Tag - Pensioni e lavoro

Permessi Legge 104: cosa sono, come richiederli

Quali sono i permessi retribuiti per la cura di anziani e disabili previsti dalla Legge 104 1992. Chi può e come fare domanda. Indennità, cumulabilità.

Per i lavoratori dipendenti che devono  seguire i propri familiari in età avanzata o disabili  esiste la legge 104/92 c.d. (Legge-quadro per l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate), che prevede la possibilità di usufruire di permessi retribuiti  di assenza dal posto di lavoro. 

La legge 104  del 1992  puo essere utilizzata anche dagli stessi lavoratori disabili per cure , visite o riposi aggiuntivi.  Sono previste  tre modalità diverse:

  • 3 giorni di permesso al mese, frazionabili anche in ore ( 2 ore di permesso  se orario di lavoro pari o superiore a 6 ore ovvero 1 ora di permesso  se inferiore a 6 ore per tutti i giorni del mese).
  • 2 anni di congedo  straordinario nell’intero arco della vita lavorativa, che può anche  essere richiesto in modalità frazionata, 
  • il prolungamento del congedo parentale per figli disabili con la durata massima di 3 anni, da fruire come  2 ore di permesso giornaliero indennizzato, oppure  di 3 giorni mensili di permesso retribuito,  sino al compimento del dodicesimo anno d’età del bambino)

I permessi giornalieri o frazionati e il congedo straordinario danno diritto alla retribuzione piena, a carico dell’Inps ma anticipata dal datore di lavoro che poi compensa tramite   credito contributivo  nel Flusso Uniemens.

Il prolungamento del congedo parentale invece gode di una indennità pari al 30% dello stipendio.

Legge 104 1002 chi ha diritto a usufruirne

Le categorie  di soggetti per i quali si ha diritto alle agevolazioni della legge 104/1992  sono le seguenti:

– figli con disabilità grave sia naturali che adottivi

– Partner: Rientrano in questa categoria non solo il marito o la moglie regolarmente coniugati ma anche i componenti delle unioni civili e le convivenze di fatto (stabilito dalla Corte costituzionale per tutelare il diritto della persona disabile -sentenza n. 213 del 23 settembre 2016)

– Familiari, fino al 2° grado di parentela o  fino al 3° grado nel caso in cui i genitori o il partner della persona con disabilità abbiano compiuto 65 anni di età o siano loro stessi affetti da patologie invalidanti, o siano deceduti o mancanti.

– i portatori di handicap (minorazione fisica, psichica o sensoriale, stabilizzata e progressiva, che causa difficoltà di apprendimento, di relazione  o integrazione nel mondo del lavoro, che sia motivo di svantaggio sociale e emarginazione);

– coloro ai quali è riconosciuta una disabilità grave che, in base all’art.3, abbia ridotto l’autonomia personale, correlata anche all’età, e che dunque renda necessaria l’assistenza permanente, continuativa e totale.

Va specificato che per il familiare con situazione di disabilità grave  deve essere riconosciuta la situazione di gravita da parte della apposita  commissione della ASL con la presenza di un medico dell’Inps .

Inoltre i permessi sono garantiti solo se il soggetto non usufruisce  del ricovero a tempo pieno presso ospedali o strutture sanitarie  private, che offrano assistenza sanitaria continuativa . 

I giorni  di permesso restano computabili nella maturazione della quattordicesima e delle ferie. Fa eccezione solo il caso del godimento contestuale  del congedo parentale.

Chi puo fare domanda per i permessi  legge 104?  Possono presentare domanda all’Inps per ottenere il riconoscimento dei permessi normati dalla  legge 104 :

  • i lavoratori dipendenti (full time e part time) pubblici e privati di imprese dello Stato, di Enti pubblici e Enti locali privatizzati.
  • coloro che rientrano nelle categorie previste per le prestazioni di maternità presso l’INPS, compresi genitori lavoratori dipendenti con figli in situazione di disabilità grave, con modalità differenti a seconda che i bambini abbiano più o meno di 3 anni.

Restano  dunque esclusi dalla possibilità di fruire della legge 104:

  • lavoratori autonomi, collaboratori parasubordinati
  • lavoratori a domicilio;
  • addetti ai lavori domestici e familiari, 
  • lavoratori agricoli a tempo determinato occupati a giornata.

Permessi legge 104: come si richiedono

Per ottenere le agevolazioni collegate alla Legge 104  è prevista una procedura con vari step. Vediamo quali:

1. RICONOSCIMENTO DELLA DISABILITA’ DELLA PERSONA DA ASSISTERE   Va richiesto un certificato medico da parte del proprio medico di base .L’accertamento medico può, poi, consentire l’accesso non solo ai benefici legati alla Legge 104, ma anche a quelli connessi alla non autosufficienza, all’invalidità civile, cecità, sordità, etc. La domanda è unica sia per l’handicap, che per l’invalidità, che per la non autosufficienza, anche se le condizioni danno diritto a benefici differenti. Il medico deve specificare l’esistenza di problematiche connesse ad un eventuale spostamento del disabile, per richiedere, eventualmente, la visita medica domiciliare.   Una volta trasmesso il certificato all’Inps in via telematica, il medico deve rilasciare un’attestazione, con il numero di protocollo assegnato dal sistema. Bisogna conservare il documento ed il numero, servirà per inviare all’Inps la domanda di riconoscimento dei requisiti sanitari per l’assegno di accompagnamento.

 2. DOMANDA ALL’ INPS dopo aver ottenuto il certificato medico dal proprio medico curante, si deve inoltrare, la domanda di accertamento dei requisiti sanitari con una delle seguenti modalità

  • tramite il sito dell’Inps (serve il PIN INPS dispositivo)  seguendo il percorso:”Accesso ai servizi” / “Servizi per il cittadino” /  “Invalidità civile: invio domanda di riconoscimento dei requisiti sanitari” / “Acquisizione richieste”.
  • telefonicamente con il contact center Inps Inail, (serve il PIN INPS dispositivo), oppure
  • mediante patronato.

Per quanto riguarda, nello specifico, il riconoscimento dei requisiti per la legge 104, l’accertamento è effettuato da un’apposita commissione medica Asl, che deve pronunciarsi entro 90 giorni dalla domanda.  Se la commissione non si pronuncia entro 45 giorni dalla presentazione della domanda, l’accertamento  puo anche essere  provvisoriamente effettuato da un medico specialista nella patologia denunciata, in servizio presso l’Asl da cui è assistito l’interessato. L’accertamento provvisorio è efficace fino all’emissione dell’accertamento definitivo della commissione.

3. RICHIESTA AL DATORE DI LAVORO Una volta in possesso della certificazione di disabilità propria o del familiare da assistere è possibile richiedere i permessi al proprio datore di lavoro , allegando alla richiesta copia della certificazione della ASL . Il datore di lavoro  non può opporsi alla concessione degli specifici permessi  se comunicati in tempi ragionevoli .

