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Visite fiscali: orari 2019 e reperibilità

Orari visite fiscali 2019, fasce di reperibilità dipendenti privati e pubblici e regole previste: ecco tutte le informazioni utili sui controlli della mutua in caso di malattia ed assenza dal lavoro e quali sono i casi di esenzione.

Gli orari delle visite fiscali 2019non sono cambiati sia per i dipendenti pubblici che per i dipendenti di aziende private e restano sempre le stesse le fasce di reperibilità durante le quali i medici della mutua possono bussare a casa dei lavoratori in malattia.

Nonostante le regole INPS non siano cambiate, sono molti i dubbi dei lavoratori dipendenti che si assentano al lavoro per malattia. Di seguito tutte le informazioni utili, con l’analisi delle novità che lo scorso anno hanno dato una svolta alle visite fiscali.

Il 2018 è stato l’anno del passaggio all’INPS della competenza sulle visite fiscali anche per gli statali, con l’introduzione del Polo Unico dei controlli.

Sebbene se ne parli ormai da tempo, gli orari delle visite fiscali 2019 e le fasce di reperibilità non sono ancora state uniformate, con differenze importanti per dipendenti pubblici e privati.

Al netto di ciò, è comune la regole che prevede, nel caso di malattia, specifici obblighi per tutti i lavoratori.

Quello più importante è il rispetto degli orari in cui è necessario rimanere a casa ed essere presenti durante i controlli dei medici fiscali dell’INPS. Il mancato rispetto delle norme stabilite può portare all’applicazione di sanzioni, a meno che non ci siano esenzioni dal rispetto delle fasce di reperibilità.

Si ricorda che anche sulle visite fiscali 2019 pesano le nuove regole introdotte dalla riforma della Pubblica Amministrazione, secondo le quali i controlli dei medici potranno essere effettuati anche più volte nello stesso giorno, misura introdotta per evitare i casi di falsa malattia soprattutto a ridosso di giorni festivi.

A fronte delle regole previste e dei rischi in caso di violazione, facciamo il punto su orari, fasce di reperibilità ed esenzioni dalle visite fiscali INPS 2019 per i dipendenti pubblici e del settore privato.

Partiamo subito capendo quali sono gli orari visita fiscale previsti ad oggi per i dipendenti del settore pubblico e di aziende private e quali sono le novità previste.

Visite fiscali 2019: orari e fasce di reperibilità

Il lavoratore in caso di malattia e presentazione del certificato medico a lavoro potrà essere sottoposto alle visite fiscali ma soltanto in determinati orari e in quelle che sono definite le fasce di reperibilità.

Innanzitutto è opportuno specificare che le regole relative alle visite fiscali 2019 non obbligano il dipendente a rimanere a casa per tutto il giorno ma bisognerà risultare reperibile all’indirizzo indicato nel certificato medico nel caso di controlli per accertare lo stato di malattia.

controlli medici possono infatti essere effettuati soltanto negli orari per le visite fiscali previsti dalla legge, che sono ancora oggi diverse nel caso di dipendenti pubblici e privati: nonostante le indicazioni dell’Inps e le novità intervenute nel 2017 e nel 2018, le fasce di reperibilità sono ad oggi diverse per gli statali (insegnanti, forze armate, dipendenti di uffici pubblici) e per i dipendenti privati.

Fasce di reperibilità e orari per i dipendenti privati

Gli orari visite fiscali 2019, ovvero le fasce di reperibilità per i dipendenti privati, sono ad oggi i seguenti:

Lavoratore Settore PrivatoFasce di reperibilità (7 gg su 7 compresi weekend e festivi)
Mattina10:00/12:00
Pomeriggio17:00/19:00

Fasce di reperibilità e orari per i dipendenti pubblici

Per quanto riguarda invece l’orario delle visite fiscali 2019 per i dipendenti pubblici sono fissate le seguenti fasce di reperibilità:

Lavoratore Settore PubblicoFasce di reperibilità (7 gg su 7 compresi weekend e festivi)
Mattina9:00/13:00
Pomeriggio15:00/18:00

Le fasce di reperibilità dei dipendenti pubblici e quindi gli orari delle visite fiscali riguardano i dipendenti statali, gli insegnanti, i lavoratori della Pubblica Amministrazione, i lavoratori degli Enti locali, i vigili del fuoco, la Polizia di Stato, le Asl, i militari e in generale le forze armate.

Ricordiamo che anche per i dipendenti pubblici le visite fiscali sono svolte dai medici dell’INPS e che per effetto della riforma della Pubblica Amministrazione voluta dall’ex Ministro Marianna Madia è stata introdotta una vera e propria stretta alle false malattie.

Le visite fiscali per gli statali in caso di malattia potranno essere svolte a cadenza sistematica e ripetitiva, anche in prossimità di giorni festivi o di riposo settimanale.

In ordine agli orari delle visite fiscali 2019 insegnanti, la visita medica può essere richiesta dal Dirigente già a partire dal primo giorno soltanto in casi specifici, ovvero per le assenze che si verificano immediatamente dopo o prima dei periodi non lavorativi, ovvero in occasione di pause festive o weekend.

Visite fiscali 2019: regole Inps sugli orari di reperibilità

I lavoratori che si assentano da lavoro per malattia, sia nel caso di dipendenti pubblici che privati possono essere sottoposti a visita fiscale dall’Inps. Come abbiamo visto, ci sono attualmente regole diverse relative a orari e fasce di reperibilità e nell’articolo vedremo caso per caso come cambiano in base alla tipologia di lavoro.

Durante gli orari visite fiscali il lavoratore può essere sottoposto, dopo l’invio del certificato medico all’Inps, a controllo da parte del medico fiscale.

La visita fiscale potrà essere ripetuta anche due volte nello stesso giorno, ma sempre nel rispetto degli orari di reperibilità.

Le visite di controllo sono fissate soltanto in determinate fasce orarie che obbligano il lavoratore a rimanere a casa, pena l’applicazione di sanzioni, eccetto che nei casi in cui è prevista l’esenzione.

Tra le prime regole in caso di malattia, c’è l’obbligo per il lavoratore dipendente pubblico o privato che si assenta da lavoro per malattia di richiedere il certificato al proprio medico di base, nel quale indicare l’indirizzo presso il quale si rende reperibile per l’eventuale visita fiscale.

L’invio della copia del certificato medico all’Inps è di competenza del proprio medico curante e il lavoratore può richiedere la copia elettronica dello stesso nella propria casella di posta elettronica certificata. Il dipendente, entro due giorni dal verificarsi della malattia, dovrà inviare copia del certificato al datore di lavoro.

Con l’invio del certificato medico vengono avviate dal nuovo Polo Unico Inps le procedure relative alle visite fiscali.

Dopo aver chiarito quali sono gli orari per i controlli medici, quali le fasce di reperibilità per dipendenti pubblici o privati, facciamo il punto sulle sanzioni in caso di assenza dall’indirizzo di residenza durante gli orari della visita fiscale.

Visite fiscali 2019: sanzioni

Per il lavoratore che si assenta da lavoro in caso di malattia e, qualora non risultasse reperibile presso l’indirizzo indicato nel caso di visita fiscale durante le fasce di reperibilità, è prevista l’applicazione di sanzione per assenza ingiustificata.

