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Pensioni invalidità 2019, importi attuali e chi può fare domanda di aumento

Gli importi attuali per pensioni di invalidità 2019 e cosa cambia dopo ultime novità per pensioni di cittadinanza per invalidi e disabili

Quest’anno tutte le prestazioni legate all’invalidità aumentano per effetto della rivalutazione generale delle pensioni, pari all’1,1%. Vediamo come cambiano gli importi delle pensioni di invalidità 2019 e quali sono le novità previste legate alle pensioni di cittadinanza.

Pensioni invalidità 2019: importi attuali e novità

Gli importi attuali previsti per le pensioni di invalidità 2019, in particolare, sono:

  1. per pensione d’invalidità civile o assegno di assistenza per gli invalidi civili parziali, passano da 282,55 euro a 285,66 euro per un limite di reddito personale annuo di 4.906,72 euro;
  2. per pensione di invalidità civile totale sono di 285,66 euro per un limite di reddito personale di 16.814,34 euro annui;
  3. per indennità di frequenza 2019 per i minori aumentano da 282,55 euro a 285,66 euro per un limite di reddito personale annuo di 4.906,72 euro;
  4. per assegno sociale sostitutivo 2019 per over 67 sono di 372,98 euro mensili per gli invalidi civili parziali, con un limite di reddito personale pari a 4.906,72 euro annui; di 372,98 euro mensili per gli invalidi civili totali, con un limite di reddito personale annuo pari a 16.814,34 euro;
  5. per pensione sociale sostitutiva 2019 sono di 292,43 euro mensili per gli invalidi civili parziali, con un limite di reddito personale pari a 4.906,72 euro annui; e di 292,43 euro mensili per gli invalidi civili totali, con un limite di reddito personale annuo pari a 16.814,34 euro;
  6. per pensione speciale sordomuti 2019 sono di 285,66 euro mensili per un limite di reddito personale annuo di 16.814,34 euro;
  7. per indennità di comunicazione 2019 sono di 256,89 euro e non sono previsti limiti di reddito per averne diritto;
  8. per pensione per ciechi assoluti sono di 308,93 euro mensili per un limite di reddito personale annuo di 16.814,34 euro;
  9. per i ciechi assoluti ultra 65enni sono 308,93 euro per un limite di reddito personale annuo sempre di 16.814,34 euro;
  10. per pensione per ciechi parziali sono di 285,66 euro mensili per un limite di reddito annuo di 4.906,72 euro;
  11. per assegno per i decimisti, cioè per chi ha un residuo visivo non superiore in ciascun occhio ad un decimo, con eventuale correzione ottica, sono di 212,01 euro mensili per un limite di reddito personale annuo di 8.083,89 euro;
  12. per indennità per i ventesimisti, cioè a chi ha un residuo visivo in ciascuno degli occhi, con eventuale correzione di lenti, non superiore ad un ventesimo, sono 210,61 euro e non è previsto alcun limite di reddito;
  13. per l’indennità di accompagnamento 2019 sono di 517,84 euro senza alcun limite di reddito;
  14. per i ciechi assoluti, sono a 925,25 euro mensili e anche in questo caso non sono previsti limiti di reddito per averne diritto;
  15. per pensione per i talassemici, l’indennità mensile spettante di 513,01 euro, senza limiti di reddito.

Novità pensioni invalidità: aumento previsto con pensioni di cittadinanza e per chi

Con la conversione del decreto pensioni 2019 in legge ufficiale, le ultime notizie confermano l’aumento previsto per le pensioni di invalidità 2019 e disabilità legate alle pensioni di cittadinanza. Tuttavia, si tratta di un aumento irrisorio rispetto alle promesse fatte e agli annunci e che ha suscitato non poche polemiche e delusioni da parte di interessate e relative associazioni.

L’aumento approvato, infatti, è di appena 50 euro per pensioni per invalidi e disabili e non vale nemmeno per tutti: l’aumento di 50 euro spetta, infatti, solo a nuclei familiari composti almeno da quattro persone di cui uno disabile. Nessun aumento, dunque, per chi vive in nuclei familiari differenti da tale composizione.

Pensioni di invalidità 2019: come fare domanda

La domande per le pensioni di invalidità 2019 legate alle pensioni di cittadinanza possono essere presentate esattamente nelle modalità previste per la richiesta delle pensioni di cittadinanza per tutti gli altri cittadini e cioè o direttamente sull’apposito sito web ufficiale www.redditodicittadinanza.gov.it inserendo le proprie credenziali Spid; o recandosi presso gli uffici di Poste Italiane; o rivolgendosi ai Caf.

Una volta presentata la domanda, l’Inps nel giro di qualche giorno verifica i requisiti del richiedente e in caso di esito positivo comunica il via all’erogazione della prestazione che, come confermano le ultime notizie, sarà accreditata sulla specifica card. Per quanto riguarda la pensione di invalidità legata alla pensione di cittadinanza, le ultime notizie hanno confermato che si potrà riscuotere anche in contanti presso banche e Poste.

Quattordicesima pensionati 2019: requisiti, calcolo, importi e data di pagamento

Pensionati: chi ha diritto alla quattordicesima nel 2019, quando arriva e quali sono i requisiti di reddito da considerare nel calcolo? Ecco tutte le istruzioni in vista del pagamento che sarà effettuato dall’INPS.

Quali sono i pensionati che hanno diritto alla quattordicesima nel 2019 e quali sono importo e la data di pagamento?

La quattordicesima mensilità sarà pagata a breve dall’INPS sulle pensioni che non superano i limiti di reddito fissati annualmente. Sono proprio i requisiti reddituali inoltre l’elemento fondamentale per calcolare l’importo della mensilità aggiuntiva erogata sul cedolino della pensione.