Legge 104: i contributi previdenziali e altri chiarimenti recenti

Dal punto di vista del trattamento fiscale e previdenziale queste giornate godono  del riconoscimento automatico dei  contributi  da parte dell’INPS,  utile sia al diritto che alla misura della pensione. 

Ciò vuol dire che contributi relativi ai giorni di permesso con legge 104  risultano utili:

  • sia per il conteggio del periodo lavorativo ai fini dell’ accesso alla pensione
  • sia per il calcolo  dell’assegno pensionistico.

Nel caso che da un controllo dell’estratto contributivo  ci si renda conto che non sono stati conteggiati , si puo fare richiesta  direttamente all’INPS territoriale  della propria zona.

Altri benefici connessi alla disabilità riconsicuta ex legge 104/1992 sono i seguenti :

  • Scelta della sede di lavoro

Il lavoratore portatore di handicap grave secondo la Legge 104-1992 , o che assiste un parente nella medesima condizione, ha il diritto di scegliere la sede di lavoro più vicina al proprio domicilio, salvo l’esistenza di ragioni contrarie motivate dall’azienda.

Per quanto riguarda i dipendenti pubblici, coloro che sono in possesso di  un’invalidità superiore a 2/3 hanno diritto di scelta prioritaria tra le sedi disponibili.

  • Rifiuto al trasferimento

Il portatore di handicap grave, o il lavoratore che assiste un familiare nella stessa condizione, non può essere trasferito in altra sede contro la sua volontà, a prescindere dall’esistenza di ragioni motivate dall’azienda (diritto soggettivo in capo al dipendente).

  • Rifiuto di lavoro notturno

Il lavoratore beneficiario di Legge 104-92, oppure che assiste o ha a proprio carico un soggetto beneficiario della Legge 104-92, non può essere adibito al lavoro notturno contro la sua volontà.

  • Rifiuto di lavoro festivo

I portatori di handicap grave secondo la Legge 104-92 , nonché i familiari conviventi che li assistono, possono legittimamente rifiutarsi di lavorare la domenica e nei festivi.

  • Scelta del Part Time

Grazie ad una recente modifica legislativa, i titolari di legge 104-92 hanno il diritto di preferenza nella richiesta di trasformazione del contratto di lavoro da full-time a part-time.

Altri permessi per i lavoratori dipendenti: Legge 53 2000

I permessi legge 104 non vanno confusi con :

  • i permessi e il congedo per gravi motivi personali o familiari previsto dalla legge 53 2000. Per questo tipo di  congedo per gravi motivi familiari, il dipendente conserva il posto di lavoro ma  non ha diritto alla retribuzione e non può svolgere alcun tipo di attività lavorativa. Il congedo per gravi motivi non è computato nell’anzianità di servizio né ai fini previdenziali. Al lavoratore è però consentito di procedere al riscatto del periodo mediante il versamento dei relativi contributi.
  • il  permesso retribuito di tre giorni lavorativi all’anno  ( legge 53 2000)  in caso di decesso o di documentata grave infermità  di un congiunto e nello specifico:

1) del coniuge, anche legalmente separato,
2) di un parente entro il secondo grado, anche non convivente ovvero
3) di un soggetto componente la famiglia anagrafica del lavoratore stesso.

In via generale  questi  giorni di permesso retribuitodevono essere utilizzati entro sette giorni dal decesso o d all’accertamento dell’insorgenza della grave infermità o della necessità di provvedere a conseguenti specifici interventi terapeutici.

Il contratto collettivo di lavoro di categoria puo prevedere anche un numero diverso di giorni o diverse modalità di fruizione

Permessi Legge 104: cumulabilita

Non è possibile fruire del congedo straordinario e dei  permessi art. 33 legge 104/92, per lo stesso disabile nelle stesse giornate, i due benefici possono essere percepiti nello stesso mese ma in giornate diverse (circ. n. 53/2008);

l prolungamento del congedo parentale, i riposi orari giornalieri e i permessi mensili, da fruire alternativamente, sono compatibili con la fruizione del normale congedo parentale e del congedo per malattia del medesimo figlio fruito dall’altro genitore (art. 42, comma 4, D.lgs. 151/2001).

E’ compatibile la fruizione dei permessi orari l. 104/1992 per un figlio con disabilità grave inferiore a  3 anni e dei permessi orari (c.d. per allattamento) per altro figlio.

Durante la fruizione del prolungamento del congedo parentale o dei permessi orari, entrambi i genitori non possono fruire del congedo straordinario ex art. 42, c.5 T.U.

I permessi giornalieri possono essere cumulati con il congedo parentale e con il congedo malattia per figlio ai sensi dell’art. 42, quarto comma, legge n. 104/1992.

La fruizione dei benefici dei tre giorni di permesso mensili, del prolungamento del congedo parentale e delle ore di riposo deve intendersi alternativa e non cumulativa nell’arco del mese.

Lavorare in disoccupazione?ANPAL chiarisce

Lavorare in disoccupazione è possibile e non è un ossimoro: ci sono attività che non fanno perdere lo status previsto dalla legge. L’elemento discriminante è il reddito percepito. ANPAL, Agenzia Nazionale Politiche Attive del Lavoro, nella circolare numero 1 del 23 luglio 2019, partendo dalle novità introdotte con il Decreto numero 4 del 2019, mette in chiaro le regole a cui attenersi per verificare la conservazione, sospensione e perdita dello stato di disoccupazione.

Come si legge nel documento, si considerano in questa condizione “anche i lavoratori il cui reddito da lavoro dipendente o autonomo corrisponde a un’imposta lorda pari o inferiore alle detrazioni spettanti ai sensi dell’articolo 13 del testo unico delle imposte sui redditi, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917”.

Chi si trova nelle condizioni descritte può presentare la propria disponibilità immediata al lavoro, DID, e accedere ai servizi di politica attiva del lavoro. La circolare dell’ANPAL, è bene sottolineare, riguarda lo stato di disoccupazione e non l’indennità (Naspi).

Lavorare in disoccupazione non è un ossimoro: ANPAL chiarisce

Come si legge nel testo pubblicato il 23 luglio 2019, il Decreto sul reddito di cittadinanza interviene a sanare delle incongruenze nate nella normativa di riferimento.

Si chiarisce che lo stato di disoccupazione riguarda i soggetti che rilasciano la
DID e che soddisfano uno dei seguenti requisiti:

  • non svolgere attività lavorativa sia di tipo subordinato che autonomo;
  • essere lavoratori il cui reddito da lavoro dipendente o autonomo corrisponde a un’imposta lorda pari o inferiore alle detrazioni a cui si ha diritto.

La durata della disoccupazione si conteggia dal giorno di rilascio della DID fino alla revoca. Sono necessari 365 giorni più 1 giorno per determinare lo status di disoccupato di lungo periodo.