In caso di assenza e di non reperibilità durante le fasce orarie previste per le visite fiscali, secondo regole diverse per dipendenti pubblici o privati, o nel caso di impossibilità per il medico di accesso o di controllo, al lavoratore viene decurtata una parte dello stipendio.

Le sanzioni per assenza durante gli orari visite fiscali sono le seguenti:

  • 100% della decurtazione della retribuzione per i primi 10 giorni di patologia;
  • 50% per le successive giornate.

I lavoratori assenti dall’indirizzo indicato per le visite fiscali possono comunque presentare, entro 15 giorni dalla notificata sanzione, una giustificazione valida per l’assenza immotivata.

Infatti, nonostante sia stabilito l’obbligo di reperibilità per il lavoratore nelle fasce orarie precedentemente indicate, sono previsti alcuni casi di esenzione. Vediamo quali.

Comunicazione assenza visita fiscale

Il dipendente pubblico, in caso di assenza dal proprio domicilio durante gli orari della visita fiscale, è obbligato ad avvisare la propria amministrazione.

La comunicazione di assenza dal domicilio (ad esempio per una visita o per altri giustificati motivi) sarà poi trasmessa dall’ufficio della PA all’INPS in maniera tempestiva, per escludere la visita fiscale nei confronti del dipendente.

Ulteriori dettagli in merito sono contenuti nel messaggio INPS che di seguito si allega:

INPS – messaggio numero 1399 del 29 marzo 2018Polo Unico per le visite fiscali. Riepilogo e aggiornamento delle disposizioni vigenti

Esenzioni visite fiscali

Le regole Inps sulle visite fiscali 2019 prevedono casi di esenzione dall’obbligo di reperibilità. In alcuni casi, al lavoratore è concesso allontanarsi da casa anche durante le fasce di reperibilità.

L’assenza deve però essere comunicata al datore di lavoro, giustificata e non deve compromettere lo stato di salute e la guarigione del lavoratore.

Per i dipendenti del settore pubblico o privato sono previste esenzioni dalle visite fiscali nei seguenti casi:

  • assenza dovuta a forza maggiore;
  • situazioni che hanno reso necessaria l’immediata presenza del lavoratore altrove;
  • visite, prestazioni e accertamenti specialistici contemporanei alla visita fiscale.

Alcuni esempi, confermati da prassi e giurisprudenza, di giustificata assenza dal proprio domicilio durante le fasce di reperibilità per le visite fiscali sono:

  • visite mediche presso il proprio medito curante, quando risulti impossibile effettuarle fuori dalle fasce di reperibilità;
  • necessità di iniezioni per trattamenti legati alla causa di presentazione del certificato medico a lavoro;
  • ritiro di radiografie collegate al certificato medico;
  • cure dentistiche urgenti;
  • necessità di recarsi in farmacia.

Ma in base alla legge e a casi più volte ammessi dalla giurisprudenza è possibile assentarsi da casa dopo aver presentato il certificato medico anche in casi non strettamente legati alla malattia:

  • attività di volontariato che non pregiudichino lo stato di salute indicato nel certificato medico presentato a lavoro;
  • visita a parenti in ospedale, se l’orario di visita coincide con le fasce di reperibilità per le visite fiscali.

In casi di gravi patologie è previsto l’esonero dalle visite fiscali per chi presenta certificato medico di lavoro.

Recentemente l’INPS ha fornito alcuni importanti chiarimenti sull’esonero dalle visite fiscali che riguardano nello specifico l’indicazione del codice Eall’interno del certificato medico.

Visite fiscali 2019: il codice E non serve per l’esonero

Una delle convinzioni più comuni sulle visite fiscali è che con l’indicazione del codice E nel certificato il lavoratore sia esonerato dai controlli dell’INPS durante le fasce di reperibilità.

La smentita è tuttavia arrivata dall’Istituto che ha chiarito che il codice E sui certificati non ha finalità di esenzione ma serve ad uso interno dell’Istituto.

L’esenzione dalle visite fiscali riguarda soltanto la reperibilità e non il controllo. Questo significa quindi che il controllo concordato sarà sempre possibile.
Quello che il medico curante certificatore può applicare quindi non è l’esonero totale dalle visite fiscali, ma solo le agevolazioni previste dalla normativa vigente in merito alle esclusioni dall’obbligo di rispettare le fasce di reperibilità.

Il codice E quindi non serve a segnalare l’esonero dalle visite fiscali ma è utilizzato durante la disamina dei certificati pervenuti per esprimere le opportune decisionalità tecnico-professionali, secondo precise disposizioni centralmente impartite in merito alle malattie gravissime.

Pertanto, anche in caso di annotazione nel certificato del codice E il lavoratore in malattia non è esonerato né dai controlli INPS né dall’obbligo di reperibilità nelle due diverse fasce mattutine e pomeridiane previste per i dipendenti pubblici e privati.

Imposta sostitutiva minimi e forfettari: scadenza saldo 2018 e acconto 2019

Imposta sostitutiva Irpef in scadenza anche per minimi e forfettari: anche chi rientra in un regime agevolato deve segnare in calendario la data del 30 settembre, termine ultimo per il versamento di saldo 2018 e acconto 2019. Per effetto della proroga, la data sostituisce nel calendario delle scadenze il canonico 1° luglio.

Tutte le regole da rispettare, le date da segnare in calendario e le istruzioni su come fare il calcolo per le partite Iva in regime dei minimi e per quelle che applicano il regime forfettario, che quest’anno può contare una platea molto più numerosa rispetto agli anni precedenti in seguito alle modifiche della Legge di Bilancio.

Chi rientra in un regime agevolato versa un’imposta sostitutiva delle imposte sui redditi, delle addizionali regionali e comunali e dell’IRAP: chi è titolare di partita IVA e rientra tra i minimi e forfettari per il versamento deve attenersi alle stesse regole che valgono per l’Irpef, tenendo conto di alcune specificità.

Quest’anno la scadenza delle imposte ha generato una serie di interrogativi: con questa dichiarazione dei redditi debuttano gli ISA, Indici Sintetici di Affidabilità fiscale, che sostituiscono gli studi di settore e possono essere decisivi per accedere a eventuali benefici. Dal Ministero dell’Economia e delle Finanze è arrivato l’annuncio di una proroga delle scadenze per il versamento delle imposte dal 1° al 22 luglio a causa del ritardo nel rilascio del software necessario per l’elaborazione e delle difficoltà che nascono dall’applicazione del nuovo meccanismo si concede più tempo. 
Poi è arrivato l’emendamento al Decreto Crescita, approvato il 27 giugno in via definitiva, che ha spostato la data a fine settembre.

Da questa prorogaminimi e forfettari sembravano esclusi, perché non coinvolti nel meccanismo degli Indici Sintetici di Affidabilità fiscale. Ma il 28 giugno è arrivato un comunicato stampa dell’Agenzia delle Entrate a chiarire i dubbi: il termine più lungo per procedere al versamento riguarda tutti i soggetti per cui sono stati approvati gli ISA, anche quelli che non li applicano.

Imposta sostitutiva minimi e forfettari in scadenza: come calcolare saldo 2018 e acconto 2019

Entro la scadenza fissata, i titolari di partita IVA che applicano un regime forfettario sono tenuti a pagare un’imposta sostitutiva del 15%, o del 5% per i primi 5 anni di attività, mentre quelli che applicano il regime dei minimi versano un’imposta sostitutiva del 5%.

