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Manovra: spunta la tassa sulle sigarette. Detrazioni «a rischio» per redditi oltre 120mila euro

Graduale azzeramento delle detrazioni Irpef al 19% per i contribuenti: la sforbiciata parte dai redditi oltre 120mila euro l’anno con il graduale azzeramento a quota 240mila euro. L’azzeramento sarà selettivo e non su tutte le spese sostenute per cui è possibile richiedere la detrazione.

Non saranno toccate le detrazioni per le spese sanitarie, ma saranno coinvolte spese come quelle veterinarie, per gli asili nido, per le attività sportive o per i corsi universitari dei figli a carico.

Lo scheletro della manovra è contenuto in una bozza di sei pagine, che ha fatto da canovaccio per la lettera di risposta del governo alla Ue .

La rivalutazione delle pensioni per 2 milioni e mezzo di persone, il fondo per le famiglie, la sugar e la plastic tax, e poi le tasse sulle sigarette, l‘aumento della cedolare secca e l’abolizione dei superticket.

Molte delle misure fanno parte da tempo del pacchetto, altre sono nuove, di altre sono stati definiti i dettagli.

Le risorse
«Vengono previsti 30 miliardi di maggiori spese – viene spiegato nella bozza – mentre 15 sono maggiori entrate. Tra queste ultime, 6,5 miliardi provengono dalle misure individuate nel Decreto Fiscale, mentre 8,5 miliardi provengono da maggiori entrate individuate con le misure del Disegno di Legge di Bilancio. Il resto è coperto in deficit, con 14,4 miliardi di euro». Scendendo nello specifico, dalle microtasse si stima un recupero di circa 5 miliardi.

Rivalutazione delle pensioni e carta bimbi da 400 euro al mese
Fra le misure di maggiore impatto ci sono quelle per gli anziani e le famiglie. Per i primi c’è il ripristino della rivalutazione delle pensioni tra i 1.500 e i 2.000 euro lordi.

«Per la famiglia – viene spiegato – la manovra prevede un fondo da 2 miliardi nel prossimo triennio. Dal 2020 le risorse degli attuali bonus (nascita, bebè, voucher asili nido) saranno riordinate in un unico fondo che avrà una dote aggiuntiva di 500 milioni. Sarà un’apposita ‘carta bimbi’ da 400 euro al mese a permettere alle famiglie di coprire le rette per gli asili nido o azzerarle per i nuclei a basso reddito».

Il taglio del cuneo fiscale riguarderà sia i 4,5 milioni di lavoratori con redditi lordi tra i 26.600 e i 35.000 mila euro, finora esclusi dal bonus Renzi, sia i 9,4 milioni di lavoratori con redditi da 8 mila a 26.6000 euro, che percepiscono già il bonus Renzi. Si abbassano, però, le detrazioni Irpef al 19% per i contribuenti: la sforbiciata parte dai redditi oltre 120 mila euro l’anno con il graduale azzeramento a quota 240mila euro.

Dallo schema prende forma la tassa sul fumo, che riguarda sia le sigarette elettroniche sia quelle tradizionali: 160 milioni arriveranno da un aumento di imposte su liquidi, bruciatori, trinciato e sigaretti e oltre 45 dalle sigarette. Si confermano la tassa sugli imballaggi di plastica , un euro per chilogrammo, che partirà dal primo giugno 2020, e l’aumento della cedolare che al 12,5% dal 10%.

«È prevista una sugar tax – si legge nella bozza – che non si applicherà alle merendine ma alle bibite gasate».

Il governo è intenzionato poi a rinnovare il bonus cultura per i 18enni (in scadenza a fine 2019), ma l’investimento dovrebbe calare da 240 milioni a 160 milioni. Malgrado la minore disponibilità, Pd e Iv chiedono di fare in modo che la cifra a disposizione dei neo maggiorenni resti di 500 euro ma il rischio è che il bonus sia quasi dimezzato.

Per riuscirci, puntano “sul fatto che non tutti i diciottenni lo hanno usato nel passato”.

Infine, per il rinnovo dei contratti pubblici «il governo aggiungerà 225 milioni per il 2020 e 1,4 miliardi a regime dal 2021, che andranno ad aggiungersi agli 1,4 miliardi stanziati precedentemente per il 2020 e agli 1,75 stanziati precedentemente per il 2021. Si tratta in totale di 3,1 miliardi stanziati a regime per i rinnovi».

Tassazione contanti 2020: pro e contro

Tassa sui contanti: è Confindustria a proporre un nuovo sistema di tassazione sul denaro contante e ad avanzare l’ipotesi che a partire dal 2020 venga addebitata una commissione aggiuntiva direttamente dalla banca. Tutte le novità sui possibili nuovi limiti, vantaggi e svantaggi.

