Tag - Pensioni e lavoro

Bonus tredicesima pensioni 2019: a chi spetta? Tutte le istruzioni

Bonus tredicesima 2019 per i titolari di pensioni basse: a chi spetta e quali sono gli importi dell’assegno aggiuntivo riconosciuto dall’INPS a dicembre? Tutte le istruzioni ed i limiti di reddito da considerare.

Bonus tredicesima ai titolari di pensioni basse: anche nel 2019 l’INPS riconosce una somma aggiuntiva sull’assegno ai pensionati che non superano determinati limiti di reddito.

Non sono in molti a sapere che insieme alla tredicesima mensilità, a dicembre viene riconosciuto un ulteriore importo aggiuntivo ai pensionati.

Si tratta dell’integrazione riconosciuta a tutti i pensionati che non superano determinati limiti, fissati annualmente, sia in relazione alla pensione erogata dall’INPS che al totale del reddito individuale e coniugale percepito.

L’importo che verrà pagato insieme alla tredicesima è pari a 154,94 euro circa (le ex 300.000 lire), secondo le disposizioni introdotte dalla Legge Finanziaria del 2000, rimaste invariate sino ad oggi.

Analizziamo di seguito tutte le regole ed i requisiti da rispettare per poter ricevere il bonus tredicesima sulle pensioni.

Bonus tredicesima pensioni 2019: a chi spetta? Tutte le istruzioni

Per capire se si ha diritto o meno al bonus di 154 euro insieme alla tredicesima i pensionati dovranno considerare sia il limite relativo al reddito individuale che quello coniugale, oltre a considerare il totale della pensione percepita.

Il bonus aggiuntivo sulla tredicesima spetta a chi rispetta i seguenti limiti:

Bonus tredicesima 2019Limite pensione individualelimite reddito individualelimite reddito coniugale
Importo pieno6.669,13 euro10.003,70 euro20.007,39 euro
Importo ridotto6.669,14 – 6.824 euro

Come evidenziato nella tabella, bisogna quindi considerare non solo il limite relativo alla pensione percepita, ma anche il reddito complessivo (sia singolo che coniugale per i pensionati sposati).

Il limite relativo alle pensione individuale sarà utilizzato dall’INPS anche per il calcolo dell’importo del bonus spettante sulla tredicesima. Non tutti hanno diritto al bonus di 154 euro.

Chi percepisce una pensione complessiva di importo superiore ai 6.669,13 euro e fino a 6.824 euro, avrà diritto ad un bonus pari alla differenza tra 6.824 euro e l’importo della pensione, sempre nel caso di rispetto dei limiti di reddito di cui sopra.

Per capire a chi spetta il bonus aggiuntivo sulla tredicesima sarà quindi necessario considerare:

  • l’importo totale della pensione percepita;
  • il limite di reddito individuale;
  • il limite di reddito coniugale (per i pensionati sposati).

Bonus tredicesima 2019: per quali pensioni spetta?

Il limite di reddito e quello relativo all’importo totale della pensione riconosciuta nell’anno è il requisito fondamentale per capire quando spetta il bonus tredicesima INPS 2019.

Ricordiamo però che l’integrazione non è riconosciuta su tutte le tipologie di pensione. Ad esempio, non ne hanno diritto coloro che percepiscono una pensione di invalidità civile, l’assegno o la pensione sociale.

Tredicesima 2019 e bonus pensionati: pagamento il 2 dicembre con il cedolino INPS

A differenza dei lavoratori dipendenti, che percepiscono la tredicesima mensilità a ridosso delle festività di Natale, per i pensionati la gratifica natalizia arriva all’inizio del mese.

È con il cedolino INPS di dicembre 2019 che sarà erogata la tredicesima sulle pensioni, secondo le date indicate dall’INPS nel calendario del pagamento degli assegni previdenziali e assistenziali.

Ecco quindi quando arriva la tredicesima 2019 per i pensionati:

  • lunedì 2 dicembre 2019 per chi ha l’accredito della pensione alle poste;
  • lunedì 2 dicembre 2019 per chi ha l’accredito della pensione in banca.

Al netto della differente data di pagamento, le regole sulla tredicesima sono le stesse tra lavoratori dipendenti e pensionati: il calcolo si effettua sulla base delle mensilità di pensione erogate nel corso dell’anno.

Riforma previdenziale: le proposte al vaglio della Commissione di Bilancio

Pensioni, ultime novità: la Commissione di Bilancio si è riuniTAà per discutere le proposte che le sono state presentate in tema di riforma previdenziale.

Il Governo nell’ultimo periodo, ha lavorato duramente per trovare valide soluzioni per superare la Legge Fornero e riformare il sistema delle pensioni.

Ufficiale ormai la proroga dell’Opzione donna e dell’Ape sociale, misure che consentono ad alcune categorie di lavoratori e lavoratrici di andare in pensione anticipata.

Novità anche per ciò che concerne la rivalutazione delle pensioni e per la creazione di un fondo di garanzia per i giovani.

Pensioni, ultime news: confermata la proroga dell’Opzione donna e dell’Ape sociale

Le principali novità in tema di riforma previdenziale riguardano la proroga fino al 2021 dell’Ape sociale e dell’Opzione donna.

Si ricorda che l’Ape sociale consente a tutti coloro che hanno compiuto 63 anni di età e che versano in una condizione particolare, come ad esempio i disoccupati, gli invalidi e coloro che svolgono lavori cosiddetti gravosi di andare in pensione anticipata.