Il calcolo dovrà essere effettuato con due modalità:

  • metodo storico: il calcolo dell’imposta si fa prendendo come riferimento l’imposta sostitutiva versata nell’anno precedente;
  • metodo previsionale: prevede il calcolo degli acconti Irpef sulla base di quanto si prevede di conseguire come reddito nell’anno in corso (quindi se per esempio il contribuente prevede di conseguire un reddito inferiore rispetto al periodo d’imposta precedente, allora gli acconti possono essere pagati in misura inferiore).

Il versamento dell’imposta sostitutiva dovrà essere effettuato con modello F24, inserendo i codici tributo di riferimento.

Regime dei minimi
VersamentoCodice tributo
Primo acconto1793
Secondo acconto o unica soluzione1794
Saldo dell’anno precedente1795
Regime forfettario
VersamentoCodice tributo
Primo acconto1790
Secondo acconto o unica soluzione1791
Saldo dell’anno precedente1792

Imposta sostitutiva minimi in scadenza: saldo 2018 e acconto 2019

Il regime dei minimi è stato abrogato dalla Legge di Stabilità 2016, ma rimane in vigore in via residuale fino al 35° anno di età del contribuente o comunque al 5° periodo d’imposta consecutivo.

I contribuenti che hanno applicato il regime dei minimi nel 2018 e continuano a farlo anche nel 2019 devono versare saldo e acconto dell’imposta sostitutiva del 5% entro la scadenza del 30 settembre nel rispetto delle regole che seguono:

  • per un importo inferiore a 51,65 euro l’acconto non è dovuto;
  • per un importo compreso tra 51,65 e 257,52 euro l’acconto deve essere pagato in un’unica soluzione entro il 2 dicembre 2019;
  • per un importo superiore a 257,52 euro occorre procedere al versamento in due rate:
  • primo acconto pari al 40% del 100% del saldo dovuto per l’anno precedente entro il 30 settembre 2019;
  • secondo acconto 60% entro 2 dicembre 2019.

Resta la possibilità di versare entro 30 giorni con una maggiorazione dello 0,40%.

Oltre al caso appena analizzato, bisogna considerare anche quelli in cui si è verificato un passaggio da un regime all’altro che necessita di specifiche accortezze da parte dei contribuenti. Ne distinguiamo due:

  • Contribuenti nel regime dei minimi nel 2018 che nel 2019 sono passati al regime ordinario: sono tenuti a versare l’acconto 2019 dell’imposta sostitutiva (codice tributo 1793) e dovranno indicare quanto versato nel quadro RN del mod. REDDITI 2020 PF;
  • Contribuenti nel regime dei minimi nel 2018 che nel 2019 sono passati al regime forfettario: i titolari di partita IVA che hanno applicato il regime dei minimi nel 2018, e nel 2019 sono transitati nel regime forfetario, devono versare l’acconto 2019 dell’imposta sostitutiva dei minimi – codice tributo 1793 – e dovranno indicare quanto versato nel quadro LM del modello Redditi 2020.

Imposta sostitutiva forfettari in scadenza: saldo 2018 e acconto 2019

titolari di partita IVA in regime forfettario nel 2018 e nel 2019 devono applicare le regole di calcolo e versamento di saldo 2018 e acconto dell’imposta sostitutiva del 15% previste ai fini Irpef, le stesse riportate per chi rientra nel regime dei minimi.

I contribuenti che, invece, sono passati nel 2019 al regime ordinario, sono tenuti a versare l’acconto 2019 dell’imposta sostitutiva utilizzando il codice tributo 1790 e indicando l’importo versato nel quadro RN del modello Redditi 2020.

Chi ha avviato un’attività nel 2019 non dovrà versare l’acconto di imposta 2019 perché manca la base di calcolo.

Decreto crescita: testo e novità

Il testo della legge di conversione del Decreto Crescitaè stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale del 29 giugno 2019. Facciamo il punto sulle novità previste e su cosa prevede la legge n. 58/2019.

Sono molte le novità contenute nel testo della legge di conversione del DL n. 34/2019, sia per le imprese che per le famiglie.

Il testo in pdf pubblicato in Gazzetta Ufficiale consente di analizzare tutte le novità contenute del Decreto Crescita 2019.

Il Decreto Crescita (il D.L. n. 34/2019) è stato notevolmente modificato nel passaggio in Parlamento, ma rispetto agli emendamenti già approvati alla Camera il Senato non ha apportato modifiche.

In ambito fiscale, tra le novità più importanti inserite nella legge di conversione vi è la proroga dei versamenti delle imposte sui redditi al 30 settembre 2019.

È inoltre ufficiale la nuova scadenza della dichiarazione dei redditi al 30 novembre già dal 2019 così come è ormai definitiva la riapertura della pace fiscale, con il saldo e stralcio e la rottamazione ter delle cartelle la cui scadenza viene fissata al 31 luglio.

C’è anche la moratoria delle sanzioni sullo scontrino elettronico nella legge di conversione del decreto n. 34/2019, e le modifiche alle regole sulla lotteria degli scontrini che premieranno i contribuenti che pagano con carte o bancomat.

Sono molte le novità approvate in via ufficiale con l’ok definitivo alla legge di conversione e tra queste sono state inserite nel testo del DL Crescita alcune norme in materia di semplificazione fiscale contenute nell’apposito progetto di legge Lega e M5S.

Novità che si legano alle ulteriori misure già previste dal testo del DL Crescita, tra cui l’apertura della rottamazione ter per le tasse locali, la riduzione strutturale dell’Ires che sostituirà la mini-Ires per investimenti ed assunzioni, fino alle novità sul regime forfettario e sull’obbligo di fatturazione elettronica per le imprese anche per le operazioni verso San Marino.

Ma in generale le disposizioni del decreto, che si presenta come uno strumento di accelerazione per l’economia, vanno lette con uno sguardo lucido: spesso, infatti, l’efficacia e l’ampiezza delle agevolazioni previste è mitigata dal complesso sistema che le regola. In altre parole, non sempre i benefici sono per tutti.

Facciamo di seguito il punto su cosa prevede il Decreto Crescita e quali sono le principali novità in arrivo dopo l’approvazione definitiva da parte del Senato della legge di conversione (testo di seguito in pdf da scaricare) pubblicata in GU del 29 giugno 2019

Decreto Crescita, le novità approvate nel testo in discussione alla Camera

Sono state “pescate” dal testo del PdL sulle semplificazioni fiscali molte delle novità approvate in Commissione alla Camera e rientrate nel testo del Decreto Crescita e che ora, con l’ok definitivo del Senato, diventano ufficialmente legge.

Tra gli emendamenti approvati, le novità che entrano nel Decreto Crescita 2019 sono le seguenti:

  • soppressione dell’obbligo di comunicazione della proroga del regime della cedolare secca e distribuzione gratuita dei modelli cartacei delle dichiarazioni;
  • imposta di bollo virtuale sulle fatture elettroniche con possibilità di integrazione da parte dell’Agenzia delle Entrate;
  • estensione alle tasse governative dei pagamenti mediante modello F24;
  • obbligo di invito al contraddittorio prima dell’avvio di procedimenti di accertamento da parte dell’Agenzia delle Entrate;
  • scadenza della dichiarazione dei redditi dal 30 settembre al 30 novembre;
  • emissione della fattura elettronica entro 12 giorni a partire dal 1° luglio 2019;
  • possibilità di ravvedimento operoso parziale;
  • possibilità di sostituire l’invio delle Lipe del quarto trimestre con l’invio anticipato della dichiarazione IVA entro il 28 febbraio.