La quattordicesima pensionati 2019 è erogata come di consueto secondo specifiche regole di calcolo su importi e requisiti, sia di età che di reddito.

La quattordicesima, quindi, è erogata a coloro che rispettano congiuntamente i requisiti di età e di reddito, senza la necessità di dover fare fare domanda in quanto l’assegno non si richiede ma è un diritto previsto dalla legge.

La quattordicesima sulle pensioni è stata oggetto di importanti novità che hanno portato sia all’aumento dell’importo spettante che all’estensione della platea di soggetti che ne hanno diritto.

Tali modifiche e le nuove regole per effettuare il calcolo sono state inserite nella Legge di Bilancio 2017, oggi ancora in vigore.

Scendiamo quindi al dunque e vediamo quali pensionati hanno diritto alla quattordicesima nel 2019.

Quattordicesima pensioni 2019: chi ne ha diritto?

La quattordicesima 2019 è riconosciuta ai pensionati che rispettano i seguenti requisiti:

  • almeno 64 anni di età;
  • reddito complessivo individuale fino a un massimo di 2 volte il trattamento minimo annuo del Fondo pensioni lavoratori dipendenti, ovvero fino a 13.338,26 euro nel 2019.

Avranno quindi diritto all’erogazione della quattordicesima mensilità insieme alla rata di pensione tutti i pensionati appartenenti ad una delle gestioni dell’AGO o sostitutive, esclusive ed esonerative. Si tratta, in sintesi, di chi percepisce una pensione di anzianità, vecchiaia, invalidità o anticipata ma anche di chi è titolare di pensione di reversibilità.

Quattordicesima 2019: i pensionati devono fare domanda all’INPS?

Come abbiamo ricordato precedentemente chi percepisce la pensione non deve fare una richiesta per avere la quattordicesima: non si presenta domanda ma il pagamento è effettuato d’ufficio dall’INPS per i pensionati di tutte le gestioni sulla base dei redditi degli anni precedenti.

La quattordicesima viene riconosciuta in via provvisoria in presenza delle condizioni prescritte dalla legge, e viene successivamente verificata sulla base dei redditi consuntivi non appena disponibili.

Quattordicesima pensionati 2019: importo e limiti di reddito

Anche nel 2019 restano in vigore le novità introdotte dal 2017 in merito agli importi della quattordicesima per i pensionati, modifiche che vanno ad incidere anche sulle modalità di calcolo dell’assegno.

Per capire quanto ciascun pensionato prenderà come quattordicesima bisogna utilizzare i seguenti parametri:

  • reddito;
  • anni di contributi;
  • tipologia di pensionato (autonomo o dipendente).

Tra i requisiti da rispettare per aver diritto alla quattordicesima per l’anno 2019 i pensionati dovranno innanzitutto verificare quelli relativi al reddito.

Per l’anno 2019 devono essere quindi valutati i seguenti redditi:

  • nel caso di prima concessione della quattordicesima, tutti i redditi posseduti dal soggetto nell’anno 2019 (rientrano in tale casistica tutti coloro che negli anni precedenti non abbiano percepito la somma aggiuntiva);
  • nel caso di concessione successiva alla prima dovranno invece essere considerati i redditi per prestazioni per le quali sussiste l’obbligo di comunicazione al Casellario centrale dei pensionati di cui al decreto del Presidente della Repubblica 31 dicembre 1971, n. 1388, e successive modificazioni e integrazioni, conseguiti nel 2019 e i redditi diversi da quelli di cui al punto precedente, conseguiti nel 2018.

Già dall’anno scorso e anche nel 2019 gli importi della quattordicesima e la somma aggiuntiva prevista saranno erogati tenuto conto se il reddito complessivo del pensionato è compreso entro 1,5 volte il trattamento minimo oppure tra 1,5 e 2 volte.

Ecco gli importi della quattordicesima sulle pensioni nel 2019:

  • Quattordicesima pensioni redditi fino a 10.003,69 euro
Anni di ContributiImporto
Fino a 15 (18 per lavoratori autonomi)437 euro
Da 15 a 25 (da 18 a 28 per lavoratori autonomi)546 euro
Oltre 25 (28 per lavoratori autonomi)655 euro
  • Quattordicesima pensioni redditi da 10.003,69 euro a 13.338,26 euro
Anni di ContributiImporto
Fino a 15 (18 per lavoratori autonomi)336 euro
Da 15 a 25 (da 18 a 28 per lavoratori autonomi)420 euro
Oltre 25 (28 per lavoratori autonomi)504 euro

Quando arriva la quattordicesima 2019 per i pensionati

Una delle certezze per i pensionati è la data di pagamento della quattordicesima mensilità che sarà erogata insieme con la pensione del mese di luglio 2019.

L’assegno dovrebbe quindi essere corrisposto il giorno 2 sia per chi ha l’accredito in banca che per quelli che accreditano la pensione in posta.

Per i pensionati che perfezionano i requisiti entro il 31 luglio dell’anno di riferimento, la prestazione viene liquidata sulla rata pensionistica di luglio.

Invece, per coloro che perfezionano il requisito anagrafico richiesto dal 1° agosto in poi, la corresponsione è effettuata con una successiva elaborazione sulla rata di dicembre dell’anno di riferimento.

I pensionati saranno inoltre informati del pagamento della quattordicesima nell’apposita voce sul cedolino del mese di luglio 2019.

Pensioni: la cessazione dal lavoro deve essere effettiva

La cessazione dell’attività lavorativa, quale requisito per accedere alla pensione di anzianità, deve essere effettiva. Se un lavoratore si dimette, e viene poi riassunto dallo stesso datore di lavoro alle medesime condizioni, scatta la presunzione di cessazione simulata.