L’Opzione donna, invece, consente a tutte le lavoratrici che hanno compiuto 58 anni di età nel caso delle lavoratrici dipendenti o 59 anni di età nel caso di quelle autonome e che hanno versato almeno 35 anni di contributi di andare in pensione anticipata, con il metodo del ricalcolo contributivo.

Tutti coloro che soddisfano i suddetti requisiti potranno quindi, anche nel 2020, decidere di andare in pensione anticipatamente senza dover attendere l’età pensionabile.

Pensioni, ultime news: le novità sulla rivalutazione e sul fondo di garanzia per i giovani

Lunedì, 4 novembre 2019, la Commissione di Bilancio valuterà anche la proposta dell’INPS di introdurre un fondo di garanzia per i giovani che a causa di contratti atipici potrebbero non vedere mai la pensione.

Per ciò che concerne invece la rivalutazione delle pensioni, si ricorda che è stata confermata nella Legge di Bilancio 2020 la rivalutazione al 100% delle pensioni fino a 4 volte il minimo.

Nonostante ci sia stato un aumento dell’adeguamento del 3%, visto che fino ad oggi la rivalutazione era al 97%, questo non sembra essere un gran passo avanti per i sindacati che chiedono un cambiamento più significativo.

Infatti, con l’aumento dell’adeguamento del 3%, i pensionati guadagneranno solamente 3 euro in più nella loro pensione.

Pensioni, ultime novità: ecco il tasso di rivalutazione 2020

È stato reso noto quale sarà il tasso di rivalutazione da applicare nel 2020 per procedere al calcolo dell’importo delle pensioni.

Il tasso di rivalutazione è quel parametro che viene utilizzato per calcolare l’importo delle pensioni, per la parte che rientra nel regime contributivo, di coloro che verranno collocati in quiescenza dal 1° gennaio 2020.

Il suddetto parametro è fondamentale per calcolare l’importo delle pensioni, in quanto al momento dell’accesso alla pensione il montante contributivo, prima di essere trasformato in assegno, deve essere rivalutato tenendo conto della crescita nominale del PIL degli ultimi 5 anni.

Calcolo dell’importo delle pensioni: è stato reso noto il tasso di rivalutazione da applicare nel 2020

Come abbiamo precedentemente accennato il tasso di rivalutazione è un parametro fondamentale per il calcolo dell’importo delle pensioni.

In particolare tale parametro viene utilizzato per adeguare il montante contributivo alle variazioni del PIL.

Il tasso di rivalutazione incide particolarmente per quei contribuenti che hanno un importo calcolato interamente con il sistema contributivo, ovvero chi ha iniziato a lavorare successivamente al 1° gennaio 1996.

L’ISTAT ha reso noto che il tasso medio annuo, risultato della variazione del PIL nominale nei cinque anni precedenti al 2018, è pari a 0,018254.

Per questo motivo il coefficiente di rivalutazione, reso noto da un comunicato stampa ufficiale del Ministero del Lavoro, sarà pari a 1,8254%.

Pensioni, ultime news: in arrivo un decreto che renderà nota la nuova età pensionabile

Il Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali in accordo il Ministero dell’Economia e delle Finanze, hanno annunciato che entro la fine del 2019 verrà pubblicato un decreto interministeriale che renderà nota la nuova età pensionabile.

La nuova età pensionabile sarà valida per il biennio 2021-2022 e dovrebbe aumentare di un mese.

Una volta stabilita la nuova età pensionabile il Ministero del Lavoro potrà rendere noti anche i coefficienti di trasformazione, grazie ai quali poi il montante contributivo potrà essere trasformato in assegno previdenziale.

Non ci resta quindi che aspettare la pubblicazione del decreto che renderà nota la nuova età pensionabile.

Contributi lavoratori domestici INPS: in scadenza il terzo trimestre 2019

Contributi lavoratori domestici INPS in scadenza.

Infatti, dal 1 al 10 ottobre 2019 i datori di lavoro che hanno alle proprie dipendenze una colf, una badante o comunque personale domestico, devono provvedere a versare i relativi contributi per il terzo trimestre 2019.

In particolare, i contributi coprono esclusivamente i mesi che vanno da luglio a settembre.

Da notare che da quest’anno i datori di lavoro domestici devono fare i conti con l’indice di variazione Istat dei prezzi al consumo per famiglie di operai ed impiegati (FOI), risultato nella misura dell’1,1% per il periodo “gennaio 2017 – dicembre 2017” ed il periodo “gennaio 2018 – dicembre 2018”.

Ma quanto bisogna versare quest’anno? Quali sono le modalità di pagamento? Ecco quello che c’è da sapere sul pagamento della terza rata 2019 dei contributi dei lavoratori domestici.

Contributi lavoratori domestici INPS 2019: tutte le scadenze

I contributi INPS di colf, badanti, babysitter ed in generale lavoratori domestici si pagano per trimestri solari, secondo il seguente scadenzario:

  • primo trimestre (gennaio-febbraio-marzo): dal 1° al 10 aprile;
  • secondo trimestre (aprile-maggio-giugno): dal 1° al 10 luglio;
  • terzo trimestre (luglio-agosto-settembre): dal 1° al 10 ottobre;
  • quarto trimestre (ottobre-novembre-dicembre): dal 1° al 10 gennaio dell’anno successivo.

Contributi colf, badanti e babysitter 2019: quanto bisogna pagare?