È inoltre prevista la riapertura dei termini per fare domanda di rottamazione ter e di saldo e stralcio delle cartelle: si avrà tempo fino al 31 luglio 2019.

Tra le novità inserite in extremis si segnala inoltre la proroga dei versamenti al 30 settembre per i soggetti che esercitano attività per le quali sono state approvate gli ISA.

Protagonista di una delle novità contenute nel testo della legge di conversione sono quindi le imposte sui redditi, con la proroga che si applicherà anche a minimi e forfettari

Parimenti, rientra nel DL Crescita anche la moratoria di sei mesi dalle sanzioni legate all’obbligo di scontrino elettronico, che partirà dal 1° luglio prossimo.

Le novità previste dal provvedimento sono suddivise in 51 articoli ed in IV Capi che affrontano le seguenti tematiche:

  • Misure fiscali per la crescita economica;
  • Misure per il rilancio degli investimenti privati;
  • Tutela del Made in Italy;
  • Ulteriori misure per la crescita.

Negli ultimi giorni sono state diverse le novità meritevoli di trattazione e tra le modifiche normative previste dal testo provvisorio del Decreto Crescita collegato al DEF 2019.

Particolarmente attesa la norma “correttiva” in merito al regime forfettario per le partite IVA con dipendenti, così come l’estensione della rottamazione ter anche alle tasse locali (bollo auto, multe, e IUC) ed il ripristino del super ammortamento per i beni strumentali.

Si tratta soltanto di alcuni degli interventi previsti dal Decreto Crescita, con importanti novità previste sul fronte fiscale, racchiuse del Capo I dello schema di testo messo attualmente a disposizione.

Decreto Crescita, le novità fiscali previste nello schema di testo

Il testo del Decreto Crescita, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 30 aprile, estende notevolmente il numero di novità fiscali in arrivo per imprese, famiglie e professionisti.

Ad anticipare il contenuto del provvedimento ufficiale è stato il comunicato stampa pubblicato dal Governo dopo il primo Consiglio dei Ministri.

Il testo prevede, in particolare, sgravi e incentivi fiscali, disposizioni per il rilancio degli investimenti privati, norme per la tutela del made in Italy e ulteriori misure per la crescita.

In ambito fiscale, si introducono:

  • la maggiorazione dell’ammortamento per i beni strumentali nuovi,
  • la revisione della mini-Ires nel senso della sua semplificazione,
  • la maggiorazione della deducibilità Imu dalle imposte sui redditi,
  • modifiche alla disciplina del patent box,
  • una nuova disciplina del credito di imposta per attività di ricerca e sviluppo e per il “rientro dei cervelli”,
  • modifiche al regime dei forfetari,
  • incentivi per la valorizzazione edilizia,
  • una rivisitazione del “sisma bonus”,
  • un nuovo regime fiscale per gli strumenti finanziari convertibili,
  • norme in materia di banche popolari,
  • modifiche alla disciplina degli incentivi per gli interventi di efficienza energetica e rischio sismico,
  • incentivi alle aggregazioni d’imprese,
  • una nuova disciplina per la vendita di beni tramite piattaforme digitali e fatturazione elettronica,
  • l’estensione della definizione agevolata delle entrate regionali e degli enti locali,
  • il credito d’imposta per le commissioni riferite a pagamenti elettronici da parte di distributori di carburante,
  • misure di sostegno allo sviluppo dell’attività dei liberi professionisti e per l’assunzione di personale nelle regioni a statuto ordinario e nei comuni,
  • un piano grandi investimenti nelle zone economiche speciali e nelle aree di crisi complessa, con particolare riferimento a Veneto e Campania.

Per quanto riguarda le misure per il rilancio degli investimenti privati, si introducono:

  • una garanzia statale funzionale allo sviluppo della media impresa,
  • norme per la semplificazione della gestione del fondo di garanzia per le piccole e medie imprese,
  • il rifinanziamento del fondo di garanzia per la prima casa,
  • modifiche alla “nuova Sabatini”,
  • misure di sostegno alla capitalizzazione delle imprese e sui tempi di pagamento tra le imprese,
  • norme per lo sblocco degli investimenti nel settore idrico nel Sud,
  • la previsione di nuove dismissioni immobiliari enti territoriali,
  • norme in materia di cartolarizzazioni, agevolazioni a sostegno di progetti di ricerca e sviluppo per la riconversione dei processi produttivi nell’ambito dell’economia circolare,
  • la definizione delle società di investimento semplice (Sis),
  • semplificazioni per la definizione dei patti territoriali e dei contratti d’area,
  • norme per la creazione di nuove imprese “a tasso zero” e per la trasformazione digitale,
  • contributi ai comuni per interventi di efficientamento energetico e sviluppo territoriale sostenibile.

Al fine di tutelare e promuovere il made in Italy, si prevede l’introduzione di norme per il contrasto all’italian sounding, di incentivi al deposito di brevetti e marchi, del marchio storico di interesse nazionale.

Detrazioni fiscali casa 2019

Anche il 2019 è un anno di detrazione fiscali casa. L’Agenzia delel Entrate ha rilasciato la guida ufficiale con la spiegazione di regole e modalità per fruire di queste agevolazione ovvero quali sono e come funzionano detrazione fiscali casa 2019, sappiamo che rientrano quelle su ristrutturazioni casa, bonus mobili ed elettrodomestici, ecobonus giardini, bonus caldaie 2019 e riqualificazione energetica ed ecobonus casa, di cui è in corso la caccia a detrazioni, importo e calcolo.

Detrazioni ristrutturazioni casa, regole Agenzia entrate

Il primo bonus da ricordare è la proroga di un anno della detrazione Irpef del 50% per una spesa massima 96.000 euro per gli interventi di recupero edilizio. La proroga della detrazioni ristrutturazioni casa dura un solo anno perché dal primo gennaio 2020 il bonus scende al 36% con spesa massima di 48.000 euro. Si tratta del principale pacchetto di detrazioni, quello più richiesto dagli italiani, e su cui l’Agenzia delle entrate si è affrettata a rilasciare chiarimenti e regole ufficiali 2019 detrazioni ristrutturazioni casa.

Bonus mobili 2019, a chi spetta

Anche in questo caso, per conoscere nei dettagli regole, requisiti, mobili ed elettrodomestici oggetto della detrazione 2019 nell’ambito del bonus mobili 2019, è possibile fare riferimento alla guida ufficiale dell’Agenzia delle entrate. Semaforo verde alla proroga della detrazione Irpef del 50% per l’acquisto di mobili nuovi e grandi elettrodomestici di classe A (A+ per i forni) su una spesa massima di 10.000 euro. A essere coinvolti sono i beni per l’arredo di un immobile per cui si fruisce del bonus del 50% per il recupero edilizio. L’agevolazione va abbinata alla detrazione del 50% relativa a lavori edilizi, ma non all’ecobonus, e solo per interventi di recupero.

