

Quota 100, che cosa rischia chi cumula la pensione con il lavoro

Quota 100 news: il nuovo accesso anticipato a pensione quota 100 ha ufficialmente debuttato il 1° aprile per i dipendenti del settore privato; per quelli del pubblico impiego, invece, la prima data utile di decorrenza è fissata al 1° agosto.

Tuttavia chi otterrà l’assegno dovrà fare attenzione al divieto di cumulo con redditi da attività da lavoro, perché rischia di dover restituire la pensione.

Per tutti coloro che entro il 2021 maturino i requisiti di 62 anni di età e 38 anni di contributi, si apre la possibilità di aderire a questo accesso straordinario e anticipato che consente di ottenere la pensione ben cinque anni prima di quella di vecchiaia e quasi cinque anni prima la pensione anticipata, almeno per i lavoratori di sesso maschile. L’assegno sarà liquidato con le ordinarie regole del metodo retributivo, misto e contributivo senza alcuna conversione al metodo spesso meno conveniente, vale a dire il contributivo (come accade invece per l’opzione donna). L’ammontare dell’assegno sarà minore rispetto a quello ottenibile con la pensione anticipata ordinaria, in proporzione ai minori contributi versati.

Numerosi rimangono però i punti da chiarire sulle peculiarità di quota 100. Inps ha recentemente diffuso un messaggio (1551/2019) contenente alcune domande e risposte che, tuttavia, non si concentrano sui temi più controversi relativi alle particolari condizioni di pensionamento. In particolare, si attendono chiarimenti ufficiali a proposito del rapporto fra indennità di disoccupazione (Naspi) e i requisiti di quota 100.

Decadenza dalla Naspi

Infatti, nel caso in cui un fruitore della Naspi si ritrovi a maturare i requisiti per la pensione in quota non è ancora stato ufficializzato se si produca la automatica decadenza dall’indennità di disoccupazione. Sul tema la riforma Fornero del mercato del lavoro (legge 92/2012, articolo 2, comma 40, lettera c) aveva più genericamente enumerato, fra le cause della perdita del diritto alla Naspi, il raggiungimento del diritto al pensionamento anticipato, come confermato dal decreto legislativo 22/2015, articolo 11, comma 1, lettera d.

In effetti, il decreto legge 4/2019 ha definito quota 100 come pensione anticipata, evidenziandone però il carattere temporaneo e straordinario e rendendo necessario un ulteriore chiarimento da parte dell’istituto di previdenza.

Contributi effettivi
Andrà poi ricordato che la contribuzione accreditata in virtù dell’indennità di disoccupazione (Aspi, mini Aspi e Naspi) è utile ai fini del raggiungimento del requisito dei 38 anni di contributi, ma – per coloro che hanno almeno una settimana di contributi nel metodo retributivo- non ai fini dell’altro requisito generalizzato del possesso di almeno 35 anni di contribuzione effettiva. Tale ulteriore subrequisito della soglia di contribuzione effettiva non è invece richiesto per i “contributivi puri” che, nel caso dei quotisti, potranno essere solo coloro che avranno optato per avere la pensione calcolata con il metodo contributivo.

A fianco sono stati ipotizzati i casi di tre lavoratori per evidenziare come si possa arrivare a rispettare il doppio vincolo dei 35 e dei 38 anni sommando diverse tipologie di contributi. Un traguardo che, per quanto concerne la persona che ha avuto quattro anni di disoccupazione, non è raggiungibile, con conseguente necessità di passare al sistema di calcolo contributivo.

Redditi e pensione
Un’altra peculiarità di quota 100 consiste nella sua incumulabilità con i redditi di lavoro dipendente e autonomo fino all’età della pensione di vecchiaia, temperata dal possibile cumulo con il lavoro autonomo occasionale nella soglia massima annuale di 5mila euro lordi. La norma (articolo 14, comma 3, del decreto legge 4/2019) si riferisce nello specifico a queste tre categorie reddituali del nostro ordinamento, lasciando fuori da possibili interferenze – almeno sulla carta – redditi alternativi, come quelli di partecipazione, percepiti da un socio lavoratore di una società a responsabilità limitata di ambito commerciale.

In realtà, la circolare Inps 11/2019 ha fornito una lettura più estensiva, vietando il cumulo con qualsiasi reddito collegato ad attività lavorativa, instillando alle persone interessate ulteriori dubbi su quali redditi siano realmente compatibili con quota 100. Inoltre, l’Istituto dovrà chiarire come sarà -a posteriori- verificata la cumulabilità, cioè se per cassa o per competenza.

Si ponga, infatti, il caso di un lavoratore autonomo che maturi a 62 anni la pensione in quota 100, accettando dall’anno successivo una collaborazione biennale. Se questo libero professionista scegliesse di farsi erogare i propri compensi esclusivamente nel secondo anno dell’incarico, se prevalesse un criterio di cassa, questi perderebbe il diritto alle rate di pensione del solo secondo anno mentre, se si applicasse quello di competenza, entrambe le annualità pensionistiche sarebbero revocate.

Il mancato rispetto del divieto di cumulo, peraltro, non comporta la perdita definitiva della pensione, ma la revoca degli importi erogati nell’anno in cui si supera il limite dei 5mila euro di lavoro autonomo occasionale o si svolgono lavori che determinano redditi incompatibili con quota 100.