Per capire quanto bisogna pagare di contributi INPS, bisogna innanzitutto comprendere che la retribuzione da considerare ai fini del versamento dei contributi del personale domestico prevede quattro determinate fasce di salario orario convenzionale, cui corrispondono altrettante fasce di retribuzioni effettive.

In particolare:

  • se l’orario di lavoro del collaboratore non superi le 24 ore settimanali, il contributo orario fa riferimento a tre diverse fasce di retribuzione;
  • se l’orario di lavoro è di almeno 24 ore settimanali, il contributo è fisso per tutte le ore retribuite.

Quindi, per quest’anno, i valori contributivi sono stati così determinati (senza contributo addizionale):

  • retribuzione oraria effettiva fino a € 8,06: importo contributo orario € 1,42 (€ 0,36 a carico del lavoratore) comprensivo quota CUAF; € 1,43 (€ 0,36 a carico del lavoratore) senza quota CUAF;
  • retribuzione oraria effettiva oltre € 8,06 fino a € 9,81: importo contributo orario € 1,61 (€ 0,40 a carico del lavoratore) comprensivo quota CUAF; € 1,62 (€ 0,40 a carico del lavoratore) senza quota CUAF;
  • retribuzione oraria effettiva oltre € 9,81: importo contributo orario € 1,96 (€ 0,49 a carico del lavoratore) comprensivo quota CUAF; € 1,97 (€ 0,49 a carico del lavoratore) senza quota CUAF;
  • orario di lavoro superiore a 24 ore settimanali: importo contributo orario € 1,04 (€ 0,26 a carico del lavoratore) comprensivo quota CUAF; € 1,04 (€ 0,26 a carico del lavoratore) senza quota CUAF.

Si ricorda, al riguardo, che per i lavoratori domestici con contratto a termine bisogna applicare anche il contributo addizionale, pari all’1,4%, che incide sui contributi dovuti.

Contributi lavoro domestico: come pagare?

I contributi possono essere pagati scegliendo una delle seguenti modalità:

  • bollettino MAV precompilato inviato dall’Inps;
  • circuito “Reti Amiche”;
  • online, utilizzando la modalità “Pagamento immediato pagoPA” con carta di credito o debito, con prepagata oppure con addebito in conto;
  • Contact Center, telefonando al numero gratuito 803.164.

Assegni familiari non pagati in busta paga a luglio? Ecco perché

Buste paga più leggere a luglio per i dipendenti che attendevano il pagamento degli assegni familiari (ANF). A causa della nuova procedura per le domande, i ritardi si accumulano.

C’è da specificare da subito che se nella busta paga di luglio 2019 non c’è il pagamento degli assegni al nucleo familiare non bisogna dare la colpa al proprio datore di lavoro che, purtroppo, è esso stesso “vittima” dei ritardi dell’INPS.

La causa del problema che sta interessando molti lavoratori, imprese e loro consulenti, è la nuova procedura per fare domanda.

La richiesta degli ANF, a partire dal mese di aprile 2019, è effettuata online direttamente dal dipendente. È l’INPS a fare il calcolo teorico dell’importo massimo degli assegni familiari che, successivamente, il datore di lavoro calcola in relazione alla tipologia di contratto e ai periodi di presenza o assenza dal lavoro e paga in busta paga.

Una procedura che dovrebbe essere più sicura, facile e lineare, ma che così non è alla prova dei fatti.

Assegni familiari non pagati in busta paga a luglio? Ecco perché

Il perché del mancato pagamento in busta paga degli assegni al nucleo familiare è tutto nella nuova procedura telematica attiva dal 1° aprile 2019 in merito alle domande per gli ANF.

La nuova procedura online “ANF DIP” è stata introdotta, forse, in un periodo poco felice, e a pochi mesi dal 1° luglio, scadenza per il rinnovo delle richieste degli assegni familiari per i lavoratori dipendenti.

C’è da dire che dall’INPS non è arrivata nessun indicazione specifica sul perché del mancato pagamento sullo stipendio degli assegni familiari, ma sono i professionisti e le imprese a fornire utili dettagli.

Il motivo dei ritardi sta tutto nel fatto che sul sito INPS ad oggi non sono stati messi a disposizione dei datori di lavoro tutti i dati necessari per pagare gli ANF in busta paga e, senza le indicazioni dell’Istituto, aziende e consulenti non possono procedere all’accredito della somma.

Gli assegni familiari a partire dal 2019 possono essere pagati in busta pagasoltanto dopo l’accoglimento della domanda da parte dell’INPS, che metterà a disposizione del datore di lavoro l’importo teorico riconosciuto sulla base delle tabelle ANF e dati relativi alla composizione del proprio nucleo familiare e ai redditi percepiti.

Sarà successivamente il datore di lavoro a dover fare il calcolo esattodell’importo spettante, in base al contratto e ai periodi di presenza o assenza dal lavoro.

Insomma, una procedura che prevede passaggi ben precisi e, se un tassello dell’ingranaggio salta, la conseguenza è che il tutto si rallenta.

ANF, la nuova modalità di presentazione della domanda per gli assegni familiari

Nell’attesa che l’INPS comunichi i dati necessari per il pagamento degli assegni al nucleo familiare, riepiloghiamo di seguito le nuove regole per poter fare domanda di ANF, introdotte ed illustrate punto per punto dalla circolare n. 45 del 22 marzo 2019.

Dal 1° aprile 2019 le domande di assegno per il nucleo familiare dei lavoratori dipendenti di aziende attive del settore privato non agricolo devono essere presentate direttamente all’INPS, esclusivamente in modalità telematica. Non si usa più il modulo ANF/DIP (SR16), da consegnare al datore di lavoro, ma l’intera procedura viaggia sul web.