Ecobonus giardini, chi può fare richiesta

Reintrodotta dal primo gennaio 2019 l’ecobonus giardini una detrazione Irpef del 36% per la sistemazione a verde di aree scoperte, impianti di irrigazione, pozzi, giardini pensili, tetti verdi, anche su parti comuni. Spesa massima di 5.000 euro per unità. Possono fare richiesta immobili residenziali e parti comuni degli edifici condominiali. Attenzione ai dettagli: sono agevolate le opere inserite in un intervento di sistemazione a verde ex novo o radicale rinnovamento. Niente bonus per le spese di manutenzione ordinaria dei giardini.

Bonus caldaie 2019 e riqualificazione energetica

Proroga di un anno della detrazione Iref-Ires del 65% per gli interventi di riqualificazione energetica in singole unità immobiliari, il cosidetto bonus caldaie 2019. Per alcuni lavori, come schermature solari, sostituzione di finestre, l’ecobonus scende al 50%; per il cambio della caldaia è modulato in base al tipo di impianto. Interessati dalla detrazione sono immobili a uso abitativo e fabbricati strumentali d’impresa.

Ecobonus casa, detrazioni, importo e calcolo

Via libera alla detrazione del 50% per una spesa massima di 96.000 euro per la messa in sicurezza antisismica. La detrazione aumenta rispettivamente al 70% o 80% se si migliora la prestazione di una o due classi di rischio sismico. Sono interessate le abitazioni e costruzioni adibite ad attività produttive in zona sismica 1, 2 e 3. Confermata anche nel 2019 la detrazione del 75% se l’intervento sulle parti comuni riduce il rischio simico di una classe e dell’85% se lo riduce di due classi. Spesa massima di 96.000 euro moltiplicata per il numero di unità dell’edificio.

IMU e TASI, scadenza acconto il 17 giugno. Chi paga, esenzioni ed agevolazioni

Il secondo appuntamento sarà a dicembre, quando accanto al saldo per molti vi sarà anche l’amara sorpresa del conguaglio e di possibili aumenti dovuti allo sblocco delle aliquote introdotto dalla Legge di Bilancio 2019.

Poco cambia per il calcolo della prima rata, tenuto conto che molti Comuni non hanno ancora pubblicato le nuove delibere (attese entro il 28 ottobre). Qualche certezza resta in tema di esenzioni ed agevolazioni, così come resta inalterato il perimetro di chi paga l’acconto IMU e TASI in scadenza il 17 giugno.

Sono pressoché identiche le regole per il versamento dell’acconto di IMU e TASI, salvo i diversi codici tributo da utilizzare per chi paga con modello F24 e la ripartizione della TASI tra inquilini e proprietari.

Facciamo quindi il punto su tutte le istruzioni da tenere a mente in vista della scadenza del 17 giugno 2019.

Scadenza IMU e TASI, il 17 giugno alla cassa per l’acconto

Se di norma la scadenza dell’acconto IMU e TASI è fissata al 16 giugno di ogni anno, nel 2019 slitta di un giorno cadendo di domenica. Entro lunedì 17 giugno i possessori di una seconda casa, di prima casa di lusso, così come le società e chi vive in affitto (in specifici casi) dovranno versare la prima rata delle due imposte sulla casa.

Le scadenze che riguardano IMU e TASI sono due:

  • la prima (acconto) è fissata come anticipato al 16 giugno (17 giugno nel 2019);
  • la seconda (saldo) è fissata al 16 dicembre.

Il primo passo da compiere per i tanti soggetti tenuti al versamento delle due imposte è verificare le delibere del proprio Comune sul sito del MEF, per capire quali sono le aliquote da utilizzare per il calcolo e se, rispetto alle regole dell’anno precedente, vi sono state modifiche (aumenti o riduzioni).

Il tema degli aumenti di IMU e TASI ha dominato la scena negli ultimi mesi, perché per via della mancata proroga del blocco delle aliquote dei tributi locali, gli Enti potranno scegliere liberamente se aumentare le aliquote (entro i limiti massimi previsti per legge).

Nella maggior parte dei casi, sarà in sede di calcolo e versamento del saldo che la situazione si complicherà. Fino al 28 ottobre i Comuni potranno pubblicare le nuove delibere e, in caso di aumenti, sarà necessario versare la differenza rispetto al calcolo effettuato in sede di versamento della prima rata.

Il “balletto delle aliquote” IMU e TASI non cambia tuttavia le regole generali ed è bene approfondire su chi paga e quali le agevolazioni ed esenzioni fiscalipreviste per il 2019.

Acconto IMU e TASI 2019, chi paga entro la scadenza del 17 giugno

soggetti obbligati a pagare l’acconto IMU e TASI nel 2019 sono tutti coloro che possiedono o detengono un immobile. Rientrano nella categoria di contribuenti chiamati alla cassa entro la scadenza del 17 giugno tutti coloro che detengono un diritto reale sulla casa o sul terreno, anche in caso di residenza all’estero per le persone fisiche ovvero di società con sede legale in un Paese diverso dall’Italia.

Tuttavia non sono dovute IMU e TASI sulla prima casa (l’abitazione principale), ovvero quella in cui il contribuente dimora e ha la residenza anagrafica. Anche in possesso dei requisiti di cui sopra, le due imposte si pagano se la prima casa rientra tra gli immobili di lusso.

Riportiamo di seguito un’utile tabella riepilogativa che illustra caso per caso chi paga l’IMU e la TASI in relazione alla tipologia di fabbricato:

Tipologia fabbricatoIMUTASI
abitazione principale cat. catastali A/2, A/3, A/4, A/5, A/6 e A/7esclusaesclusa
abitazione principale cat. catastali A/1, A/8 e A/9soggetta a impostasoggetta a imposta
altri fabbricatisoggetti a impostasoggetti a imposta
fabbricati rurali strumentaliesclusisoggetti a imposta
aree fabbricabilisoggette a impostasoggette a imposta
terreni agricolisoggetti a impostaesclusi

Scadenza IMU e TASI 2019, chi non paga l’acconto. Esenzioni e riduzioni

Non sempre chi possiede o detiene una casa o un fabbricato è tenuto al versamento di IMU e TASI.

Oltre all’abitazione principale, l’esenzione IMU si applica nei seguenti casi:

  • unità immobiliari adibite ad abitazione principale di soci assegnatari appartenenti alle cooperative edilizie a proprietà indivisa;
  • alloggi classificati come sociali ai sensi del decreto del 22 aprile 2008 del Ministero delle infrastrutture;
  • casa coniugale assegnata al coniuge dal provvedimento del giudice in caso di separazione o divorzio;
  • unità immobiliare in possesso del personale di servizio permanente delle Forze armate o della Polizia, dei Vigili del Fuoco e del personale della carriera prefettizia non concesso in locazione;
  • una sola unità immobiliare di proprietà di un cittadino italiano residente all’estero e iscritto all’AIRE solo se già pensionato nel Paese dove risiede e se l’immobile non risulta né locato né utilizzato per un comodato d’uso.

Per quel che riguarda la TASI, non si paga per gli immobili che rientrano nelle seguenti categorie:

  • sono di proprietà indivisa di cooperative edilizie e che sono abitazione principale dei soci;
  • sono stati classificati come alloggi sociali;
  • sono dimora coniugale assegnata dalla sentenza del giudice in caso di divorzio o separazione;
  • sono proprietà delle forze armate senza essere però locati;
  • rifugi alpini non custoditi, punti d’appoggio e bivacchi;
  • terreni agricoli;
  • sono di proprietà di anziani o disabili residenti in istituti di ricovero, non essendo locati (esenzione prevista soltanto qualora il Comune abbia previsto una specifica assimilazione ad abitazione principale).