Stato di disoccupazione e lavoro dipendente o autonomo, in alcuni casi sono compatibili

Lo stato di disoccupazione non entra in contrasto con i rapporti di lavoro. Rispettando alcune regole si conserva, una possibilità che, invece, era stata rivista dal Jobs Act.

L’elemento determinante è il reddito percepito, che cambia in base alla tipologia di attività svolta, secondo quanto stabilito dalla legge:

  • per il lavoro dipendente la soglia è 8.145 euro all’anno: si considera, indipendentemente dalla durata prevista del rapporto di lavoro, la retribuzione annua imponibile ai fini IRPEF (quindi al netto dei contributi a carico del lavoratore) di riferimento;
  • per quello autonomo il limite, invece, si ferma a 4.800 annui.

Può accadere, nel caso di contratti fino a 6 mesi, che il rapporto di lavoro sospenda lo stato di disoccupazione fino a 180 giorni, che poi riprende con il termine dell’esperienza lavorativa.

La sospensione mette in stand by la condizione del soggetto, ma una volta trascorso il limite temporale massimo, se la retribuzione prospettica annua supera la soglia stabilita, lo esclude dalla possibilità di accedere alle politiche attive previste per chi è senza lavoro.

Stato di disoccupazione, si conserva anche svolgendo più attività lavorative? 

Lo stesso meccanismo di conservazione si innesca anche con lo svolgimento di più attività lavorative.

L’elemento da verificare è sempre il reddito percepito. Nel testo redatto dall’ANPAL si legge:

“Si specifica che un lavoratore conserva lo stato di disoccupazione in caso di svolgimento di più attività lavorative di diversa tipologia (autonome, parasubordinate, subordinate, occasionali) da cui derivino redditi che non superino in ciascuno dei predetti ambiti i rispettivi limiti di reddito imposti per il mantenimento dello stato di disoccupazione e che il reddito complessivo proveniente dalla somma dalle attività svolte in vari settori sia inferiore a quello massimo consentito dalle norme vigenti per il mantenimento dello stato di disoccupazione (€ 8.145)”.

Tirocinio e collaborazioni occasionali non intaccano lo stato di disoccupazione

Ancora più netta e decisa è la posizione dell’ANPAL sul tirocinio e sul suo impatto irrilevante.

Si specifica, in primis, che non si tratta di un rapporto di lavoro anche se prevede un’indennità di partecipazione, nessun ostacolo infatti alla DID e al riconoscimento dello status.

Lo stesso discorso vale per l’attivazione di un lavoro di pubblica utilità o lavoro socialmente utile e per le prestazioni occasionali, dal momento che i compensi percepiti dal soggetto “non incidono sul suo stato di disoccupato”.

Pensione di cittadinanza: a chi spetta, requisiti ISEE e come funziona

La pensione di cittadinanza è la versione over 67 del reddito di cittadinanza: secondo quanto stabilito dal Decreto Legge numero 4 del 2019, i nuclei familiari composti esclusivamente da uno o più componenti di età pari o superiore a 67 anni hanno diritto a ricevere un assegno di integrazione al reddito che può arrivare fino a un valore massimo di 780 euro.

La pensione può essere erogata ai nuclei familiari con componenti più giovani rispetto alla soglia stabilita, ma solo nel caso in cui si trovino in una condizione di disabilità o non autosufficienza.

La gestione spetta sempre all’INPS e il principio con cui nasce è lo stesso del reddito di cittadinanza: un sostegno per le fasce economiche più debolidella società.

Rispetto alla versione standard, le regole previste per i cittadini più anziani possono cambiare leggermente: una panoramica per orientarsi tra le regole a cui attenersi per beneficiarne e per verificare a chi spetta, quali sono i requisiti e le soglie ISEE da rispettare, come funziona e come viene erogata.

Pensione di cittadinanza: a chi spetta

“Per i nuclei familiari composti esclusivamente da uno o più componenti di età pari o superiore a 67 anni, adeguata agli incrementi della speranza di vita di cui all’articolo 12 del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 luglio 2010, n. 122, il Rdc assume la denominazione di Pensione di cittadinanza quale misura di contrasto alla povertà delle perone anziane. I requisiti per l’accesso e le regole di definizione del beneficio economico, nonché le procedure per la gestione dello stesso, sono le medesime del Rdc, salvo dove diversamente specificato. In caso di nuclei gia’ beneficiari del Rdc, la Pensione di cittadinanza decorre dal mese successivo a quello del compimento del sessantasettesimo anno di età del componente del nucleo più giovane, come adeguato ai sensi del primo periodo” .

La prima caratteristica, dunque, per ottenere la pensione di cittadinanza è aver raggiunto 67 anni di età.

Inoltre per presentare domanda di pensione è necessario soddisfare uno dei seguenti requisiti di cittadinanza:

  • essere cittadino italiano o dell’Unione Europea;
  • essere cittadino di Paesi terzi in possesso del permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo, o apolide in possesso di analogo permesso.
  • cittadino di Paesi terzi familiare di cittadino italiano o comunitario titolare del diritto di soggiorno o del diritto di soggiorno permanente;
  • essere titolare di protezione internazionale.

I cittadini stranieri devono presentare una specifica documentazione per attestare di avere le caratteristiche richieste dalla legge.

Per accedere ai benefici della pensione di cittadinanza, inoltre, è necessario essere residente in Italia per almeno 10 anni, di cui gli ultimi due in modo continuativo.

Pensione di cittadinanza: requisiti reddituali e soglie ISEE da rispettare

Oltre a rispondere a specifiche caratteristiche anagrafiche e di cittadinanza, gli aspiranti beneficiari devono rispettare i requisiti reddituali e le soglie ISEE stabilite dalla legge.

A questo punto è necessaria una precisazione importante: la pensione di cittadinanza è una misura di sostegno pensata per le famiglie, e non per i singoli individui che le compongono.

E infatti sono i nuclei familiari nella loro interezza che devono rispettare i seguenti requisiti reddituali:

  • un valore ISEE inferiore a 9.360 euro;
  • un valore del patrimonio immobiliare in Italia e all’estero, diverso dalla casa di abitazione, non superiore a 30.000 euro;
  • un valore del patrimonio mobiliare, come definito a fini ISEE, non superiore a una soglia di 6.000 euro, accresciuta di 2.000 euro per ogni componente il nucleo familiare successivo al primo, fino ad un massimo di 10.000 euro, incrementato di ulteriori 1.000 euro per ogni figlio successivo al secondo; soglie ulteriormente incrementate di 5.000 euro per ogni componente con disabilità media, cosi come definita a fini ISEE, presente nel nucleo e di 7.500 euro per ogni componente in condizione di disabilità grave o di non autosufficienza;
  • un valore del reddito familiare inferiore ad una soglia di 7.560 euro annui, moltiplicata per il corrispondente parametro della scala di equivalenza. In ogni caso, la soglia è incrementata a 9.360 euro, sempre moltiplicata per il corrispondente parametro della scala di equivalenza ai fini Rdc, nei casi in cui il nucleo familiare risieda in abitazione in locazione, come da dichiarazione sostitutiva unica ai fini ISEE.