Per poter fare domanda autonomamente è necessario essere in possesso del PIN per l’accesso ai servizi online dell’INPS. In alternativa è possibile rivolgersi ad un Patronato o ad un consulente del lavoro.

All’invio della domanda, l’INPS effettua i controlli su redditi e composizione del nucleo familiare e, successivamente, rende visibili al cittadino importi giornalieri e mensili massimi spettanti, all’interno della sezione “Consultazione domanda” della propria area riservata.

L’esito sarà visibile, con le medesime modalità, anche ai Patronati che, su delega del cittadino richiedente, hanno provveduto ad inviare le domande di ANF all’Istituto.

Il lavoratore dovrà comunicare l’esito positivo della richiesta al proprio datore di lavoro, il quale avrà accesso ai dati necessari all’erogazione e al conguaglio degli ANF attraverso una specifica applicazione presente nel Cassetto previdenziale aziendale.

Senza intoppi, il datore di lavoro paga a partire dalla prima busta paga gli assegni familiari riconosciuti al dipendente. In caso contrario, bisognerà armarsi di pazienza, ricordando che in ogni caso gli ANF non pagati non si perdono, ma verranno accreditati con il primo stipendio utile

Pensioni: quali agevolazioni per chi assiste un familiare disabile?

Esistono diverse agevolazioni sulla pensione per chi assiste un familiare disabile in situazione di gravità: ecco quali sono le condizioni da soddisfare per anticipare l’accesso alla pensione.

Pensioni: esiste più di un’agevolazione per chi assiste un familiare disabile.

Come noto alcune categorie di persone godono di una maggiore flessibilità nell’accesso alla pensione: in caso di situazioni particolari, tra cui appunto figura l’assistenza di un familiare disabile, viene riconosciuta infatti la possibilità di anticipare l’accesso alla pensione.

Nel dettaglio, per coloro sui quali grava un carico di cura nei confronti di un disabile vi è la possibilità di accedere alla pensione con Quota 41 oppure quella di richiedere l’anticipo pensionistico Ape Sociale.

Prima di vedere cosa prevedono queste agevolazioni è bene fare chiarezza su cosa si intende per “assistenza disabili” e quali sono le condizioni da soddisfare per poter accedere ai benefici sulla pensione.

Agevolazioni sulla pensione per chi assiste un disabile: quando spettano?

Oggi in Borsa, linea diretta con i mercati: puntata mercoledì 31 luglio00:00/00:0000:00Loading Ad Next VideoOggi in Borsa, linea diretta con i mercati: puntata martedì 30 luglio00:00×

Come spiegato dall’Inps, possono anticipare l’accesso alla pensione coloro che – al momento della domanda di pensionamento – assistono da almeno sei mesi uno tra:

  • coniuge o parente di primo grado convivente;
  • parente o affine di secondo grado qualora i genitore o il coniuge della persona con handicap abbiano compiuto 70 anni, oppure siano affetti da patologie invalidanti, o siano deceduti o mancanti.

Le persone da assistere devono avere un handicap in situazione di gravitàriconosciuto ai sensi dell’articolo 3, III comma, della legge 104/1990.

Quando si parla di “handicap in situazione di gravità”? La Legge 104 specifica che questa condizione riguarda coloro che a causa di una minorazione – singola o multipla – hanno una ridotta autonomia personale, correlata all’età, che rende necessario un intervento assistenziale di tipo permanente, continuativo e globale della sfera individuale “o in quella di relazione”.

È bene precisare però che non esiste alcun automatismo, né tantomeno una correlazione, tra la certificazione di “handicap grave” e l’invalidità al 100%; potrebbe succedere, infatti, che ad una persona a cui non è stata riconosciuta l’invalidità totale venga comunque riconosciuto l’handicap grave meritevole di assistenza. Per il riconoscimento di entrambe le situazioni è comunque richiesta un’apposita visita medico-legale.

Assistenza disabile grave: quali agevolazioni sulla pensione? 

Fatta chiarezza sul concetto di assistenza al disabile in condizioni di gravità possiamo vedere di quanto è possibile anticipare l’accesso alla pensionequalora si rientri nella suddetta categoria.

Come anticipato, la legge riconosce a queste persone la possibilità di anticipare l’accesso alla pensione ricorrendo a delle misure di flessibilità, quali Quota 41 e l’Ape Sociale.

La prima misura consente l’accesso alla pensione al raggiungimento dei 41 anni di contribuzione, indipendentemente dall’età anagrafica. Tuttavia per accedere a Quota 41 c’è un ulteriore requisito da soddisfare: essendo questa misura rivolta ai lavoratori precoci, è importante che almeno 12 mesi di contribuzione facciano riferimento al periodo precedente al compimento del 19° anno di età.

I lavoratori precoci che assistono un familiare con handicap grave, possono quindi fare domanda di pensionamento al raggiungimento dei 41 anni di contributi; è importante sapere, però, che per effetto della finestra mobile introdotta con il decreto 4/2019 la pensione decorre dal terzo mesesuccessivo al raggiungimento dei suddetti requisiti.

La seconda misura riservata a coloro che assistono un familiare disabile è l’Ape Sociale, in scadenza il 31 dicembre 2019 ma che – con ogni probabilità – dovrebbe essere prorogata dal Governo Conte Bis.