Una tassa sui contanti per contrastare l’evasione fiscale: l’ipotesi di nuovi limiti all’uso e di una tassazione ad hoc sul denaro contante nasce dalla recente proposta di Confindustria.

L’idea di addebitare un costo aggiuntivo ai prelievi al bancomat rilancia un tema caldo sin dall’inizio del 2019, ovvero quello dei limiti all’uso del contante come strategia per contrastare l’evasione.

È in campo l’ipotesi di introdurre una tassa del 2% sui prelievi in contante di importo superiore ai 1.500 al mese e, in parallelo, un credito d’imposta di pari importo per chi utilizza mezzi di pagamento tracciabili (come carte o bancomat nominativi).

È opinione diffusa la necessità di introdurre nuovi limiti ai pagamenti con denaro contante, ritenuto da sempre come spia di fenomeni di evasione fiscale e riciclaggio.

L’ipotesi che prende piede e che potrebbe essere spunto per il Governo in sede di messa a punto della Legge di Bilancio 2020 è quella di un meccanismo di incentivo-disincentivo che preveda contestualmente una tassa sui contati e un credito fiscale da fruire in sede di presentazione della dichiarazione dei redditi.

Una tassazione aggiuntiva sui pagamenti in contanti presenta diversi pro e contro. Tra i vantaggi c’è sicuramente l’inasprimento del piano di lotta all’evasione fiscale.

Tra gli svantaggi è verosimile ipotizzare che una nuova tassa sul denaro contante potrebbe avere come effetto collaterale quello di incentivare l’evasione e di inibire ulteriormente i consumi.

Analizziamo nel dettaglio qual è la ricetta proposta da Confindustria, e quali gli effetti di una nuova tassazione dei contanti nel 2020, ipotesi che avrebbe dei riflessi importanti anche in dichiarazione dei redditi.

Tassazione contanti 2020: pro e contro della tassa sul denaro contante

È l’economista Andrea Montanino del Centro Studi Confindustria a proporre una nuova tassa sui contanti nel 2020, misura volta a contrastare il fenomeno dell’evasione fiscale.

Anche nel 2019 l’OCSE ha confermato che è l’Italia uno dei Paesi con più elevato livello di tax gap in Europa ed è indicativo il fatto che siamo anche il Paese nel quale si fa meno uso di strumenti di pagamento tracciabili.

La ricetta di Confindustria si articola in un meccanismo di vantaggi e svantaggi che mette, in parallelo alla tassa del 2% sui prelievi superiori ai 1.500 euro al mese, un credito d’imposta pari al 2% da riconoscere ai pagamenti con bancomat ed altri metodi tracciabili e nominativi.

Una proposta che non è nuova nel 2019 ma che anzi si inserisce in un dibattito ormai perenne e che ha portato, tra l’altro, alla riduzione progressiva dei limiti agli importi che è possibile pagare con denaro contante.

Periodo temporaleLimite pagamento contanti
1° gennaio 2002 – 25 dicembre 200210.329,14 euro
26 dicembre 2002 – 29 aprile 200812.500 euro
30 aprile 2008 – 24 giugno 20084.999,99 euro
25 giugno 2008 – 30 maggio 201012.499,99 euro
31 maggio 2010 – 30 agosto 20114.999,99 euro
31 agosto 2011 – 5 dicembre 20112.499,99 euro
6 dicembre 2011 – 31 dicembre 2015999,99 euro
1° gennaio 2016 – oggi2,999,99 euro

Sebbene la proposta elaborata da Montanino si sviluppi su due direttrici, è la tassa sul contante ad aver monopolizzato l’attenzione dei media e dei consumatori. Una commissione aggiuntiva sui prelievi al bancomat sarebbe certo uno degli svantaggi maggiori per quel 25% di contribuenti che, secondo Confindustria, usa più di 1.500 euro al mese di denaro contante.

Ne resterebbe fuori il 75% dei contribuenti che, stando ai dati, usa contante per importi che non superano i 1.500 euro al mese.

Tra gli svantaggi conseguenti non si può poi non ricordare che uno dei motivi che frena l’utilizzo dei pagamenti con bancomat sono i costi di commissione applicati agli esercenti, punto sul quale il nuovo Governo ha promesso una drastica riduzione.

Una più aspra tassazione del contante ed il parallelo credito fiscale sui pagamenti con bancomat avrebbero però altrettanti vantaggi, tra cui il più importante sarebbe la riduzione dell’evasione fiscale.

Nello studio di Confindustria sono inoltre citate le clausole di salvaguardia: il gettito aggiuntivo derivante dalla tassa sui contanti potrebbe essere utile a sterilizzare gli aumenti IVA, tema sempre al centro del dibattito di politica economica sin dai tempi del decreto legge 98 del 2011 introdotto dal Governo Berlusconi.