Inoltre nessun componente il nucleo familiare deve essere intestatario a qualunque titolo o avere piena disponibilità:

  • di autoveicoli immatricolati la prima volta nei sei mesi antecedenti la richiesta;
  • di autoveicoli di cilindrata superiore a 1.600 cc;
  • motoveicoli di cilindrata superiore a 250 cc, immatricolati la prima volta nei due anni antecedenti, fatti salvi gli autoveicoli e i motoveicoli per cui è prevista una agevolazione fiscale in favore delle persone con disabilità ai sensi della disciplina vigente;
  • di navi e imbarcazioni da diporto.

Pensione di cittadinanza: come funziona e come fare domanda

Gli over 67 che hanno le carte in regola per ottenere la pensione di cittadinanza devono presentare domanda in una delle tre modalità previste:

  • presso Poste Italiane;
  • presso un Centro di Assistenza Fiscale, CAF;
  • online sul sito dedicato www.redditodicittadinanza.gov.

Per le domande presentate in maniera analogica, quindi fuori dai canali web, è necessario utilizzare il modulo SR180 redatto dall’INPS, è l’Istituto, infatti, a gestire le richieste e l’erogazione del sussidio, che poi nella pratica spetta a Poste Italiane.

SR180 – Modulo di domanda per Reddito di Cittadinanza/Pensione di CittadinanzaScarica il Modulo di domanda per Reddito di Cittadinanza/Pensione di Cittadinanza pubblicato dall’INPS.

I nuclei familiari che presentano domanda di pensione di cittadinanza e vengono ammessi a fruire dei benefici previsti hanno diritto a un assegnoche può arrivare fino a un massimo di 780 euro. La somma totale è il risultato di due quote:

  • la prima ad integrazione del reddito familiare fino alla soglia di 7.560 euro annui moltiplicata per il corrispondente parametro della scala di equivalenza;
  • la seconda ad integrazione del reddito dei nuclei familiari residenti in abitazione in locazione, pari all’ammontare del canone annuo previsto nel contratto di locazione, come dichiarato ai fini ISEE, fino ad un massimo di 3.360 euro annui. In caso di nuclei residenti in abitazioni di proprietà, per il cui acquisto o costruzione sia stato contratto un mutuo, il limite è di 1.800 euro.

Può accadere anche che i beneficiari abbiano diritto solo a una delle due quote previste, come ha sottolineato l’INPS nella circolare numero 100 del 2019 con cui ha illustrato le novità del reddito e della pensione di cittadinanza inserite nell’iter di conversione in legge del decreto numero 4 del 2019.

Pensione di cittadinanza: come viene erogata

Una volta verificati i requisiti di accesso, l’INPS dà il via libera a Poste Italiane per l’erogazione dell’assegno della pensione di cittadinanza. Il beneficio dura 18 mesi, dopodiché si rinnova in modo automatico, diversamente dal reddito di cittadinanza che prevede lo stop di un mese e una nuova richiesta.

La somma a cui si ha diritto si riceve tramite una PostePay da utilizzare per gli acquisti.

Ma, come si legge nella circolare numero 100 dell’INPS del 5 luglio 2019“la pensione di cittadinanza può essere erogata anche mediante gli strumenti ordinariamente in uso per il pagamento delle pensioni. L’attuazione di tale disposizione, tuttavia, non è immediata, essendo rimessa all’adozione di un apposito decreto del Ministro del Lavoro e delle politiche sociali, di concerto con il Ministro dell’Economia e delle finanze, da emanarsi entro sei mesi dall’entrata in vigore della legge di conversione”.

Vale a dire che si può disporre anche di tutta la somma in contanti, ma i tempi per questa modalità di erogazione della pensione di cittadinanza non sono ancora maturi e si dovrà attendere ancora un po’.

Quattordicesima pensioni 2019: comunicato stampa INPS

Con il comunicato del 27 giugno 2019 L’INPS ha reso noto che durante il mese di luglio erogherà ai contribuenti circa 3.150.000 quattordicesime di pensione.

Si ricorda che la quattordicesima mensilità di pensione viene attribuita d’ufficio dall’Istituto previdenziale, senza presentazione di alcuna domanda, in presenza di tutti gli elementi necessari per la verifica reddituale di ammissione al beneficio.

Ma vediamo nel dettaglio cosa ha reso noto l’INPS e quali sono i requisiti per ottenere il diritto alla quattordicesima.

Pensioni, ultime news: a luglio verranno erogate circa 3.150.000 quattordicesime

Nell’ultima settimana di giugno, l’INPS, per raggiungere il maggior numero di soggetti ha effettuato una lavorazione aggiuntiva con l’emissione di un pagamento distinto dal cedolino mensile.

Anche i pagamenti della lavorazione suppletiva saranno effettuati comunque nel mese di luglio.

Inoltre l’Istituto previdenziale a dicembre 2019 saranno corrisposti, sempre d’ufficio, i ratei di quattordicesima a coloro che compiranno l’età di accesso al beneficio (64 anni) nel secondo semestre del 2019, ovvero che sono divenuti titolari di pensione nel corso del 2019.

Pensioni, quattordicesima: i requisiti necessari per ottenerla

Il diritto alla quattordicesima viene verificato rispetto a requisiti di età, contribuzione e reddito.

Quanto ai redditi, per l’anno 2019 devono essere valutati:

  • nel caso di prima concessione (rientrano in tale casistica tutti coloro che negli anni precedenti non abbiano percepito la somma aggiuntiva), tutti i redditi posseduti dal soggetto nell’anno 2019;
  • nel caso di concessione successiva alla prima, i redditi per prestazioni per le quali sussiste l’obbligo di comunicazione al Casellario centrale dei pensionati conseguiti nel 2019 e i redditi diversi da pensioni conseguiti nel 2018.

L’accertamento viene effettuato in automatico dall’INPS in base alle informazioni disponibili negli archivi informatici per ciascun pensionato sia per i redditi da Casellario pensioni, sia per i redditi diversi.

Non svolge attività di lavoro domestico chi convive a titolo gratuito

Non svolge attività soggetta a retribuzione la collaboratrice domestica che, divenuta inabile, rimane a vivere presso l’abitazione dell’ex datore di lavoro svolgendo alcune attività di casa. L’erede di una lavoratrice ha in primo grado ottenuto il riconoscimento della natura subordinata del rapporto di lavoro domestico svolto dalla parente per dieci anni presso un committente con conseguente onere per quest’ultima di versare la retribuzione e il trattamento di fine rapporto.

La Corte d’appello ha ribaltato il verdetto, ritenendo che non vi fossero gli elementi per accertare l’esistenza di un rapporto di lavoro subordinato. Decisione confermata dalla Corte di cassazione, con l’ordinanza 15548/2019 depositata il 10 giugno.