L’anticipo pensionistico è una misura di flessibilità che consente di smettere di lavorare percependo, negli anni che separano il lavoratore dal raggiungimento dell’età pensionabile, un anticipo pensionistico erogato a titolo di prestito da un istituto di credito. Sarà lo Stato, vista la situazione di svantaggio del lavoratore, a farsi carico della restituzione del prestito.

Quindi, per coloro che accedono all’Ape Sociale non sono previste trattenute né penalizzazioni sull’assegno di pensione. Ma quali sono i requisiti previsti per l’accesso a questa misura? Per farne domanda bisogna avere 63 anni di età e non bisogna essere titolare di pensione diretta.

Inoltre, per chi assiste un disabile c’è un requisito contributivo da soddisfare, pari a 30 anni.

Quota 100, quando si rischiano sospensione e recupero della pensione. Chiarimenti INPS

Quota 100 a rischio sospensione e recupero della pensione già pagata nel caso di percezione contestuale di redditi da lavoro. Le novità sono contenute nella circolare INPS.

È l’incumulabilità tra pensione e redditi da lavoro il punto centrale delle ultime notizie rese note dall’INPS in materia di quota 100, la misura sperimentale di pensionamento anticipato per i lavoratori con almeno 62 anni e 38 anni di contributi.

Per aver diritto alla pensione con quota 100 non è necessario soltanto rispettare il requisito anagrafico e contributivo di cui sopra, ma è altresì necessaria la cessazione dell’attività di lavoro dipendente svolta.

La pensione non è cumulabile dal primo giorno di decorrenza e fino alla maturazione dei requisiti per la pensione di vecchiaia, con i redditi da lavoro dipendente o autonomo. Fanno eccezione i redditi relativi ad attività di lavoro autonomo occasionale, per le quali è previsto un limite di 5.000 euro lordi annui.

Soltanto in tal caso si evita la sospensione o il recupero della pensione già corrisposta dall’INPS.

Quota 100, quando si rischiano sospensione e recupero della pensione. Chiarimenti INPS

Per il conseguimento della pensione anticipata con quota 100 è richiesta la cessazione del rapporto di lavoro dipendente, ma non anche dell’attività di lavoro autonomo.

La pensione, secondo quanto previsto dalla legge 28 marzo 2019, n. 26 non è cumulabile con i redditi da lavoro, ma non è incompatibile con lo svolgimento di attività lavorativa.

Parte da qui la circolare INPS n. 117  avente ad oggetto importanti chiarimenti su incumulabilità della pensione con i redditi da lavoro e valutazione dei periodi di lavoro svolto all’estero ai fini dell’accesso a quota 100.

In caso di svolgimento di attività di lavoro autonomo, fermo restando l’obbligo del versamento della contribuzione obbligatoria presso la relativa gestione, i redditi eventualmente percepiti a seguito dello svolgimento della predetta attività rilevano, ai fini della incumulabilità della “pensione quota 100”, secondo i criteri e nei limiti indicati nella circolare INPS di seguito allegata.

INPS – circolare n. 117 “Pensione quota 100” ai sensi dell’articolo 14 del decreto-legge 28 gennaio 2019, n. 4, convertito, con modificazioni, dalla legge 28 marzo 2019, n. 26. Chiarimenti in materia di incumulabilità della pensione con i redditi da lavoro e di valutazione dei periodi di lavoro svolto all’estero ai fini del conseguimento della stessa

Quota 100 e percezione di redditi da lavoro diversi dalle prestazioni occasionali

Il rischio di vedersi sospesa la pensione o di dover restituire quanto erogato dall’INPS riguarda i contribuenti che, nel periodo compreso tra la data di decorrenza della quota 100 e fino al raggiungimento dell’età per la pensione di vecchiaia percepiscano redditi da lavoro diversi da quelli per prestazioni occasionali.

L’incumulabilità riguarda soltanto i redditi riconducibili ad attività di lavoro svolta nel medesimo periodo. Non si rischia il venir meno del diritto a quota 100 se, nel periodo sopra indicato, si percepiscono redditi per attività svolte prima della data di decorrenza della pensione anticipata.

Chiarimento importante, questo, sia per i dipendenti ma soprattutto per i lavoratori autonomi che incassano compensi relativi a prestazioni svolte in precedenza.

Al netto di ciò, la circolare INPS n. 117 chiarisce che, ai fini dei redditi da lavoro autonomo che rilevano ai fini dell’incumulabilità della pensione quota 100, si considerano a titolo esemplificativo i seguenti:

  • compensi percepiti per l’esercizio di arti;
  • redditi di impresa connessi ad attività di lavoro, nonché le partecipazioni agli utili derivanti da contratti di associazione in partecipazione nei casi in cui l’apporto è costituito dalla prestazione di lavoro (cfr. il messaggio n. 59 del 12 marzo 1997). Ove non sia svolta attività lavorativa, gli interessati potranno rendere la dichiarazione di responsabilità in ordine alla qualità di socio che partecipa con capitale senza espletare attività lavorativa. In tali casi le Strutture territoriali considereranno il reddito conseguito come reddito da capitale e, quindi, cumulabile con la prestazione pensionistica (cfr. il messaggio n. 292 del 31 ottobre 2001);
  • diritti di autore;
  • brevetti.

Quota 100 e lavoro occasionale senza rischio sospensione fino al limite di 5.000 euro annui

La pensione è cumulabile con i redditi derivanti da lavoro autonomo occasionale nel limite di 5.000 euro lordi annui.