Con la sentenza 14417/2019 la Corte di cassazione ha ripercorso l’evoluzione normativa relativa alle condizioni per l’accesso alla pensione anticipata e alla cumulabilità tra trattamento previdenziale e reddito da lavoro, giungendo a formulare un principio di diritto: «Il regime di cumulabilità dei redditi da lavoro dipendente e della pensione di anzianità non esclude che quest’ultima possa essere erogata solo se al momento della presentazione della relativa domanda il rapporto di lavoro dipendente sia effettivamente cessato. A riguardo, deve ravvisarsi una presunzione semplice del carattere simulato della cessazione di tale rapporto ove essa sia seguita da immediata riassunzione del lavoratore, alle medesime condizioni, presso lo stesso datore di lavoro».

I giudici si sono pronunciati su un contenzioso tra l’Inps e un lavoratore. Quest’ultimo si è dimesso il 28 febbraio ed è stato riassunto il 1° marzo (dello stesso anno e non bisestile) dalla stessa azienda. Con effetto il 1° marzo è stata liquidata anche la pensione. Secondo la Corte d’appello la cessazione del rapporto di lavoro è stata effettiva, come testimoniato dall’erogazione del Tfr, del libretto di lavoro e dai prospetti paga. Sempre secondo la Corte d’appello, il fatto che sia stato sottoscritto un nuovo contratto tra le parti il primo giorno di pensionamento non è da ritenersi contrario alla legge, anche in base alla circolare Inps 89/2009 e nota del ministero del Lavoro 12/2009 secondo cui non è previsto un lasso di tempo minimo tra la cessazione del rapporto di lavoro e il reimpiego.

In realtà nella circolare 89/2009 si legge anche che «la ripresa dell’attività lavorativa da parte del lavoratore che consegue la pensione di anzianità non può in alcun caso coincidere con la data di decorrenza del trattamento pensionistico», cioè proprio la situazione oggetto di contenzioso.

La Corte di cassazione ricorda che la pensione di anzianità è subordinata alla risoluzione del rapporto di lavoro o alla cessazione dell’attività autonoma e che tale requisito è stato successivamente esteso alla pensione di vecchiaia. La successiva possibilità di cumulare pensione e attività lavorativa non modifica la necessità del requisito della cessazione dell’attività lavorativa per accedere alla pensione. Quest’ultimo costituisce «una presunzione di bisogno che giustifica ai sensi dell’articolo 38 della Costituzione l’erogazione della prestazione sociale».

In base alla normativa e alla circolare Inps 89/2009, tuttavia, non è vietato farsi riassumere immediatamente dopo la decorrenza della pensione. Nel caso oggetto del contendere, il lavoratore avrebbe potuto far decorrere il contratto dal 2 marzo. Tuttavia la Cassazione afferma che la discontinuità tra l’attività lavorativa prima e dopo la pensione non si deve limitare alla ricerca di «un mero iato temporale più o meno significativo ma partire dalla considerazione che, laddove l’attività lavorativa successiva al pensionamento intercorra con il medesimo datore di lavoro ed alle medesime condizioni di quelle proprie del rapporto precedente a tale evento, si configura una presunzione di simulazione dell’effettiva risoluzione del rapporto di lavoro al momento del pensionamento».

Dunque sembrerebbe che secondo i giudici un nuovo rapporto di lavoro alle medesime condizioni sia incompatibile con la pensione anche se decorrente qualche tempo dopo la stessa. Per superare la presunzione di simulazione dell’interruzione del rapporto di lavoro si deve fare ricorso a «plurimi potenziali indici sintomatici, ulteriori rispetto ad un mero dato temporale» (non indicati dai giudici) per verificare che il rapporto di lavoro abbia caratteristiche nuove rispetto al precedente.

Quota 100: ecco il calcolatore per scoprire se conviene andare in pensione prima

Conviene uscire dal lavoro qualche anno prima, magari a 62 anni, o è meglio aspettare l’età della pensione di vecchiaia a 67 anni? Il dilemma riguarda una platea di circa 300mila lavoratori italiani nel 2019 che cercano di capire gli effetti per la propria posizione pensionistica delle norme previste dal “decretone”, con il quale il governo, oltre a varare il reddito di cittadinanza, ha introdotto la possibilità di uscire dal mercato del lavoro con quota 100, ossia 62 anni anagrafici e 38 di contribuzione. 

Ora che il decreto è fatto si aspetta infatti solo la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale per l’entrata in vigore delle nuove misure che – nelle intenzioni del Governo – dovrebbero permettere su tutto il triennio della sperimentazione (2019-2021) a un milione di persone di andare in pensione. PUBBLICITÀ
Quota cento per i lavoratori privati e per i dipendenti pubblici, opzione donna, precoci, usuranti, Ape volontario e sociale, isopensione. Otto canali di uscita flessibile dal lavoro a partire dai 58 anni che sommati alle altre vie che permettono di raggiungere l’assegno – pensione di vecchiaia, anzianità, cumulo dei contributi, «Rita» – portano a 12 le chance di ritiro dal lavoro nel 2019. 
Si apre dunque ora la stagione dei calcoli per tutti quei lavoratori, che all’anagrafe risultano nati tra il 1952 e il 1959. Ma anche per quelli nati tra il 1960 e il 1962, che potrebbero beneficiare dell’assegno straordinario finanziato dalle imprese con i fondi di solidarietà bilaterali. 

Il provvedimento aggiunge più che togliere, mantenendo in vigore (o riportando in auge) alcuni aspetti della legislazione previgente in materia previdenziale – da opzione donna all’Ape social – ma l’introduzione di quota 100 e del sistema delle finestre cambia profondamente lo scenario e offre a chi si trova nell’ultima fase della propria carriera lavorativa uno strumento di flessibilità del proprio pensionamento. Senza contare che per la pensione anticipata secondo le regole della legge Fornero, viene congelato l’adeguamento all’aspettativa di vita. Serviranno 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne, con una finestra (mobile) di tre mesi dopo la maturazione dei requisiti.