Centro Studi Confindustria – nota dell’11 settembre 2019Incentivare uso moneta elettronica e disincentivare il contante: una proposta

Tassa sui contanti 2020: come cambierebbe la dichiarazione dei redditi

Quali sarebbero le conseguenze pratiche di una nuova tassa sui contanti? Non solo un aggravio dei costi di commissione per i prelievi al bancomat di chi supererà il limite mensile di 1.500 euro, ma anche una nuova voce specifica nella dichiarazione dei redditi dei contribuenti che, invece, si avvalgono di mezzi tracciabili come bancomat o carte.

Come sopra anticipato, la proposta di Confindustria non si limita a proporre un più severo sistema di tassazione per chi usa il contante, ma prevedere un parallelo sistema incentivante.

Come si legge nella nota dell’11 settembre 2019, il “pacchetto” di misure si articola su due interventi:

  • garantire un credito di imposta del 2 per cento al cliente che effettua i pagamenti mediante transazioni elettroniche (incentivo all’uso della moneta elettronica);
  • introdurre una commissione in percentuale dei prelievi da ATM o sportello eccedenti una certa soglia mensile (disincentivo allʼuso del contante).

In termini di contribuenti interessati, la tassazione aggiuntiva si applicherebbe al 25% dei correntisti, l’agevolazione al 75%.

Il credito d’imposta avrebbe un impatto immediato nella dichiarazione dei redditi e, con una formula simile a quanto previsto per la detrazione degli interessi passivi del mutuo, la banca nella veste di sostituto d’imposta dovrebbe comunicare all’Agenzia delle Entrate i dati delle transazioni effettuate dal cliente tramite bancomat o carte, elemento alla base dell’attribuzione del credito d’imposta annuale del 2%.

Quello che potrebbe diventare il nuovo bonus sui pagamenti con bancomat potrebbe quindi essere inserito direttamente nella dichiarazione dei redditi precompilata del contribuente, con fruizione o mediante F24 oppure come vera e propria detrazione.

Sul punto, però, Confindustria sottolinea la necessità che si approfondisca il giusto meccanismo di attribuzione del credito d’imposta del 2% sui pagamenti con bancomat che non superano i 1.500 euro.

C’è il problema degli incapienti, ovvero i contribuenti che essendo titolari di redditi minimi non potrebbero fruire del credito fiscale. Si potrebbe immaginare invece uno sconto applicato direttamente dall’esercente, suggerisce Confindustria.

Tassazione contanti 2020: la proposta Confindustria e l’ipotesi aumento IVA “selettivo”

La proposta di Confindustria sembra legarsi ed in un certo senso superare un’ipotesi già circolata negli scorso giorni, quando l’ex Sottosegretario al MEF Garavaglia aveva parlato di un’analisi in corso sulla possibilità di far aumentare l’IVA sui pagamenti in contanti.

Il meccanismo era pressoché simile: una tassa in più sui contanti ed un credito d’imposta in dichiarazione dei redditi per i pagamenti con bancomat.

Diversa sarebbe però la percezione della misura: l’aumento IVA è e sarà sempre un tabù, in qualsiasi forma; una nuova tassa finalizzata a contrastare l’evasione raccoglie sì malcontento, ma anche un largo consenso. In ogni caso, cambierebbe la forma ma non la sostanza e l’obiettivo generale.

È utile a questo punto parlare dei potenziali benefici per le casse dell’Erario: quale sarebbe l’effetto del nuovo sistema tassazione-credito d’imposta finalizzato a limitare l’uso del contante?

Lo spiega in maniera chiara una tabella allegata alla proposta del Centro Studi Confindustria:

La novità necessiterebbe di apposite coperture nel 2020 e nel 2021, finalizzate a finanziare lo sconto del 2%. Uno sforzo in termini economici che verrebbe compensato dal terzo anno e in misura rilevante dal quarto anno in poi, con un incremento di gettito derivante dalla lotta all’evasione fiscale stimato in 2,48 miliardi di euro.

Tassazione contanti 2020: 25% di correntisti colpiti, ma i numeri non tornano

In chiusura, è interessante confrontare i dati forniti dal Centro Studi Confindustria sugli importi dei pagamenti effettuati con denaro contante con quelli delle dichiarazioni dei redditi pubblicati dal MEF.

Il 25% del totale dei correntisti italiani preleva più di 1.500 euro al mese ed il 20 per cento del contante prelevato proviene da conti dove le uscite di contanti superano i 3.000 euro al mese.

Supponendo che i pagamenti in contante non possano rappresentare il totale delle uscite economiche di un contribuente, ipotizziamo che questi rappresentino la metà delle spese complessive mensili sostenute (alimentari, affitto, mutuo, bollette e altre spese “fisse”).