IMU e TASI, per gli immobili in comodato d’uso c’è lo sconto del 50%

Accanto alle esenzioni, la legge prevede alcune agevolazioni nel calcolo IMU e TASI, anche nel 2019, e una di queste riguarda la seconda casa concessa in comodato d’uso gratuito tra parenti in linea retta entro il primo grado.

L’agevolazione, che consiste in uno sconto del 50% dell’importo dovuto (da applicare mediante una riduzione della base imponibile per il calcolo, spetta nel caso in cui l’immobile venga concesso in comodato d’uso gratuito tra genitori o figli nel rispetto di specifici requisiti:

  • l’immobile deve essere utilizzato dal comodatario come abitazione principale;
  • l’immobile concesso in comodato d’uso gratuito non deve rientrare tra le categorie catastali di lusso (A/1, A/8 e A/9);
  • il comodante deve possedere un solo immobile in Italia oltre alla casa principale;
  • il comodante deve avere residenza e dimora abituale nello stesso Comune in cui è situato l’immobile concesso in comodato d’uso;
  • il comodante deve presentare la dichiarazione Imu per attestare il possesso dei requisiti sopra indicati.

Si ricorda inoltre che dal 1° gennaio 2016 è prevista una riduzione del 25% per le unità immobiliari locate a canone concordato di cui alla legge 9 dicembre 1998, n. 431, che dunque è dovuta in misura pari al 75% dell’imposta determinata sulla base delle aliquote stabilite dal comune.

IMU e TASI con regole diverse in caso di affitto

Assodato che l’inquilino non paga mai l’IMU, per la TASI sono previste regole differenti. In questo caso – ed in quota parte – anche chi vive in una casa in affitto è tenuto al versamento della tassa sui servizi indivisibili.

Se l’affittuario o l’occupante ha come prima casa l’immobile in questione è esentato dal versamento della TASI. Nel caso ciò non avvenga ciascuno dei due soggetti dovrà provvedere al pagamento della propria quota.

In assenza di particolari regolamenti comunali la TASI relativa all’immobile deve essere pagata per il 90% da parte del proprietario e per il 10% da parte dell’occupante. A seconda del comune quest’ultima percentuale può salire fino al 30% provocando la relativa diminuzione dell’importo dovuto dal proprietario del diritto reale sull’immobile.

Notifica multe: dal 10 giugno costa tre euro in più

Dal 10 giugno aumenteranno di circa 3 euro le spese di notifica delle multe stradali recapitate tramite Poste Italiane. Lo stesso accadrà per gli atti giudiziari. Sono le conseguenze del rincaro delle tariffe postali, legato soprattutto al prevedibile aumento del numero di spedizioni per ciascun verbale, visto che è stato reintrodotto nella procedura anche l’invio della Can (Comunicazione di avvenuta notifica). Per la spedizione più diffusa, quella di plichi di peso fino a 20 grammi, la tariffa passerà da 6,80 a 9,50 euro.

Così in alcune città le spese di accertamento e notifica da pagare assieme alla sanzione arriveranno a 18-20 euro, quando per molte violazioni stradali diffuse la “multa” è di appena 29,40 euro (se si paga entro cinque giorni). E le spese di notifica eguaglieranno la sanzione nei non pochi casi (come quelli delle auto aziendali o comunque noleggiate) in cui il verbale viene notificato prima all’intestatario del veicolo e poi al responsabile “effettivo” dell’infrazione.

Ne ha dato notizia ieri sera l’Asaps (Associazione sostenitori e amici della polizia stradale), citando un avviso alla clientela pubblicato da Poste Italiane. Il punto B dell’avviso riguarda le tariffe delle notifiche di sanzioni e atti giudiziari, nelle quali verranno inclusi i costi delle comunicazioni eventualmente connesse: la Can e la Cad (Comunicazione di avvenuto deposito, quando il plico è riportato all’ufficio postale per assenza del destinatario). Tali costi sono quantificati a forfait, tenendo conto della percentuale di atti che hanno richiesto l’invio di Can o Cad.

La quantificazione è soggetta a revisioni annuali: se ci saranno variazioni nelle tariffe di Can e Cad o nella quota di atti che le richiedono, saranno determinate le corrispondenti variazioni delle tariffe delle notifiche, con un preavviso di 30 giorni rispetto alla loro entrata in vigore.

L’andamento futuro dipenderà anche dal numero di italiani che apriranno una casella Pec (posta elettronica certificata): a loro dal 2018 gli organi di polizia devono notificare i verbali in via telematica (ma molti corpi, a partire dalla Polizia stradale, non si sono ancora adeguati). Ciò abbatte di molto i costi. Un aiuto potrebbe venire dalla concorrenza, quando arriverà a regime l’affidamento anche ai privati, che però è in ritardo (si veda Il Sole 24 Ore di ieri).

L’Imu sulla casa? Si paga finché mancano residenza e dimora

Il quesito.A luglio 2018 ho acquistato un’abitazione, nello stesso Comune in cui risiedo, fruendo per la prima volta delle agevolazioni “prima casa”, e donando contestualmente a un mio genitore l’immobile dove attualmente risiedo e del quale risultavo già proprietario. Considerate prossime le nozze, devo effettuare il cambio di residenza nel nuovo immobile. Su quest’ultima abitazione devo pagare l’Imu come seconda casa, dal momento dell’acquisto fino alla variazione di residenza? Mi spetta pagare anche la Tari, e da quale periodo? Il termine di 18 mesi, che la normativa mi concede per la variazione della residenza, a cosa si riferisce? 

La risposta. Occorre tenere distinte le agevolazioni che il fisco erariale concede per l’acquisto di una prima casa, da quelle previste dalla disciplina dei tributi comunali. 

Per quanto riguarda l’Imu, per poter considerare un fabbricato come abitazione principale, il soggetto passivo vi deve stabilire residenza anagrafica e dimora abituale. Pertanto, dal mese di luglio 2018 e fino alla data in cui il lettore vi stabilirà la propria dimora e residenza, l’immobile sarà assoggettato come seconda casa, con l’utilizzo dell’aliquota ordinaria.

La Tari è dovuta invece in caso di possesso e detenzione di locali suscettibili di produrre rifiuti. Normalmente i regolamenti comunali presumono che l’abitazione sia suscettibile di produrre rifiuti se vi sono gli allacci ai servizi in rete e/o del mobilio. Se l’abitazione è priva di allacci e di mobilio, allora non si può considerare suscettibile di produrre rifiuti e quindi non sarà assoggettabile alla Tari.

Fonte: ILSole24ore

Fisco, meno care le cartelle di pagamento versate in ritardo

Dal 1° luglio il ritardo nel versamento delle cartelle di pagamento costerà un po’ di meno. Un provvedimento del direttore dell’Agenzia delle Entrate pubblicato oggi porta infatti dal 3,01% – stabilito dal precedente provvedimento del 10 maggio 2018 – al 2,68% il tasso annuo per gli interessi di mora dovuti in caso di versamento oltre i 60 giorni dalla notifica.