Ai fini della verifica del superamento del limite di importo che, come conseguenza, porta alla sospensione della pensione quota 100, rileva:

“il reddito annuo derivante dallo svolgimento di lavoro autonomo occasionale, compreso, pertanto, quello riconducibile all’attività svolta nei mesi dell’anno precedenti la decorrenza della pensione e/o successivi al compimento dell’età richiesta per la pensione di vecchiaia”

Il limite di 5.000 euro non dovrà quindi essere considerato esclusivamente in relazione alle prestazioni occasionali svolte prima della decorrenza della quota 100 e del raggiungimento dell’età per la pensione di vecchiaia, ma in relazione all’interno anno.

Non tutti i redditi sono incompatibili con quota 100

Anche la regola dell’incumulabilità tra quota 100 e redditi da lavoro ha le sue eccezione.

Non rilevano ai fini del divieto di cumulo:

  • indennità percepite dagli amministratori locali in applicazione dell’articolo 82 del decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267 – TUEL (cfr. il messaggio n. 340/2003) e, più in generale, tutte le indennità comunque connesse a cariche pubbliche elettive (cfr. la circolare n. 58/1998);
  • redditi di impresa non connessi ad attività di lavoro, nonché le partecipazioni agli utili derivanti da contratti di associazione in partecipazione nei casi in cui l’apporto non è costituito dalla prestazione di lavoro (cfr. il messaggio n. 59 del 12 marzo 1997). Ove non sia svolta attività lavorativa, gli interessati potranno rendere la dichiarazione di responsabilità in ordine alla qualità di socio che partecipa con capitale senza espletare attività lavorativa. In tali casi le Strutture territoriali considereranno il reddito conseguito come reddito da capitale e, quindi, cumulabile con la prestazione pensionistica (cfr. il messaggio n. 292 del 31 ottobre 2001);
  • compensi percepiti per l’esercizio della funzione sacerdotale ai sensi dell’articolo 24 della legge 20 maggio 1985, n. 222 (cfr. informativa ex Inpdap n. 11/2003, p. 2);
  • indennità percepite per l’esercizio della funzione di giudice di pace (cfr. l’articolo 11, comma 4-bis, della legge 21 novembre 1991, n. 374);
  • indennità percepite dai giudici onorari aggregati per l’esercizio delle loro funzioni ai sensi dell’articolo 8 della legge 22 luglio 1997, n. 276 (cfr. la circolare n. 67 del 24 marzo 2000);
  • indennità percepite per l’esercizio della funzione di giudice tributario a norma dell’articolo 86 della legge 21 novembre 2000, n. 342 (cfr. la circolare n. 20 del 26 gennaio 2001);
  • indennità sostitutiva del preavviso in quanto ha natura risarcitoria e non retributiva (cfr. la circolare n. 53635 AGO – n. 842 R.C.V. – n. 3535 O./99 del 17.4.1987 p. 3);
  • redditi derivanti da attività svolte nell’ambito di programmi di reinserimento degli anziani in attività socialmente utili promosse da enti locali ed altre istituzioni pubbliche e private (articolo 10, comma 5, del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 503);
  • indennità percepite per le trasferte e missioni fuori del territorio comunale, i rimborsi per spese di viaggio e di trasporto, spese di alloggio, spese di vitto che non concorrono a formare il reddito imponibile ai sensi del TUIR;
  • indennizzo per la cessazione dell’attività commerciale, di cui al decreto legislativo 28 marzo 1996, n. 207, e ss.mm.ii. (cfr. la circolare n. 77 del 24 maggio 2019).

Quota 100 sospesa e recupero pensione per chi ha percepito redditi da lavoro

La percezione di redditi da lavoro dipendente o autonomo – ad eccezione di quelli da lavoro autonomo occasionale (limite di 5.000 euro) – ha come conseguenza la sospensione del pagamento della pensione spettante nell’anno e nei mesi che precedono il compimento dell’età per la pensione di vecchiaia.

Pensioni: che fine farà Quota 100?

Nessun allarmismo per il momento. A differenza di quanto in molti pensano (o temono), nel programma condiviso dai due partiti che compongono il nuovo Governo non figura l’abrogazione della riforma previdenziale di gennaio 2019, la famosa “Quota 100”, per intenderci. Rimane tuttavia uno dei capitoli “coperti” della trattativa tra M5S, Pd e il premier incaricato Giuseppe Conte.

Anche se non compare in nessuno dei documenti programmatici circolati da quando è cominciato il confronto tra i due schieramenti, il destino di “Quota 100” ha però subito trovato posto nell’agenda dei lavori dei tavoli tecnici. E di fatto è già stata avviata la riflessione su una delle misure bandiera di quello che era l’esecutivo giallo-verde. La strada imboccata, a quanto trapela, porta, per ora, a una significativa “manutenzione” dello strumento per il pensionamento anticipato (62 anni di età e 38 di contribuzione,) fortemente voluto dalla Lega. 

Le possibili varianti. L’obiettivo, va da sé, è di risparmiare risorse da destinare ad altri interventi, come gli sgravi per chi acquista beni sfusi (sulla falsariga di quelli già assegnati ai produttori che eliminano gli imballaggi), oppure nuovi incentivi contro i carburanti fossili o la mobilità sostenibile. Una variante possibile potrebbe essere l’innalzamento della soglia anagrafica della “quota” da 62 a 64 anni.