Ma quota 100 conviene davvero? Uscire dal lavoro cinque anni prima, secondo i calcoli dell’Ufficio parlamentare di Bilancio, significa accusare una riduzione permanente della propria rendita previdenziale anche superiore aL 30%.
Questi sono dati medi ma è indispensabile ricordare che ogni lavoratore ha un percorso previdenziale differente da quello di tutti gli altri: attenzione, pertanto, a non farsi condizionare dal passaparola, osservando la posizione di parenti, amici e vicini di casa. 

Per offrire una bussola ai lettori Il Sole 24 Ore, in collaborazione con la società Epheso, mette a disposizione un nuovo «pensionometro», un tool aggiornato con tutte le novità introdotte dal decreto su pensioni e reddito di cittadinanza, che permette a una vasta platea di lavoratori la possibilità di calcolare in modo personalizzato la propria pensione. Le principali novità, si ricorda, riguardano:
pensione quota 100 – misura sperimentale in vigore per il triennio 2019-2021 che prevede l’uscita anticipata al raggiungimento di quota 100: 62 anni di età e 38 anni di anzianità contributiva. Prevista una finestra mobile di posticipo di 3 mesi (6 mesi per i dipendenti del pubblico impiego, che usciranno a partire dal 1° agosto).
blocco dell’incremento per la speranza di vita sulle pensioni anticipate e decorrenza con finestre trimestrali – misura sperimentale in vigore per gli anni 2019-2026 che blocca l’incremento per la speranza di vita per le pensioni anticipate con il solo requisito contributivo, il quale rimane fisso a 42 (41 per le donne) anni e 10 mesi di anzianità contributiva. Prevista una finestra mobile di posticipo di 3 mesi.
opzione donna – l’estensione del ricalcolo contributivo per le donne che entro il 31 dicembre 2018 hanno maturato 35 anni di contributi e almeno 58 anni di età se dipendenti e 59 anni se autonome. Rimane in vigore l’applicazione delle finestre mobili di 12 mesi per le dipendenti e 18 per le autonome.

L’introduzione (seppur sperimentale) di quota 100 in effetti incentiva i lavoratori a effettuare un vero e proprio bricolage previdenziale, spingendoli a prendersi cura del proprio destino: riscattando gli anni di laurea, per esempio, o quelli del servizio militare, ma anche coprendo alcuni buchi contributivi riscattando i periodi scoperti da versamenti. La costruzione della propria pensione va sostanzialmente a sostituire l’approccio tipico del sistema retributivo, in vigore nei decenni scorsi, in cui la rendita pensionistica dell’individuo dipendeva meno di adesso a una serie di scelte in capo al lavoratore, ma era legata a meccanismi di calcolo definiti dalle norme. La prima introduzione del sistema contributivo con la riforma Dini (d.lgs. 335/96) ha mutato profondamente il panorama, spingendo il singolo a una serie di scelte da cui dipende la consistenza dell’assegno pensionistico, oltre che il momento del pensionamento.

Ma quali sono i fattori su cui un individuo può far leva per “lavorare” alla propria pensione futura? Il decretone appena varato dal governo fornisce importanti leve in questo senso, si pensi ad esempio alle possibilità di riscatto agevolato per gli under 45 (che secondo le ultime ipotesi allo studio del governo potrebbe estendersi agli under 50) degli anni di studio universitario. Gli interessati potranno pagare un forfait di poco superiore a 5mila euro l’anno. Un metodo meno costoso di quello tradizionale per i periodi contributivi, che prevede invece come riferimento non una base forfettaria ma l’ultima retribuzione imponibile del lavoratore prima della richiesta sulla quale viene applicata la percentuale del 33 per cento. 

Il tool realizzato da Epheso consente anche di calcolare l’impatto dell’adesione a un fondo pensione e di stimarne gli effetti in termini di rendita, sulla base di alcuni assunti di base: l’ammontare della contribuzione, innanzitutto, tra quota volontaria – che in caso di adesione a fondi negoziali prevede il contributo del datore di lavoro – e trattamento di fine rapporto (Tfr), ipotesi di crescita delle carriere lavorative, dell’inflazione, dei mercati azionari e obbligazionari, il profilo di rischio del comparto di investimento scelto (garantito, prudente, bilanciato, aggressivo), oltre all’ipotesi di costi medi per fondi pensione di categoria, ossia negoziali, oppure aperti o anche Pip e, infine, gli oneri medi previsti per la conversione in rendita del montante contributivo accumulato negli anni (secondo i coefficienti di trasformazione correlati alle aspettative di vita). 

L’effetto è quello di correlare i versamenti effettuati nelle diverse fasi della propria carriera lavorativa con la rendita pensionistica di secondo pilastro derivante. E verificare così se sarà una cifra sufficiente per le proprie esigenze economiche future o se sarà necessario innalzare la contribuzione o modificare per esempio il profilo di rischio. Buona navigazione.

Ma a prescindere dal decretone, è fondamentale che i lavoratori abbiano a cuore la propria storia previdenziale innanzitutto resistendo alla tentazione di scorciatoie come il lavoro in nero, anche parziale (le cosiddette integrazioni “fuori busta”), che riduce il carico contributivo e che si traduce in pensioni più basse. I lavoratori autonomi, inoltre, devono poi ricordare che chi dichiara al Fisco un reddito il più basso possibile, commisura i versamenti contributivi a queste cifre, contribuendo – anche in questo caso – a ridurre il proprio montante contributivo. Tema non trascurabile per molti professionisti, la cui Cassa privatizzata, a fronte di una bassa contribuzione, eroga prestazioni particolarmente basse. Per questo è necessario pianificare sin dall’inizio della carriera professionale una serie di scelte per allocare in modo efficiente i propri risparmi. Gli italiani hanno una fiducia nell’investimento immobiliare superiore all’effettiva efficienza di questo asset e una crescita in materia di educazione finanziaria e previdenziale sarebbe auspicabile, tuttavia – per contrastare il progressivo calo del tasso di sostituzione tra ultimo stipendio e primo assegno pensionistico, i fondi pensione rappresentano lo strumento più indicato.