Che cosa sono gli interessi di mora
Chi riceve una cartella di pagamento e non effettua il versamento entro 60 giorni dalla notifica è tenuto a pagare gli interessi di mora. Secondo quanto prevede l’articolo 30 del Dpr n. 602/1973, gli interessi sono dovuti sulle somme iscritte a ruolo – esclusi gli importi relativi a sanzioni e interessi – e si calcolano sui giorni di effettivo ritardo. La misura degli interessi di mora viene determinata annualmente con un provvedimento del direttore dell’Agenzia delle Entrate, che tiene conto della media dei tassi bancari attivi stimati dalla Banca d’Italia.

Dopo l’altalena degli anni scorsi, con gli interessi di mora un anno ridotti, un altro anno aumentati, è dal 1° ottobre 2013, con la misura fissata al 5,2233% annuo, che sono stati sempre ridotti, passando al 5,14% dal 1° maggio 2014, al 4,88% dal 15 maggio 2015, al 4,13% dal 15 maggio 2016, al 3,50% dal 15 maggio 2017, per ridursi al 3,01% a partire dal 15 maggio 2018.

Il nuovo tasso è dovuto da chi paga in ritardo le somme chieste con le cartelle di pagamento, che così diventeranno più “leggere”. Il provvedimento è previsto dall’articolo 30 del decreto sulla riscossione (Dpr 602/1973). Questa norma stabilisce che, decorso inutilmente il termine di 60 giorni dalla notifica della cartella, sulle somme iscritte a ruolo si applicano, a partire dalla data della notifica della cartella e fino alla data del pagamento, gli interessi di mora al tasso determinato annualmente con riguardo alla media dei tassi bancari attivi.

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Rimborsi fiscali: compilazione domanda accredito su c/c

Rimborsi fiscali: è necessario compilare e consegnare l’apposito modulo per comunicare all’Agenzia delle Entrate le coordinate bancarie e ricevere l’accredito sul conto corrente.

Le persone fisiche e tutti gli altri soggetti, come ad esempio le diverse tipologie di società, devono utilizzare due moduli diversi, ma possono seguire le stesse modalità di invio.

Compilare i documenti e trasmetterli agli uffici territoriali dell’Agenzia dell’Entrate non è l’unica modalità possibile per comunicare il proprio IBAN. Infatti i contribuenti dotati di credenziali Fisconline o Entratel possono utilizzare il servizio online disponibile sul portale.

Richiedere i rimborsi tramite accredito sul conto corrente ha, tra i vantaggi, quello di ridurre i tempi di erogazione delle somme dovute dal fisco e per questo di seguito vedremo come fare, riportando il modulo di domanda dell’Agenzia delle Entrate da scaricare in formato pdf.

Modulo richiesta accredito rimborsi fiscali sul conto persone fisiche e soggetti diversi

I contribuenti hanno a disposizione due modalità per comunicare le coordinate bancarie per i rimborsi fiscali all’Agenzia delle Entrate:

  • servizio online, accessibile con credenziali Entratel o Fisconline dalla sezione “Rimborsi” all’interno della propria area riservata;
  • compilazione e invio dei moduli, in questo modo anche i contribuenti che non sono dotati di un’utenza Fisconline o che hanno smarrito le credenziali possono richiedere i rimborsi comunicando il proprio IBAN.

I contribuenti che scelgono di seguire la via analogica devono inviare all’Agenzia delle Entrate la richiesta di accredito sul conto dei rimborsi fiscali derivante dalle dichiarazioni presentate (redditi, dichiarazione IVA, ecc..) .

Richiesta accredito rimborsi fiscali sul conto: istruzioni e come fare

Le istruzioni per richiedere l’accredito dei rimborsi fiscali sul conto corrente bancario o postale sono allegate al modulo sopra riportato e sono pressoché simili per persone fisiche e soggetti diversi.

Come sopra anticipato, ricevere i rimborsi direttamente sul contoconsente di velocizzare l’erogazione del rimborso e la richiesta di accredito con questa modalità di pagamento potrà essere effettuata:

  • comunicando i dati del proprio conto corrente direttamente via internet, attraverso il sito www.agenziaentrate.it alla voce “Servizi online > Servizi telematici > Rimborsi web”, utilizzando le proprie credenziali di accesso (Pin e Password). Chi non è ancora iscritto ai servizi telematici dell’Agenzia delle Entrate può richiedere il codice Pin via Internet (http://telematici.agenziaentrate.gov.it/Main/Registrati.jsp), per telefono (848.800.444) o in un ufficio dell’Agenzia delle Entrate;
  • utilizzando questo modello, compilato in tutte le sue parti e contenente i dati relativi a un conto corrente intestato al soggetto beneficiario del rimborso, che può essere presentato a un qualsiasi Ufficio Territoriale dell’Agenzia delle Entrate esibendo un documento d’identità in corso di validità.

La stessa procedura e lo stesso modulo dovrà essere utilizzato anche dagli enti del volontariato ammessi al 5 per mille Irpef, di modo da ricevere sul proprio conto corrente bancario o postale le somme spettanti.

Modalità di compilazione modulo accredito rimborsi sul c/c

Il modulo dovrà essere compilato indicando correttamente tutti i dati anagrafici e di residenza del contribuente che richiedere l’accredito dei rimborsi sul proprio conto corrente.

L’inserimento dei recapiti (numero di telefono o di cellulare e indirizzo e-mail) è facoltativa ma se ne consiglia la compilazione per poter ricevere gratuitamente dall’Agenzia delle Entrate informazioni e aggiornamenti.

In sede di compilazione sarà necessario scegliere il tipo di richiesta o di comunicazione che si intende effettuare, barrando nell’apposito modulo la casella numerata corrispondente:

  • Casella 1 – per ricevere direttamente sul conto corrente bancario o postale, intestato al contribuente, le somme relative a rimborsi fiscali o ad altre forme di erogazione comunque spettanti. Si segnala che questa casella va barrata anche per ricevere il contributo che deriva dalla ripartizione del cinque per mille dell’Irpef;
  • Casella 2 – per annullare una richiesta di accredito di rimborsi o di altre erogazioni sul conto corrente del contribuente e ricevere gli eventuali successivi rimborsi o benefici con vaglia postale o cambiario emesso dalla Banca d’Italia. In questo caso il quadro relativo all’indicazione delle coordinate bancarie non va compilato.

Dati anagrafici società: come compilare il modulo

Per quanto riguarda le istruzioni di compilazione relative alle società e in linea di principio ai soggetti diversi dalle persone fisiche, nel modulo per ricevere i rimborsi sul conto bisognerà indicare la denominazione o la ragione sociale che risulta dall’atto costitutivo nella sezione dei dati anagrafici.

Per le società irregolari o di fatto, la cui denominazione comprende cognomi e nomi dei soci, devono essere indicati il cognome e il nome di ogni socio. La denominazione va riportata senza abbreviazioni, ad eccezione della natura giuridica che deve essere indicata in forma contratta (esempio: S.p.A. per Società per Azioni).

Il codice richiesto nella sezione relativa allo Stato va desunto dalla tabella A, riportata nell’Appendice delle istruzioni per la compilazione del modulo mentre, per quanto riguarda la natura giuridica, il relativo codice va desunto dalla tabella B. La tabella comprende tutti i codici relativi alla diversa modulistica dichiarativa e utilizzabili solo in funzione della specificità di ogni singolo modello. Pertanto, chi compila la dichiarazione avrà cura di individuare il codice di riferimento in relazione alla natura giuridica rivestita.

Società ed enti non residenti dovranno indicare nella sezione “codice dello Stato estero” il codice di interesse riportato nell’Appendice alle istruzioni del modello UNICO SC.