Dopo essere divenuta inabile al lavoro, la collaboratrice domestica ha continuato a vivere presso l’abitazione dell’ex datore di lavoro beneficiando dell’ospitalità a titolo gratuito. In cambio ha svolto alcune attività casalinghe, come fare la spesa, cucinare e lavare a titolo gratuito, come testimoniato da un’altra collaboratrice domestica che ha svolto attività nell’abitazione. L’ex datore di lavoro, a sua volta, nel testamento ha previsto un vitalizio di 500 euro mensili a favore dell’ex dipendente e l’uso della casa fino al suo decesso.

Secondo l’erede della domestica, la Corte d’appello avrebbe errato nel ritenere idonea la testimonianza dell’altra collaboratrice, nonché quanto contenuto nel testamento, al fine di provare che la parente aveva svolto attività gratuitamente a titolo di affetto. Per la Cassazione, però, il ragionamento svolto dai giudici di secondo grado nel rispetto dei presupposti richiesti dall’articolo 2729 del codice civile (presunzioni semplici) ha «accertato la natura gratuita delle prestazioni ed ha ritenuto che le ulteriori prove testimoniali non fossero sufficienti per contrastare la prova presuntiva di gratuità».

Pensioni, con quota 100 salgono a 12 le possibilità di uscita dal lavoro

Sono quattro i “piatti forti” in tema previdenziale del decretone varato dal Governo: quota 100 (sperimentale per tre anni), blocco dell’aumento dell’aspettativa di vita per le pensioni anticipate, proroga dell’Ape sociale e di opzione donna. Il provvedimento arriva dopo che la manovra ha stanziato i fondi per finanziare la nuova quota 100- circa 4 miliardi nel 2019 -, introdotto un taglio alle pensioni d’oro a partire dai 100mila euro lordi annui (interessati 24mila assegni),  modificato i sette scaglioni di rivalutazione (con un recupero pieno fino a 1.522 euro) e introdotto una flat tax al 7% per i pensionati che decidono di trasferirsi dall’estero in una delle regioni del Mezzogiorno.

Il cantiere della previdenza prende così forma. Quota cento, opzione donna, precoci usuranti, Ape volontario e sociale, isopensione. Sette canali di uscita flessibile dal lavoro (otto se si considerano distinte quota 100 per i privati e quota 100 per gli statali) a partire dai 58 anni che sommate agli altri canali standard portano a 12 le possibilità di uscita dal lavoro nel 2019.

PRIMA POSSIBILITÀ/ Quota 100 per i lavoratori privati
Per i lavoratori del settore privato, la quota 100 (62 anni di età + 38 anni di contributi) prevede finestre trimestrali mobili di uscita. Per chi ha maturato i requisiti entro il 2018 la prima finestra si aprirà comunque il 1° aprile del 2019. La platea interessata è di circa 190mila lavoratori anche se il governo stima un’adesione all’85 per cento.

Dal confronto realizzato dall’Ufficio parlamentare di Bilancio risulta che coloro che nel 2019 soddisfano i requisiti per usufruire di quota 100 potrebbero andare in pensione con un anticipo medio poco inferiore a 2,5 anni rispetto alla prima uscita utile che per loro si aprirebbe a normativa invariata (pensione di vecchiaia, pensione anticipata e uscita per lavoratori precoci).
I beneficiari di quota 100 non potranno cumulare la pensione con redditi di lavoro fino ai 67 anni di età: il tetto è di 5 mila euro l’anno per i redditi di lavoro occasionale. 

SECONDA POSSIBILITÀ/ Quota 100 per i dipendenti pubbliciLa platea di quota 100 in ambito pubblico è di oltre 156mila dipendenti (anche per loro si stima un’adesione all’85%). La prima finestra utile è fissata al 1° agosto, con un mese di ritardo rispetto alla soglia di luglio ipotizzata inizialmente. Potranno usare questa solo gli statali che avranno maturati i requisiti per quota 100 entro la data di entrata in vigore del decreto. Chi li matura dopo conseguirà il diritto alla decorrenza del trattamento dopo sei mesi.  Per i lavoratori della scuola la prima possibilità di uscita è fissata a settembre, in linea con l’inizio dell’anno scolastico, con domande da presentare entro il 28 febbraio.
Si ricorda che la misura – sia per i lavoratori privati sia per quelli pubblici – è sperimentale per il triennio 2019-2021, ma chi matura i requisiti entro il 31 dicembre 2021 potrà uscire anche dopo. Per i dipendenti pubblici che andranno in pensione, ha detto il vicepremier Matteo Salvini, «ci sarà la possibilità di avere subito il trattamento Tfs, fino a un importo di 30mila .

TERZA POSSIBILITÀ/ Opzione donna
Nel pacchetto pensioni del Governo c’è anche la proroga per il 2019 di “opzione donna”: con 58 anni di età e 35 di contributi le lavoratrici (59 se autonome) potranno avere una pensione ricalcolata con il solo criterio contributivo e decorrenza posticipata di 12 mesi (18 per le autonome). 

Non potranno invece utilizzare la quota i lavoratori coinvolti in piani di isopensione (forme di accompagnamento alla pensione di vecchiaia o anticipata interamente a carico delle aziende con più di 15 addetti introdotte dalla legge 92/2012, si veda più avanti) che prevedono la possibilità di accordi per uscita a carico totale del datore di lavoro. 
PER SAPERNE DI PIÙ /Pensioni, per le donne sarà difficile raggiungere quota 100

QUARTA POSSIBILITÀ/Ape volontario e aziendale
Una possibilità ancora sul tavolo resta l’anticipo pensionistico (Ape) volontario: che nella declinazione “aziendale” prevede che la dote possa essere fornita dal datore di lavoro privato indipendentemente dal numero di dipendenti e senza nessun accordo sindacale, d’intesa e a favore del singolo lavoratore che accede a un Ape volontario. Il lavoratore potrà così ricevere un assegno ponte per un massimo di 43 mesi prima della pensione di vecchiaia, alimentato con un prestito che sarà poi restituito con rate ventennali trattenute sulla futura pensione. La platea è quindi quella dei lavoratori dipendenti che abbiano almeno 63 anni di età e almeno 20 anni di contributi e che distino dalla sola pensione di vecchiaia non più di 3 anni e 7 mesi. 
PER SAPERNE DI PIÙ /Pensioni, da opzione donna al pubblico impiego: come cambiano le regole per l’uscita anticipata

QUINTA POSSIBILITÀ/Ape sociale
È attesa poi la proroga per tutto il 2019 della sperimentazione dell’Ape sociale, ossia il prestito-ponte finanziato dallo Stato per consentire il pensionamento ai lavoratori che rientrano in particolari categorie ai quali mancano solo 3 anni al raggiungimento dei requisiti. Le categorie ammesse sono quattro: disoccupati che hanno concluso l’indennità di disoccupazione da almeno 3 mesi con 30 anni di contributi; lavoratori che assistono familiari conviventi di 1° grado con disabilità grave da almeno 6 mesi con 30 anni di contributi; lavoratori con invalidità superiore o uguale al 74% con 30 anni di contributi; lavoratori dipendenti che svolgono un lavoro ritenuto pesante (e lo hanno svolto per almeno 6 anni negli ultimi 7) con 36 anni di contributi.
Per questi lavoratori è possibile anticipare la pensione con 63 anni di età e 30 o 36 anni di contributi. Le lavoratrici madri possono beneficiare di un anno di sconto dei requisiti contributivi per ogni figlio fino a un massimo di due anni.