La pensione anticipata arriva 3 mesi dopo per chi svolge attività gravose

Per i lavoratori che svolgono un’attività “gravosa” la pensione quest’anno arriva tre mesi dopo rispetto all’anno scorso.

Una conseguenza probabilmente indesiderata dell’introduzione delle finestre mobili avvenuta con il decreto legge 4/2019 varato dal Governo per attutire gli effetti della riforma Fornero.

Secondo le regole previdenziali sono considerate gravose quindici attività che spaziano dagli operai dell’edilizia agli addetti non qualificati ai servizi di pulizia, dai facchini alle insegnanti degli asili. Per le persone che hanno raggiunto i 30 anni di contributi e hanno svolto queste attività per almeno 7 anni negli ultimi 10, la legge di bilancio 2018 (articolo 1, comma 147, della legge 205/2017) aveva già previsto l’esenzione dall’adeguamento dei requisiti della pensione di vecchiaia e anticipata nel biennio 2019-2020.

Di conseguenza quest’anno questi lavoratori sarebbero potuti andare in pensione di anticipata con 42 anni e 10 mesi di contributi, invece dei 43 anni e 3 mesi che sarebbero dovuti essere richiesti, in via generale, a tutti i lavoratori.

Il decreto legge 4/2019, in vigore dal 29 gennaio di quest’anno, da una parte ha “congelato” fino al 2026 incluso i requisiti in vigore l’anno scorso, quindi i 42 anni e 10 mesi per gli uomini, indipendentemente dall’attività svolta, ma dall’altra ha introdotto la finestra mobile di tre mesi. Ciò significa che dal momento in cui si matura il diritto alla pensione a quello in cui viene pagato il primo assegno, deve trascorrere un trimestre. In tale arco di tempo si può continuare a lavorare oppure smettere, rimanendo però senza stipendio e senza pensione.

Durante la fase di conversione in legge del decreto si era ipotizzata la cancellazione delle finestre per i lavoratori che svolgono le attività “gravose”, proprio per evitare che nel biennio 2019-2020 l’accesso alla pensione di fatto venisse posticipato rispetto a quanto previsto in precedenza. Possibilità però che non si è concretizzata.

Quindi quest’anno chi svolge attività gravose se non vuole rimanere per un trimestre senza entrate deve lavorare fino a raggiungere i 43 anni e 1 mese di contributi, invece dei 42 anni e 10 mesi che sarebbero stati sufficienti con le vecchie regole.

Il decreto legge 4/2019 non ha invece inciso sulla pensione di vecchiaia, per la quale non è prevista alcuna finestra e al contempo, per la generalità dei lavoratori, è scattato l’adeguamento alla speranza di vita, con un aumento di 5 mesi dell’età minima richiesta che è salita a 67 anni rispetto ai 66 anni e 7 mesi sufficienti l’anno scorso. Chi svolge attività gravose anche quest’anno va in pensione di vecchiaia con il requisito dell’anno scorso, quindi cinque mesi prima degli altri. 


Secondo le stime effettuate in occasione dell’approvazione della legge di bilancio 2018, la platea dei lavoratori interessati da questo ma anche da altri “sconti” sulla pensione (perché le attività gravose danno la possibilità di accedere anche ad altre agevolazioni previdenziali) sarebbe di circa 40mila persone.

Quota 100 e Naspi: la prestazione decade come avviene per la pensione anticipata?

Quota 100 e Naspi: situazione poco chiara sulla decadenza dell’indennità.

 Quota 100, infatti, consente a tutti coloro che hanno compiuto 62 anni di età e che hanno versato almeno 38 anni di contributi di andare in pensione anticipatamente senza dover raggiungere l’età pensionabile.

I dipendenti privati che al 31 dicembre 2018 hanno raggiunto i requisiti per aderire a quota 100, il 1° aprile 2019 hanno ricevuto il loro primo assegno previdenziale.

Su questa misura però ci sono ancora dei punti non chiari e uno di questi riguarda la Naspi, l’indennità di disoccupazione che viene erogata a coloro che hanno perso il posto di lavoro.

Infatti se per la pensione di vecchiaia e per quella anticipata le cose sembrano essere chiare, quando si parla di quota 100 non si capisce se coloro che decideranno di aderire a questa misura perderanno l’indennità di disoccupazione.

Quota 100 e Naspi: se si aderisce si perde l’indennità?

I contribuenti che ricevono l’indennità di disoccupazione poiché hanno perso il loro posto di lavoro, una volta raggiunti i requisti per la pensione di vecchiaia o per quella anticipata si vedranno decadere il riconoscimento.

A stabilirlo è stato il Dlgs 22/105 che ha chiarito che chiunque percepisce la Naspi, perde questo diritto una volta scelto un canale d’uscita anticipata, come quelli sopra citati.

Non si può dire lo stesso di indennità di disoccupazione, infatti, i Consulenti del Lavoro hanno chiarito che mancano le norme di coordinamento per ciò che concerne la suddetta misura e la percezione della Naspi.

A rigore di logica, essendo una forma di pensione anticipata, dovrebbe fare decadere la Naspi come avviene per la pensione anticipata o per quella di vecchiaia, ma la legge non è chiara su questo punto.