Rimborsi fiscali sul conto corrente italiano o estero: le coordinate da indicare nel modulo

Fondamentale sarà indicare, all’interno del modulo, i dati relativi al conto corrente italiano od estero sul quale si desidera ricevere i rimborsi fiscali:

  • Coordinate del conto corrente italiano del contribuente (Bancario o postale): per ottenere l’accredito sul conto corrente delle somme, nel riquadro deve essere indicato il codice IBAN, composto da 27 caratteri, identificativo del conto corrente, bancario o postale intestato all’ente, società o associazione. Il codice IBAN può essere richiesto al proprio istituto o desunto dall’estratto conto che periodicamente le banche inviano ai propri clienti;
  • Coordinate del conto corrente estero del contribuente: per le operazioni di accredito su conti correnti esteri vanno indicati la denominazione della banca, l’intestatario del conto corrente, il codice BIC e l’IBAN (se UEM) oppure le coordinate bancarie (se extra UEM) e l’indirizzo della banca.

Documenti da allegare e delega

Al modello compilato sarà necessario allegare la fotocopia del documento d’identità:

  • per le persone fisiche, del contribuente e, in caso di delega, del soggetto delegato, entrambi in corso di validità;
  • per i soggetti diversi, del rappresentante legale dell’ente, società o associazione o, in mancanza, del soggetto che ne ha l’amministrazione anche di fatto oppure del rappresentante negoziale. In caso di delega deve essere allegata anche la fotocopia del documento d’identità valido del delegato.

Il modello dovrà essere sottoscritto indicando la data di presentazione e, si ricorda, sarà possibile incaricare un soggetto delegato alla presentazione del modulo il quale dovrà presentarsi presso l’Ufficio delle Entrate munito di documento di identità in corso di validità.

Esenzione bollo auto, la sentenza che dà il via libera alle Regioni

Esenzione bollo auto, Regioni libere di scegliere. È la sentenza della Corte Costituzionale n. 122 del 20 maggio 2019 a dare il via libera a riduzioni ed agevolazioni ulteriori rispetto a quelle disposte dalle leggi statali.

Esenzione bollo auto con ampia libertà di scelta da parte delle Regioni.

La sentenza della Corte Costituzionale n. 122 del 20 maggio 2019 lascia spazio ad agevolazioni deliberate su base locale, una novità importante per la tassa automobilistica.

La decisione della Corte riguarda a dire il vero una questione opposta, ovvero l’introduzione da parte della Regione Emilia Romagna di requisiti ulteriori rispetto a quelli stabiliti su base statale per poter fruire dell’esenzione dal pagamento del bollo per le auto storiche (con anzianità di immatricolazione compresa tra i 20 ed i 30 anni).

L’esenzione, regolata dal comma 2 dell’art. 63 della legge n. 342 del 2000 (abrogato dal 1° gennaio 2015) si applicava ad auto e moto di particolare interesse storico e collezionistico, di età compresa tra i 20 ed i 30 anni, individuati dall’ASI e dalla FMI.

Nel ribadire che le Regioni non possono introdurre requisiti e condizioni restrittive rispetto alle norme statali, la sentenza della Corte Costituzionale lascia ampio spazio di manovra per esenzioni aggiuntive, nel rispetto del pareggio di Bilancio e senza ricadute sulle casse dello Stato.

La sentenza n. 122 del 20 maggio 2019 fissa quindi un punto fermo: le Regioni non possono aumentare la pressione fiscale oltre i limiti stabiliti dalle leggi statali ma, al contrario, hanno piena facoltà di stabilire nuove agevolazioni relative al bollo auto, in virtù della propria autonoma politica fiscale.

Corte Costituzionale – sentenza n. 122 del 20 maggio 2019Bollo auto: Regioni libere di introdurre esenzioni fiscali

Esenzione bollo auto, la sentenza della Corte Costituzionale che dà il via libera alle Regioni

La sentenza della Corte Costituzionale depositata il 20 maggio 2019 è destinata a far discutere, in chiave positiva.

Oggetto della controversia è la questione di illegittimità costituzionalerelativa alla legge della Regione Emilia Romagna n. 15/2012, all’articolo 7, comma 2, nella parte in cui prevede che per aver diritto all’esenzione dal pagamento del bollo per le auto storiche dal 1° gennaio 2013 era necessaria l’iscrizione in uno dei registri previsti dall’articolo 60 del decreto legislativo n. 285 del 1992.

Secondo quanto previsto dalla sentenza della Corte Costituzionale, si tratta di una norma restrittiva che riduce in maniera illegittima il perimetro dei soggetti beneficiari dell’esenzione dal pagamento del bollo auto.

La legge statale prevedeva infatti che l’esenzione si applicasse senza adempimenti ulteriori per tutte le auto e moto immatricolati tra i 20 ed i 30 anni e che rientrassero tra quelle individuate da ASI e FMI.

L’illegittimità costituzionale confermata dalla Corte riguarda esclusivamente la parte della norma regionale che introduce requisiti più stringenti per l’applicazione dell’esenzione. Al contrario,

“non riguarda, tuttavia, quella parte della norma regionale che amplia la portata dell’esenzione di cui all’art. 63, comma 2, della legge n. 342 del 2000, estendendola al più generale insieme dei veicoli di interesse storico o collezionistico sia pure alla condizione della sussistenza dei sopra richiamati requisiti.”

Nella parte in cui l’esenzione viene estesa, la Corte stabilisce che non si ritiene un superamento, da parte della norma regionale, del limite massimo di manovrabilità stabilito dal principio di coordinamento di cui al comma 2 dell’articolo 8 del decreto legislativo n. 68 del 2011.

Bollo auto, Regioni libere di attuare la propria politica fiscale

Il decreto legislativo sul federalismo regionale, in attuazione dell’articolo 119 della Costituzione, ha stabilito con l’articolo 8 che, fermi restando i limiti massimi di manovrabilità previsti dalla legislazione statale, le Regioni disciplinano direttamente la tassa automobilistica regionale.

La norma è richiamata dalla Corte Costituzionale che, nella storica sentenza del 20 maggio 2019, ricorda che:

“il legislatore ha attribuito alla tassa automobilistica una valenza differenziata, sia rispetto ai tributi propri autonomi (siano essi “originari” o, nei termini di cui sopra, “ceduti”), sia rispetto ai tributi propri derivati, configurandola come un tributo proprio derivato particolare, parzialmente “ceduto”, in quanto alle Regioni è riconosciuto un più ampio margine di autonoma disciplina, limitato dal vincolo, unidirezionale, di non superare il limite massimo di manovrabilità stabilito dalla legge statale.”

Il bollo auto, secondo le disposizioni di cui all’articolo 8, comma 2 del decreto legislativo sopra citato, rappresenta un “tertium genus” e le Regionisono libere di sviluppare una propria politica fiscale in merito che non alteri i presupposti strutturali del tributo.

In sostanza, senza superare i limiti massimi stabiliti dalla legge statale, ovvero senza aumentare la pressione fiscale, le Regioni possono differenziare le proprie scelte in ambito fiscale. Anche introducendo esenzioni, agevolazioni o addirittura abolendo il bollo auto.

Un autonomia che è tuttavia vincolata al rispetto del principio dell’equilibrio di bilancio (articolo 81 della Costituzione) e senza ricadute sulle finanze statali.