SESTA POSSIBILITÀ/ Lavori usuranti
Sono circa 6mila i lavoratori potenziali beneficiari ogni anno della pensione anticipata per lavoro usurante: si tratta di persone che hanno svolto una o più delle attività usuranti (tratte da un apposito elenco, come i lavori nelle cave, quelli ad alta temperatura, quelli notturni) per un tempo pari ad almeno la metà della vita lavorativa (o sette anni negli ultimi dieci) per le pensioni con decorrenza dal 1° gennaio 2018 in poi.

SETTIMA POSSIBILITÀ/ Lavoratori precoci
Non scatta l’adeguamento all’aspettativa di vita per i lavoratori precoci (con un anno di contributi versati prima dei 19 anni), i quali potranno uscire con 41 anni di contributi ma con un posticipo di tre mesi. In pratica si perdono solo due mesi rispetto alla normativa vigente. Tra i requisiti ci sono quelli di svolgere attività particolarmente faticose (Dm 5 febbraio 2018 o Dlgs 67/2011), oppure essere care givers, invalidi civili almeno al 74% o disoccupati che abbiano esaurito la Naspi e passato un ulteriore trimestre di inoccupazione. L’assegno è calcolato con il sistema misto o retributivo ed è erogato dopo tre mesi dalla data di maturazione dei requisiti.

OTTAVA POSSIBILITÀ/ Lavori gravosi
Per i lavoratori impiegati in mansioni gravose bisogna focalizzarsi su questi requisiti : 66 anni e 7 mesi di età (oppure 41 anni e dieci mesi per le donne; 42 anni e 10 mesi per gli uomini). Dal 2019 non scatterà la speranza di vita. Le domande vanno presentate telematicamente all’Inps, compilando un apposito modello, allegando la dichiarazione del datore di lavoro attestante i periodi di svolgimento delle professioni di cui all’allegato B del decreto ministeriale di cui all’articolo 1, comma 153, legge 205/2017, resi alle proprie dipendenze, il contratto collettivo applicato, il livello di inquadramento attribuito, le mansioni svolte, nonché il relativo codice professionale Istat, ove previsto. Per questa categoria si è in attesa della circolare dell’Inps con le istruzioni applicative.
GUARDA IL VIDEO /Pensioni: dal 1992 a oggi la lunga stagione delle strette

NONA POSSIBILITÀ / Isopensione
Destinatari sono i lavoratori di aziende con più di 15 dipendenti. L’isopensione è il trattamento a cui accede il lavoratore che sottoscrive un accordo di esodo con prepensionamento a carico dell’azienda. Dal momento in cui smette di lavorare fino alla pensione, percepisce un importo mensile pagato dall’ex datore di lavoro. La possibilità di anticipare 7 anni rispetto alla vecchiaia è prevista fino al 2020, dopo si potranno anticipare 4 anni. Questa strada non ha avuto grande successo finora, principalmente perché prevede una procedura amministrativamente complessa e molto onerosa per le aziende.

DECIMA POSSIBILITÀ/Pensione anticipata in base alla legge Fornero
È il trattamento pensionistico previsto per i lavoratori che abbiano raggiunto i requisiti contributivi ed eventualmente anagrafici per terminare l’attività lavorativa nella gestione di riferimento, anticipatamente rispetto al requisito anagrafico previsto per la pensione di vecchiaia. Nel 2019, in base alle regole previste dal decretone varato dal Governo, i requisiti per andare in pensione anticipata con il sistema misto saranno 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini (41 e 10 per le donne), anche se chi maturerà il requisito avrà la decorrenza della pensione solo tre mesi dopo.  

DODICESIMA POSSIBILITÀ/ Pensione di «vecchiaia» a 67 anni
Il diritto alla pensione di vecchia si matura nel 2019 con 67 anni di età e un minimo di 20 anni di contributi. La vecchiaia è una prestazione economica erogata, a domanda, in favore dei lavoratori dipendenti e autonomi, iscritti all’assicurazione generale obbligatoria (Ago) ed alle forme esclusive, sostitutive, esonerative ed integrative della medesima, nonché alla Gestione separata. 
La pensione di vecchiaia scatta dal primo giorno del mese successivo a quello in cui l’assicurato ha compiuto l’età pensionabile, oppure, nel caso in cui a tale data non risultino soddisfatti i requisiti di anzianità assicurativa e contributiva, la pensione decorre dal primo giorno del mese successivo a quello in cui vengono raggiunti tali requisiti.
Per ricevere la pensione, precisa l’Inps, è richiesta la cessazione del rapporto di lavoro dipendente. Non è, invece, richiesta la cessazione dell’attività svolta in qualità di lavoratore autonomo. 


Quota 100, che cosa rischia chi cumula la pensione con il lavoro

Quota 100 news: il nuovo accesso anticipato a pensione quota 100 ha ufficialmente debuttato il 1° aprile per i dipendenti del settore privato; per quelli del pubblico impiego, invece, la prima data utile di decorrenza è fissata al 1° agosto.

Tuttavia chi otterrà l’assegno dovrà fare attenzione al divieto di cumulo con redditi da attività da lavoro, perché rischia di dover restituire la pensione.

Per tutti coloro che entro il 2021 maturino i requisiti di 62 anni di età e 38 anni di contributi, si apre la possibilità di aderire a questo accesso straordinario e anticipato che consente di ottenere la pensione ben cinque anni prima di quella di vecchiaia e quasi cinque anni prima la pensione anticipata, almeno per i lavoratori di sesso maschile. L’assegno sarà liquidato con le ordinarie regole del metodo retributivo, misto e contributivo senza alcuna conversione al metodo spesso meno conveniente, vale a dire il contributivo (come accade invece per l’opzione donna). L’ammontare dell’assegno sarà minore rispetto a quello ottenibile con la pensione anticipata ordinaria, in proporzione ai minori contributi versati.

Numerosi rimangono però i punti da chiarire sulle peculiarità di quota 100. Inps ha recentemente diffuso un messaggio (1551/2019) contenente alcune domande e risposte che, tuttavia, non si concentrano sui temi più controversi relativi alle particolari condizioni di pensionamento. In particolare, si attendono chiarimenti ufficiali a proposito del rapporto fra indennità di disoccupazione (Naspi) e i requisiti di quota 100.