C’è da dire però che essendo quota 100 transitoria non è detto che questa debba essere considerata come le altre forme di pensione anticipata, ed è proprio per questo motivo che i Consulenti del Lavoro hanno affermato che con la maturazione dei requisiti per quota 100 la Naspi non decade.

Quota 100 news: Governo soddisfatto dei risultati raggiunti fino ad oggi

Quota 100 è una delle misure principali, inserita nel DL 4/2019, per superare la Legge Fornero e riformare quindi il sistema previdenziale.

Ad aprile sono arrivate circa 100 mila domande da parte dei lavoratori che hanno raggiunto i requisiti per aderire a quota 100 e lasciare così in anticipo il posto di lavoro.

Il Ministro del Lavoro, Luigi Di Maio, ha infatti espresso la sua soddisfazione rispetto al nuovo provvedimento proposto dal Governo giallo-verde.

Di Maio ci ha poi tenuto a chiarire che con la quota 100 si avvia la flessibilità previdenziale, e che grazie alla suddetta misura molti giovani riusciranno finalmente ad avere un posto di lavoro stabile.

Anche il Premier Conte, ha espresso la sua soddisfazione per i risultati raggiunti con quota 100 ed ha chiarito che questa non subirà alcuna interruzione.

Pensioni: la ricongiunzione

Per determinare il diritto e la misura della pensione possono essere utilizzati anche i contributi versati in fondi di previdenza diversi da quello cui si è iscritti: l’operazione di trasferimento è comunemente denominata ricongiunzione. L’unificazione ha lo scopo di ottenere un’unica pensione, calcolata su tutti i contributi versati, ed è conseguenza sia della mobilità dei lavoratori (dal settore privato a quello pubblico e viceversa), sia dalla maggior frequenza dei casi in cui, nel corso della carriera lavorativa, coesistono periodi di lavoro dipendente con attività di lavoro autonomo o professionale. Il complesso sistema previdenziale italiano si basa infatti su numerosi trattamenti differenti tra loro, gestiti da un notevole numero di enti, casse e fondi, rivolti a specifiche categorie, il cui universo può essere suddiviso in quattro grandi settori:

1) dipendenti privati iscritti presso il regime generale Inps o nei cosiddetti fondi speciali;
2) dipendenti pubblici (confluiti ora nell’Inps);
3) lavoratori autonomi (coltivatori diretti, artigiani, commercianti);
4) liberi professionisti (dotati di cassa di previdenza).

All’origine, ciascun fondo di previdenza era separato: non comunicava con gli altri perché vigeva una sorta d’impermeabilità tra le varie categorie professionali. Per quanti avevano diverse esperienze di lavoro le conseguenze erano ovviamente negative. In pratica, gli “spezzoni” contributivi versati nei vari enti davano diritto a pensioni d’importo modesto, quando non si perdevano del tutto. A mano a mano che la mobilità del lavoro ha preso piede, si è consolidato il principio della ricongiunzione. La ricongiunzione opera esclusivamente ai fini di una pensione unica. Questo significa che non si possono accentrare parzialmente i contributi versati in una gestione, né, in caso d’iscrizione a tre o più gestioni, trasferirne soltanto due o comunque lasciarne esclusa una parte. Non possono inoltre essere trasferiti periodi assicurativi che abbiano già dato luogo alla liquidazione di un trattamento pensionistico.

Conguaglio Irpef di fine anno: come cambia la busta paga di dicembre

Dipendenti tutti attenti al cedolino di dicembre: la causa è il Conguaglio Irpef di fine anno. La fine dell’anno coincide con le cosiddette “operazioni di conguaglio”, che hanno lo scopo di stabilire in via definitiva le tasse che il lavoratore deve pagare per l’anno 2018. Il risultato di queste operazioni può essere un rimborso in busta paga (conguaglio a credito) o, al contrario, una trattenuta(conguaglio a debito) che in alcuni casi può ridurre sensibilmente o addirittura azzerare la retribuzione di dicembre.

Per non farsi cogliere impreparati è importante approfondire cos’è il conguaglio e quali sono le sue conseguenze economiche.

Conguaglio Irpef: cos’è 

Per conguaglio di fine anno si intende un insieme di calcoli che il datore di lavoro (o come spesso accade il professionista / studio che cura l’elaborazione paghe) deve fare per stabilire l’ammontare definitivo delle tasse che il dipendente deve pagare all’Erario sui compensi percepiti nel corso dell’anno solare (1 gennaio – 31 dicembre). Questa elaborazione non può che essere fatta in occasione delle retribuzioni di dicembre dal momento che solo in quel mese è noto l’ammontare complessivo delle retribuzioni erogate nell’anno al dipendente.

Tuttavia, su ogni singolo stipendio da gennaio a dicembre il dipendente paga in anticipo le tasse, il cui ammontare è trattenuto direttamente dal datore di lavoro sulla retribuzione spettante del mese e poi da questi versato allo Stato con modello F24. Considerando che, ad esempio in occasione della busta paga di gennaio 2018, non è ancora noto l’importo delle retribuzioni che il dipendente percepirà nei mesi successivi (nel nostro caso da febbraio a dicembre), il datore o il professionista / studio ipotizza quale sarà l’ammontare complessivo dell’anno 2018 e su questo calcola le tasse da trattenere nel mese in questione (gennaio). Per questo, l’IRPEF pagata nel corso dell’anno è parziale, dal momento che l’ammontare definitivo sarà disponibile solo con la retribuzione di dicembre.