C’è poi il vero perno del riassetto: sancire ufficialmente la cessazione di quota 100 nel 2021 al termine dei tre anni di sperimentazione. Un percorso che potrebbe essere ulteriormente abbreviato. Con lo stop anticipato di un anno, a fine 2020, lasciando comunque un varco non troppo stretto per l’uscita anticipata, in primis per i lavoratori coinvolti in crisi aziendali, soprattutto con il potenziamento dell’Ape sociale, che ora scade a fine 2019.

Spazi stretti. Un’ipotesi, quest’ultima, che si è già affacciata nel corso dell’istruttoria tecnica sul programma e che, se il Governo Conte-2 otterrà la fiducia, costituirà un passaggio obbligato del confronto politico nelle prossime settimane, soprattutto perché gli spazi per muoversi all’interno del complicato quadro di finanza pubblica restano ristretti. Anche nel caso in cui da Bruxelles dovesse arrivare l’ok a una, resterebbero da trovare almeno 15 miliardi di euro per la manovra “minima” da 30-35 miliardi. E per recuperare almeno una parte di queste risorse il nuovo governo potrebbe essere costretto a scegliere tra due sole alternative: l’aumento parziale e selettivo dell’Iva, considerato però impopolare e con la possibile ricaduta negativa di una frenata dei consumi, o il restyling con lo stop anticipato di Quota 100, per il quale in ogni caso l’attuale sperimentazione non verrebbe prolungata oltre il triennio indicato dall’ultima legge di bilancio. E questa seconda via appare già quella più percorribile.

Stop al 2021. Un intervento di questo tipo consentirebbe di risparmiare gli oltre 8,6 miliardi già stanziati per il 2021, che solo per una parte verrebbero assorbiti dal prolungamento in versione rafforzata dall’Ape con prestito bancario. Rimarrebbero disponibili almeno 6,5-7 miliardi, che si andrebbero ad aggiungere ai 2,5-3,5 miliardi di risparmi attesi per il prossimo anno a causa del tasso di adesione molto più basso di quello stimato inizialmente (domande inferiori di oltre il 30% rispetto alle previsioni). Ma la minor spesa 2020 potrebbe lievitare a 4,5-5 miliardi con la “manutenzione” in cantiere. In tutto la dote da recuperare da Quota 100 potrebbe quindi arrivare a 12 miliardi in due anni, oltre un terzo dei quali utilizzabili già nel 2020.

Quota 100: quando i periodi di lavoro all’estero valgono per la pensione

Quota 100 e periodi di lavoro all’estero: la circolare INPS n. 117 del 9 agosto 2019 aiuta a chiarire quando questi valgono per il raggiungimento dei 38 anni di contributi necessari per l’accesso alla pensione anticipata.

Sono tanti i lavoratori iscritti all’INPS che, nel corso della propria vita lavorativa, hanno svolto periodi di attività all’estero e che si chiedono se i contributi accreditati siano cumulabili con quelli relativi al lavoro svolto in Italia.

L’INPS risponde in maniera affermativa, fissando tuttavia chiari paletti. Facciamo il punto nelle righe che seguono.

Quota 100: quando i periodi di lavoro all’estero valgono per la pensione

In merito alla valutazione dei periodi di lavoro svolto all’estero per la pensione anticipata con quota 100 l’INPS, nella circolare n. 117/2019, richiama a chiarimenti già forniti dal Ministero del Lavoro (cfr. i messaggi n. 30610/2006, n. 5188/2007, n. 4670/2010 e n. 1094/2016).

Per il raggiungimento dei 38 anni di contributi necessari per poter fare domanda di quota 100 vale anche la contribuzione estera non coincidente, ma soltanto se la maturazione è avvenuta in Paesi a cui si applicano i regolamenti dell’Unione Europea di sicurezza sociale ovvero in Paesi extracomunitari legati all’Italia da convenzioni bilaterali di sicurezza sociale, che prevedono la totalizzazione internazionale.

Se i periodi di lavoro sono stati svolti in Paesi esteri dell’UE o Paesi extra-UE che hanno stipulato convenzioni, è possibile totalizzare i contributi a patto che siano state versate almeno 52 settimane di contributi in Italia, minimale previsto dalla normativa dell’Unione Europea o dalle singole convenzioni.

Quota 100 e lavoro estero, le regole per il cumulo dei contributi

Le indicazioni di cui sopra fornite dall’INPS si applicano anche nel caso di richiesta di accesso alla pensione anticipata quota 100 con cumulo dei contributi. Almeno una delle gestioni di interesse dovrà però rientrare nel campo di applicazione del regime convenzionale da applicare.

Nel caso di cumulo dei periodi assicurativi presso più gestioni rientranti nel campo di applicazione del regime convenzionale da applicare, i periodi esteri sono valorizzati nella gestione previdenziale che assicura il calcolo della pensione più favorevole.

Anche in tali casi, la durata totale dei periodi assicurativi maturati in Italia, calcolata anche sommando più gestioni tra quelle interessate al cumulo, non dovrà essere inferiore al requisito contributivo minimo richiesto per l’accesso alla totalizzazione previsto dalla normativa dell’Unione Europea (52 settimane) o dalle singole convenzioni bilaterali.

Quota 100, contributi esteri utilizzabili anche se si percepisce una pensione

La percezione di una pensione estera non inibisce l’uso dei contributi relativi a lavoro svolto in Paesi diversi dall’Italia per il conseguimento della pensione anticipata quota 100. La circolare INPS chiarisce che:

La contribuzione estera deve essere considerata anche nelle ipotesi in cui abbia già dato luogo alla liquidazione di una pensione estera, ma non anche nel caso in cui abbia dato luogo alla liquidazione di una pensione italiana in regime di convenzione internazionale”.