Decadenza dalla Naspi

Infatti, nel caso in cui un fruitore della Naspi si ritrovi a maturare i requisiti per la pensione in quota non è ancora stato ufficializzato se si produca la automatica decadenza dall’indennità di disoccupazione. Sul tema la riforma Fornero del mercato del lavoro (legge 92/2012, articolo 2, comma 40, lettera c) aveva più genericamente enumerato, fra le cause della perdita del diritto alla Naspi, il raggiungimento del diritto al pensionamento anticipato, come confermato dal decreto legislativo 22/2015, articolo 11, comma 1, lettera d.

In effetti, il decreto legge 4/2019 ha definito quota 100 come pensione anticipata, evidenziandone però il carattere temporaneo e straordinario e rendendo necessario un ulteriore chiarimento da parte dell’istituto di previdenza.

Contributi effettivi
Andrà poi ricordato che la contribuzione accreditata in virtù dell’indennità di disoccupazione (Aspi, mini Aspi e Naspi) è utile ai fini del raggiungimento del requisito dei 38 anni di contributi, ma – per coloro che hanno almeno una settimana di contributi nel metodo retributivo- non ai fini dell’altro requisito generalizzato del possesso di almeno 35 anni di contribuzione effettiva. Tale ulteriore subrequisito della soglia di contribuzione effettiva non è invece richiesto per i “contributivi puri” che, nel caso dei quotisti, potranno essere solo coloro che avranno optato per avere la pensione calcolata con il metodo contributivo.

A fianco sono stati ipotizzati i casi di tre lavoratori per evidenziare come si possa arrivare a rispettare il doppio vincolo dei 35 e dei 38 anni sommando diverse tipologie di contributi. Un traguardo che, per quanto concerne la persona che ha avuto quattro anni di disoccupazione, non è raggiungibile, con conseguente necessità di passare al sistema di calcolo contributivo.

Redditi e pensione
Un’altra peculiarità di quota 100 consiste nella sua incumulabilità con i redditi di lavoro dipendente e autonomo fino all’età della pensione di vecchiaia, temperata dal possibile cumulo con il lavoro autonomo occasionale nella soglia massima annuale di 5mila euro lordi. La norma (articolo 14, comma 3, del decreto legge 4/2019) si riferisce nello specifico a queste tre categorie reddituali del nostro ordinamento, lasciando fuori da possibili interferenze – almeno sulla carta – redditi alternativi, come quelli di partecipazione, percepiti da un socio lavoratore di una società a responsabilità limitata di ambito commerciale.

In realtà, la circolare Inps 11/2019 ha fornito una lettura più estensiva, vietando il cumulo con qualsiasi reddito collegato ad attività lavorativa, instillando alle persone interessate ulteriori dubbi su quali redditi siano realmente compatibili con quota 100. Inoltre, l’Istituto dovrà chiarire come sarà -a posteriori- verificata la cumulabilità, cioè se per cassa o per competenza.

Si ponga, infatti, il caso di un lavoratore autonomo che maturi a 62 anni la pensione in quota 100, accettando dall’anno successivo una collaborazione biennale. Se questo libero professionista scegliesse di farsi erogare i propri compensi esclusivamente nel secondo anno dell’incarico, se prevalesse un criterio di cassa, questi perderebbe il diritto alle rate di pensione del solo secondo anno mentre, se si applicasse quello di competenza, entrambe le annualità pensionistiche sarebbero revocate.

Il mancato rispetto del divieto di cumulo, peraltro, non comporta la perdita definitiva della pensione, ma la revoca degli importi erogati nell’anno in cui si supera il limite dei 5mila euro di lavoro autonomo occasionale o si svolgono lavori che determinano redditi incompatibili con quota 100.

Pensioni news: diminuiscono le possibilità di introduzione di quota 41

IL Governo con il DL 4/2019 ha introdotto, tra le varie misure, quota 100 che consente a tutti coloro che hanno compiuto 62 anni di età e che hanno versato almeno 38 anni di contributi di andare in pensione anticipatamente.

Tale misura, entrata in vigore a partire dal 1°aprile 2019, sarà disponibile fino al 2022 dopo di che quota 100 dovrebbe essere sostituita da quota 41 che consentirà a tutti i lavoratori che hanno versato 41 anni di contributi di andare in pensione anticipata, a prescindere dall’età anagrafica.

Da qualche mese a questa parte però il Governo sembra aver abbandonato l’idea di sostituire quota 100 con la quota 41.

Questo perché, visto lo stato dei conti pubblici, sembra impossibile attualmente pensare di introdurre quota 41 in quanto questa farebbe aumentare notevolmente la spesa pensionistica.

Intanto cresce il malcontento dei sindacati nei confronti di quota 100, questi infatti si preparano a manifestare contro la riforma previdenziale portata avanti dal Governo giallo-verde.

Pensioni, ultime novità: l’introduzione di quota 41 sembra essere sempre più lontana

Il Governo, per superare la Legge Fornero e riformare il sistema previdenziale ha deciso di introdurre quota 100, assicurando ai contribuenti che quest’ultima a partire dal 2022 sarebbe stata sostituita da quota 41.

Da qualche a mese a questa parte però non si sente più parlare di quota 41, questo perchè a quanto pare, visto lo stato dei conti pubblici, introdurre la suddetta misura non sembra essere possibile.

Forse questo avverrà dopo la finanziaria del 2020 sempre che il Governo decida di investire le poche risorse che ha sulle pensioni.

Inoltre, come riporta il Sole 24 Ore, introdurre quota 41, consentendo a tutti coloro che hanno versato almeno 41 anni di contributi a prescindere dall’età anagrafica, farebbe salire la spesa pensionistica di 12 miliardi.

Molti contribuenti che speravano in quota 41 potrebbero quindi rimanere delusi, ma per ora nulla è ancora deciso.

Pensioni, ultime novità: i sindacati in piazza contro la riforma previdenziale

I sindacati intanto continuano la loro protesta contro l’operato del Governo in tema di riforma previdenziale.

Il 14 giugno è stato indetto uno sciopero dalla Fiom, dalla Fim e dalla Uilm in quanto secondo loro quota 100 non modifica strutturalmente la Legge Fornero, poiché questa una misura temporanea di tre anni che lascia il sistema previdenziale iniquo.

Inoltre la critica dei sindacati riguarda il fatto che non sono state date delle risposte chiare per turnisti, lavori gravosi, giovani e donne, lavori di cura e discontinuità contributiva.

Per questi motivi sulla previdenza i sindacati continueranno a chiedere un cambiamento, al fine di aiutare tutte le categorie di lavoratori che non sono stati tutelati dalla riforma previdenziale.

Pensioni quota 100 e Ape sociale: ultime news Inps

Pensioni Quota 100: le ultime news dall’Inps.