Conguaglio Irpef di fine anno: sommare le ritenute già operate

Ipotizziamo che l’IRPEF pagata in anticipo dal dipendente (la voce che nel cedolino è codificata con “IRPEF netta”) nel corso dell’anno sia stata pari a (comprese le mensilità aggiuntive, ipotizziamo la quattordicesima riconosciuta con il cedolino di giugno e la tredicesima con quello di novembre):

Gennaio Febbraio Marzo Aprile Maggio Giugno
480,20 480,20 480,20 480,20 490,25 850,00
Luglio Agosto Settembre Ottobre Novembre Dicembre
480,20 520,30 450,30 430,25 880,15 450,10

Per stabilire le tasse già pagate nell’anno si sommano gli importi mensili che danno un totale di euro 6.472,35.

Conguaglio Irpef di fine anno: stabilire l’Irpef lorda

Abbiamo detto che le ritenute operate nell’anno sono parziali. Per questo in sede di conguaglio si calcola l’IRPEF lorda sulle retribuzioni percepite nel periodo di imposta.

Il primo passaggio è ottenere la retribuzione imponibile IRPEF dell’anno (per intenderci l’importo su cui si calcolano le tasse). Si somma la retribuzione imponibile di ogni mese da gennaio a dicembre (identificata nel cedolino con la voce “retribuzione imponibile IRPEF”). Ipotizziamo che questa sia pari ad euro 26.500.

Il sistema di tassazione italiano prevede aliquote diverse per ogni scaglione di reddito:

  • Per retribuzioni fino a 15.000 euro aliquota del 23%;
  • Per retribuzioni oltre 15.000 fino a 28.000 aliquota del 27%;
  • Per retribuzioni oltre 28.000 fino a 55.000 aliquota del 38%;
  • Per retribuzioni oltre 55.000 fino a 75.000 aliquota del 41%;
  • Per retribuzioni oltre 75.000 aliquota del 43%.

Nel nostro caso l’IRPEF lorda si calcola:

  • Scaglione fino a 15.000 imposta pari a 3.450,00 euro (15.000 * 23 / 100 = 3.450,00)
  • Nello scaglione successivo (fino a 28.000) si calcola l’aliquota del 27% sulla parte residua della retribuzione cioè euro 11.500 (26.500 – 15.000 già soggetto all’aliquota del 23% = 11.500,00), in questo caso l’imposta è pari a 3.105,00 euro (11.500,00 * 27 / 100 = 3.105,00).

Di conseguenza l’imposta lorda dovuta per l’anno 2018 sarà pari a 3.450,00 + 3.105,00 = 6.555,00 euro.

Conguaglio Irpef di fine anno: stabilire l’IRPEF netta

Dall’IRPEF lorda devono essere sottratte le detrazioni d’imposta. Per loro definizione queste hanno il compito alleggerire il peso delle tasse nei confronti di chi sostiene già altre spese. Ad esempio, le detrazioni per lavoro dipendente sono giustificate dal fatto che il dipendente per recarsi al lavoro si fa carico di spese di trasporto (auto, autobus ecc…) o detrazioni per carichi di famiglia (oneri sostenuti per il mantenimento dei figli, del coniuge o di altri familiari).

Ipotizziamo che il dipendente abbia diritto alle sole detrazioni per lavoro dipendente pari per il periodo d’imposta 2018 ad euro 1.420,00. Di conseguenza l’imposta netta sarà pari a 6.555,00 (imposta lorda) – 1.420,00 (detrazioni) = 5.135,00 (imposta netta).

Conguaglio Irpef di fine anno: a credito o a debito

A questo punto si confronta l’Irpef effettivamente dovuta per l’anno (euro 5.135,00) con quella già trattenuta nell’anno (euro 6.420,00). Nel nostro esempio il dipendente ha pagato nell’anno più tasse di quelle che in realtà avrebbe dovuto pagare:

5.135,00 (IRPEF definitiva dell’anno) – 6.420,00 (IRPEF trattenuta nell’anno) = – 1.285,00.

In questo caso si parla di conguaglio a credito, con il dipendente che avrà diritto al rimborso delle tasse pagate in eccedenza con la retribuzione di dicembre 2018.

Ipotizziamo il caso contrario:

6.420,00 (IRPEF definitiva dell’anno) – 5.135,00 (IRPEF già pagata nell’anno) = 1.285,00.

Trattasi di conguaglio a debito, per questo nel cedolino di dicembre il datore dovrà trattenere euro 1.285,00 a titolo di tasse non pagate.

Conguaglio Irpef di fine anno: calcolo bonus 80 euro

Come avviene per l’IRPEF anche il bonus 80 euro viene erogato mensilmente in base ad una simulazione di quella che sarà la retribuzione complessiva dell’anno. L’importo annuo del bonus è legato ai seguenti scaglioni:

  • Fino a 24.600 euro spettano 960 euro all’anno;
  • Per i redditi superiori a 24.600 e fino a 26.600 il bonus è riproporzionato in base alla seguente formula [960 * (26.600 – reddito complessivo) / 2000];
  • Per i redditi superiori a 26.600 il bonus non spetta.

Ipotizziamo che il bonus erogato nei mesi da gennaio a dicembre 2018 (la voce in cedolino chiamata “Credito fiscale D.L. 66/2014”) sia stato pari ad euro 150,00.

A questo punto si stabilisce l’importo effettivo del bonus sulla base del reddito complessivo dell’anno (ipotizziamo sia di euro 26.500):

[960 * (26.600 – 26.500) / 2000] = 48,00 euro.

Confrontando il bonus anticipato nell’anno (euro 150,00) con quello effettivamente spettante (euro 48,00) il datore dovrà trattenere dalla retribuzione di dicembre l’importo di bonus erogato in più pari a:

48,00 (bonus spettante) – 150,00 (bonus anticipato) = – 102,00.