Essere già titolari di un assegno pensionistico estero non è quindi un vincolo per la richiesta della quota 100. Al contrario, la titolarità di una pensione italiana in regime di convenzione internazionale preclude il conseguimento della pensione anticipata.

Contributi lavoro estero: un esempio su quando sono utili per la quota 100

La circolare pubblicata dall’INPS il 9 agosto 2019 fornisce infine un utile esempio per capire quando è possibile accedere a quota 100 sommando ai contributi per lavoro svolto in Italia quelli conseguiti all’estero.

Un soggetto che richieda la “pensione quota 100” in cumulo, facendo valere in Italia periodi assicurativi nella Gestione privata (25 anni) e nella Gestione pubblica (10 anni), in aggiunta a periodi assicurativi maturati in America (3 anni), può conseguire la pensione quota 100 (38 anni) valorizzando tali ultimi periodi assicurativi, poiché la Gestione privata, diversamente dalla Gestione pubblica, rientra nel campo di applicazione del regime convenzionale da applicare.

Si ricorda infine che per il conseguimento della quota 100, accanto al requisito contributivo e anagrafico, è necessaria la cessazione del rapporto di lavoro. In tal caso valgono le stesse regole sia per i lavori all’estero che per quelli svolti in Italia.

Reddito di cittadinanza: al via la fase 2 con i patti per il lavoro

I centri per l’impiego avranno 30 giorni di tempo per convocare i soggetti interessati: potranno utilizzare qualsiasi “modalità” di chiamata, quindi anche sms o email.

Partono, da Milano a Palermo, le primissime convocazioni da parte dei Centri per l’impiego (Cpi) dei percettori di reddito di cittadinanza “occupabili”, vale a dire quei soggetti che, avendone i requisiti, dovranno essere inseriti nel programma di ricerca di un impiego, firmando il patto per il lavoro. Si tratta, complessivamente, a oggi, di 704.595 beneficiari: in base alla legge infatti è convocabile dai Cpi non solo l’intestatario del reddito, ma anche tutti i maggiorenni della famiglia non occupati o che non frequentano un regolare corso di studi.

Chi non la fornito la email, sarà chiamato e gli sarà chiesto un indirizzo di posta elettronica.

I numeri 
La fetta principale degli oltre 704mila soggetti indirizzati al patto per il lavoro si trova in Campania (178.370 persone), a seguire Sicilia (162.518), Calabria (64.057), Puglia (50.904). In queste quattro regioni meridionali si concentra il 64,7% dei soggetti occupabili. Nel Lazio le persone da avviare a percorsi di politica attiva sono 37.939, in Lombardia 33.598; in Piemonte 30.273, in Toscana 21.922, in Emilia Romagna 16.223, in Veneto 14.535.

I tempi 
Da oggi i centri per l’impiego avranno 30 giorni di tempo per convocare i soggetti interessati: potranno utilizzare qualsiasi “modalità” di chiamata, quindi anche sms o email. Chi non la fornito la email, sarà chiamato e gli sarà chiesto un indirizzo di posta elettronica.

Le esclusioni 
Sono esclusi dalla chiamata i beneficiari della pensioni di cittadinanza o gli over 65, i disabili (possono però aderire volontariamente), i componenti della famiglia con impegno di cura per bambini sotto i 3 anni o per persone non autosufficienti. Non dovranno essere chiamati poi i soggetti che hanno già sottoscritto un patto di servizio perché si sono recati volontariamente presso un Cpi. Le persone che hanno già in piedi un patto di servizio dovranno essere convocate per stipulare il patto per il lavoro ed essere informati circa gli obblighi connessi al reddito di cittadinanza. I soggetti invece che hanno in corso una misura di politica attiva proseguono e saranno poi convocati dai Cpi per la stipula del patto per il lavoro entro 30 giorni dal termine dell’intervento. Entro il 15 dicembre poi i Cpi effettuano la presa in carico, con la verifica delle fattispecie di esclusione-esonero.

La fase 2 
Con le primissime convocazioni di oggi parte, con diversi mesi di ritardo, la “fase 2” del reddito di cittadinanza, vale a dire quella legata alla politica attiva, che doveva scattare molto prima, entro i 30 giorni successivi il ricevimento della card (con gli importi riconosciuti caricati) con la presentazione della dichiarazione di immediata disponibilità a lavorare. Ma un mix di questioni e nodi aperti, dalla trattativa con le regione, alla selezione, chiusa a giugno, per assumere 2.980 navigator, all’infrastruttura tecnologica ancora in fieri, hanno “allungato” la tempistica originaria nonostante i beneficiari abbiano continuato a percepire le somme.

Cos’è il patto per il lavoro 
Il patto per il lavoro serve ad identificare le competenze possedute e prevede che debba essere accettata almeno una delle tre offerte di impiego congrue che verranno avanzate. La “coerenza”, in base alla legge, segue tre principi: la coerenza tra l’offerta di lavoro e le competenze, la distanza dal domicilio, la durata dello stato di disoccupazione. Così nei primi 12 mesi di fruizione del “reddito di cittadinanza” sarà congrua la prima offerta se entro 100 chilometri di distanza dalla residenza (o comunque raggiungibile con un massimo di 100 minuti con i mezzi pubblici), la seconda entro i 250 chilometri e la terza sull’intero territorio italiano. Dopo 12 mesi anche per la prima offerta la “congruità” è riconosciuta se si è entro i 250 chilometri.

Fonte: Il Sole 24 ore