La titolarità dell’Ape sociale o dell’Ape volontario non preclude il pensionamento con quota 100.

L’INPS con il messaggio n. 1551 ha chiarito alcuni punti riguardanti quota 100 la misura che, a partire da aprile 2019, consente ai lavoratori che hanno compiuto 62 anni di età e che hanno versato almeno 38 anni di contributi di andare in pensione anticipata.

L’Istituto previdenziale, in particolare nel suo messaggio, ha reso noto che la titolarità dell’Ape sociale o dell’Ape volontario non preclude il pensionamento con quota 100.

Ovviamente chi deciderà di beneficiare di quota 100 ed andare in pensione anticipata grazie a questa misura andrà incontro ad alcune penalizzazioni.

Ma vediamo nel dettaglio cosa ha specificato l’INPS nel messaggio n. 1551 in merito all’Ape sociale e quota 100 e cosa succederà a chi deciderà di beneficiare di quest’ultima.

Ape sociale e Ape volontario: anche chi ha aderito a queste misure potrà decidere di andare in pensione con quota 100

Con il messaggio n. 1551 del 16 aprile 2019 l’INPS ha fornito alcuni chiarimenti riguardo a quota 100 la misura introdotta dal DL 4/2019.

In particolare l’Istituto previdenziale ci ha tenuto a puntualizzare che chi è titolare dell’Ape sociale o di quello volontario, potrà comunque decidere di andare in pensione con quota 100.

Nel momento in cui però il contribuente, che beneficia dell’pensioni quota 100 newspensioni quota 100 news o dell’Ape volontario decide di aderire a quota 100, questo si vedrà revocare tali trattamenti.

Questo perché non è possibile continuare ad usufruire nello stesso periodo di tempo di entrambi gli strumenti.

Pensione di reversibilità, il primo beneficiario è il coniuge

Pensione di reversibilità: cos’è e a chi spetta

Prima di tutto è necessario dire che la pensione ai superstiti decorre dal primo giorno del mese successivo a quello del decesso dell’assicurato o del pensionato. Nel caso in questione dal 1° settembre 2018.

Si tratta di un diritto per i superstiti di lavoratori dipendenti e lavoratori autonomi deceduti, che abbiano versato della contribuzione o siano titolari di pensione erogata dall’Inps.

E’ bene distinguere, però, fra:

– pensione indiretta, nell’ipotesi in cui il deceduto fosse assicurato e non titolare di pensione (come nel caso prospettato dalla lettrice); è da sottolineare che i superstiti del titolare di assegno ordinario di invalidità vengono considerati superstiti di assicurato, non essendo l’assegno reversibile;

– pensione di reversibilità, se il deceduto era titolare di una pensione diretta, cioè di vecchiaia, anzianità ora anticipata, inabilità e invalidità.

I requisiti del lavoratore deceduto

I superstiti hanno diritto alla pensione se il lavoratore deceduto ha maturato i requisiti previsti dalla precedente normativa per la pensione di vecchiaia (cioè 780 contributi settimanali in tutta la vita assicurativa). Oppure se questi è in possesso dei requisiti per aver diritto all’assegno ordinario di invalidità (cioè 260 contributi settimanali, di cui 156 nel quinquennio precedente la data del decesso).

Ai superstiti del titolare di assegno ordinario di invalidità spetterà la pensione indiretta, a condizione che siano perfezionati tali requisiti, includendo nel computo dell’anzianità contributiva anche il periodo di godimento dell’assegno. Si prescinde dal requisito nel caso in cui la morte del lavoratore dipenda da cause di servizio che non abbiano dato luogo, però, alla liquidazione di una rendita dell’assicurazione infortuni.

Per i superstiti da assicurato nel regime contributivo in mancanza dei requisiti appena descritti è prevista l’erogazione dell’indennità una tantum, purché si trovino nelle condizioni economiche previste dall’articolo 3, comma 6, della legge 335/1995 per l’attribuzione dell’assegno sociale.

In caso di decesso intervenuto durante la domanda di pensione di inabilità, è possibile calcolare la pensione ai superstiti, considerando il beneficio dell’incremento dell’anzianità prevista per i titolari di pensione di inabilità.

Diritto all’assegno di reversibilità per il coniuge

L’erogazione della pensione di reversibilità spetta prima di tutto al coniuge superstite. Tuttavia, è bene evidenziare alcune condizioni:

  • se è separato consensualmente, la pensione ai superstiti può essere concessa in ogni caso.
  • Se è separato con addebito (per colpa), la pensione può essere concessa solo se il richiedente è titolare di assegno alimentare stabilito dal tribunale;
  • Se è divorziato, può ottenere la pensione solo se è titolare di assegno di divorzio, non si è risposato e vi sia contribuzione, versata a favore del deceduto, prima della sentenza di divorzio.

Nel caso il deceduto dopo il divorzio si fosse risposato, il compito di dividere il trattamento di reversibilità tra coniuge superstite e coniuge divorziato compete al tribunale.

Sarà l’Inps a procedere alla ripartizione della prestazione tra gli aventi diritto, che abbiano presentato domanda intesa a ottenere la pensione indiretta o di reversibilità, sulla base di quanto stabilito dal giudice, a decorrere dal primo giorno del mese successivo a quello della notifica del provvedimento con il quale il tribunale ha attribuito una quota di pensione al coniuge divorziato.

Come ottenere l’assegno

Come riporta il sito Inps, per ottenere l’assegno di reversibilità sarà necessaria la domanda di pensione.

La domanda, può essere presentata agli Uffici centrali o periferici dell’Ente, sia direttamente sia tramite Patronato, ovvero on line collegandosi direttamente al sito. Alla domanda dovrà essere allegata la seguente documentazione:

  • certificato di morte (autocertificazione)
  • certificato di matrimonio (autocertificazione)
  • stato di famiglia alla data del decesso (autocertificazione)
  • dichiarazione di non avvenuta pronuncia di sentenza di separazione con addebito e di non avvenuto nuovo matrimonio
  • dichiarazione sul diritto alle detrazioni d’imposta
  • dichiarazione reddituale
  • modalità di pagamento

Assegno ridotto se ci sono altri redditi

Attenzione: è bene ricordare che in base ai redditi posseduti la pensione viene ridotta. Tale disposizione di trova nella legge 335/1995 che prevede appunto la riduzione della pensione in presenza di altri redditi. Questo vale anche se il superstite ha un reddito diverso da quello di lavoro (pensione, fabbricati e così via).

Questo vale anche se il superstite ha un reddito diverso da quello di lavoro (pensione, fabbricati e così via).
Sia all’atto della domanda di pensione che negli anni successivi deve essere presentata una dichiarazione reddituale attestante i redditi percepiti, al fine di determinare l’esatta misura della riduzione da operare sulla pensione.

Le percentuali spettanti ai superstiti

Coniuge e figliPercentuale
coniuge senza figli60%
coniuge con un figlio80%
coniuge con due o più figli100%