Conguaglio Irpef di fine anno: addizionali regionali e comunali

Il reddito complessivo del 2018 stabilito in sede di conguaglio è anche lo stesso su cui si calcolano:

  • Addizionale regionale 2018 da trattenere sulle retribuzioni erogate nel 2019;
  • Acconto addizionale comunale 2019 (pari al 30% dell’importo ottenuto) da trattenere nel 2019 e calcolato sul reddito 2018 (il saldo da trattenere nel 2020 sarà pari al reddito effettivo del 2019meno l’acconto citato).

Colf e badanti, aumenta il rischio cause: una su due lavora in nero

Le liti sul lavoro domestico che arrivano davanti al sindacato sono in aumento nell’ultimo decennio, del 3-5% all’anno. Lo rivelano le analisi condotte da Domina e Fondazione Moressa. Alla base di queste liti tra le famiglie, da un lato, e colf, baby sitter e badanti ,dall’altro, c’è l’elevato tasso di irregolarità nel settore, che occupa in totale quasi due milioni di addetti , 864.526 regolari e oltre un milione sconosciuti a Inps, Inail e Fisco.

La stima Istat di sei domestici irregolari su dieci trova conferma nei controlli dell’Ispettorato nazionale del lavoro, che hanno scoperto prestazioni completamente “in nero” nelle famiglie nel 56,4% dei casi monitorati nel 2015, nel 60,8% nel 2016 e nel 47,3% nel 2017. Un comportamento che può costare caro ai datori, che possono vedersi arrivare richieste di pagamenti arretrati per svariate migliaia di euro.

LE IRREGOLARITÀ NEL LAVORO DOMESTICO

Le tipologie di violazioni rilevate nei controlli dell’Ispettorato nazionale del lavoro, tra le famiglie-datori di lavoro domestico e negli altri settori. Dati in %
(Fonte: Elaborazioni Fondazione Leone Moressa su dati della direzione generale per l’attività ispettiva – Inl)

È la “vicinanza” con i lavoratori domestici, che frequentano abitualmente la casa e si prendono cura dei bambini o degli anziani, a indurre le famiglie a non formalizzare il rapporto secondo le regole del contratto nazionale di lavoro, affidandosi ad accordi verbali – a volte poco chiari – e a stipendi versati in contanti. L’indagine «Vertenze nel lavoro domestico: il confine tra legalità e necessità» è realizzata dalla Fondazione Leone Moressa per Domina, l’Associazione nazionale delle famiglie di datori di lavoro domestico. Sarà presentata a Milano il 12 dicembre e fa luce sul tipo di irregolarità che sta alla base delle liti arrivate al sindacato (lo step successivo è il tribunale).

Un’altra prassi diffusa tra le famiglie e altrettanto rischiosa in caso di controversia con il lavoratore, è quella di dichiarare all’Inps un orario diverso da quello effettivamente svolto, ad esempio la metà delle ore settimanali, versando una parte della retribuzione in nero: il datore risparmia sui contributi e il lavoratore dovrà versare meno imposte sul reddito. Questa prassi è stata riscontrata nel 4,2% delle famiglie ispezionate nel 2017, mentre nel resto degli accertamenti incideva per il 14,6 per cento. Ma nel 2016 erano state riscontrate irregolarità sull’orario di lavoro domestico nel 13,1% delle famiglie, in linea con il 13,8% rilevato nei controlli sugli altri settori. Dopo anni di lavoro con questa prassi, però, può accadere che una persona impiegata come badante chieda pagamenti arretrati riferiti a 54 ore settimanali, per un periodo anche molto lungo, mettendo la famiglia davanti a una richiesta di denaro che può tranquillamente arrivare a 35mila euro.

L’indagine di Domina-Fondazione Moressa mette sotto la lente anche il valore economico del lavoro domestico, considerando che l’8,3% delle famiglie italiane ha almeno un collaboratore e che il numero delle badanti – dato anche l’invecchiamento progressivo della popolazione – è cresciuto dell’8% dal 2012 al 2017. La spesa per pagare i servizi di colf, baby sitter e badanti è di 6,9 miliardi all’anno: 5,6 miliardi per le retribuzioni, 0,9 miliardi per contributi e 0,4 miliardi per il Tfr. Se si aggiunge a questa cifra la spesa per retribuire i lavoratori irregolari, secondo Domina si arriva a un totale di 18,96 miliardi.

«È evidente – spiega Lorenzo Gasparrini, segretario generale di Domina – quanto sia necessario sostenere le famiglie che assistono a casa le persone anziane e non autosufficienti, facendo risparmiare allo Stato 15 miliardi all’anno. È necessario estendere alle retribuzioni del personale domestico – aggiunge – la deducibilità fiscale oggi prevista solo per i contributi, almeno per le persone non autosufficienti. Una spesa che si ripagherebbe almeno in parte, per lo Stato, con i contributi e con le imposte dei lavoratori che emergerebbero dal nero».

Fonte: Il Sole 24 Ore

TFR colf e badanti

Nel mese di dicembre, un lavoratore domestico su due chiede al proprio datore di lavoro un anticipo sul trattamento di fine rapporto. Contrariamente alla maggioranza dei lavoratori subordinati, infatti, colf e badanti non devono attendere di essere assunti da 8 anni presso la stessa famiglia per presentare la domanda, né hanno bisogno di impiegare la somma in modo specifico (per l’acquisto di una casa, per esempio): possono chiedere di ritirare prima del tempo fino al 70% di quanto maturato ogni anno. Questo si traduce per una spesa in più per le famiglie italiane, specialmente per chi impiega badanti, colf o baby sitter conviventi.

Dal già citato anticipo, al calcolo della liquidazione, che deve essere rivalutata fino all’ultimo mese di lavoro, fino alla tassazione. Il datore, nel caso abbia anticipato una quota del Tfr, non essendo un sostituto d’imposta, non opera le ritenute Irpef e colf e badanti devono quindi versare un’imposta sostitutiva del 20% a titolo di acconto.