A titolo di massima, supponiamo quindi che il 25% dei correntisti affronti spese medie mensili pari a circa 3.000 euro e che, di conseguenza, possa contare su un’entrata annua pari almeno a 36.000 euro netti.

  • il 45% dei contribuenti dichiara redditi fino a 15.000 euro;
  • il 50% dei contribuenti ha redditi compresi tra i 15.000 e i 50.000 euro;
  • solo il 5,3% dei contribuenti dichiara più di 50.000 euro.

Sebbene si tratti di calcoli non scientifici ma basati su ipotesi, è evidente che è in netto contrasto con le statistiche ministeriali il fatto che il 25% dei contribuenti italiani possa permettersi uscite mensili pari ad una media di 3.000 euro.

Sono questi i numeri che avvalorano la tesi di chi sostiene che limitare l’uso del contante sia una delle vie per contrastare l’evasione fiscale. Un fenomeno complesso, che non si risolve certo soltanto con una nuova tassa sui prelievi al bancomat, ma che è necessario venga affrontato come priorità. Il 2020 potrebbe essere l’anno buono.

Imposta sostitutiva minimi e forfettari: scadenza saldo 2018 e acconto 2019

Imposta sostitutiva Irpef in scadenza anche per minimi e forfettari: anche chi rientra in un regime agevolato deve segnare in calendario la data del 30 settembre, termine ultimo per il versamento di saldo 2018 e acconto 2019. Per effetto della proroga, la data sostituisce nel calendario delle scadenze il canonico 1° luglio.

Tutte le regole da rispettare, le date da segnare in calendario e le istruzioni su come fare il calcolo per le partite Iva in regime dei minimi e per quelle che applicano il regime forfettario, che quest’anno può contare una platea molto più numerosa rispetto agli anni precedenti in seguito alle modifiche della Legge di Bilancio.

Chi rientra in un regime agevolato versa un’imposta sostitutiva delle imposte sui redditi, delle addizionali regionali e comunali e dell’IRAP: chi è titolare di partita IVA e rientra tra i minimi e forfettari per il versamento deve attenersi alle stesse regole che valgono per l’Irpef, tenendo conto di alcune specificità.

Quest’anno la scadenza delle imposte ha generato una serie di interrogativi: con questa dichiarazione dei redditi debuttano gli ISA, Indici Sintetici di Affidabilità fiscale, che sostituiscono gli studi di settore e possono essere decisivi per accedere a eventuali benefici. Dal Ministero dell’Economia e delle Finanze è arrivato l’annuncio di una proroga delle scadenze per il versamento delle imposte dal 1° al 22 luglio a causa del ritardo nel rilascio del software necessario per l’elaborazione e delle difficoltà che nascono dall’applicazione del nuovo meccanismo si concede più tempo. 
Poi è arrivato l’emendamento al Decreto Crescita, approvato il 27 giugno in via definitiva, che ha spostato la data a fine settembre.

Da questa prorogaminimi e forfettari sembravano esclusi, perché non coinvolti nel meccanismo degli Indici Sintetici di Affidabilità fiscale. Ma il 28 giugno è arrivato un comunicato stampa dell’Agenzia delle Entrate a chiarire i dubbi: il termine più lungo per procedere al versamento riguarda tutti i soggetti per cui sono stati approvati gli ISA, anche quelli che non li applicano.

Imposta sostitutiva minimi e forfettari in scadenza: come calcolare saldo 2018 e acconto 2019

Entro la scadenza fissata, i titolari di partita IVA che applicano un regime forfettario sono tenuti a pagare un’imposta sostitutiva del 15%, o del 5% per i primi 5 anni di attività, mentre quelli che applicano il regime dei minimi versano un’imposta sostitutiva del 5%.

Il calcolo dovrà essere effettuato con due modalità:

  • metodo storico: il calcolo dell’imposta si fa prendendo come riferimento l’imposta sostitutiva versata nell’anno precedente;
  • metodo previsionale: prevede il calcolo degli acconti Irpef sulla base di quanto si prevede di conseguire come reddito nell’anno in corso (quindi se per esempio il contribuente prevede di conseguire un reddito inferiore rispetto al periodo d’imposta precedente, allora gli acconti possono essere pagati in misura inferiore).

Il versamento dell’imposta sostitutiva dovrà essere effettuato con modello F24, inserendo i codici tributo di riferimento.

Regime dei minimi
VersamentoCodice tributo
Primo acconto1793
Secondo acconto o unica soluzione1794
Saldo dell’anno precedente1795
Regime forfettario
VersamentoCodice tributo
Primo acconto1790
Secondo acconto o unica soluzione1791
Saldo dell’anno precedente1792

Imposta sostitutiva minimi in scadenza: saldo 2018 e acconto 2019

Il regime dei minimi è stato abrogato dalla Legge di Stabilità 2016, ma rimane in vigore in via residuale fino al 35° anno di età del contribuente o comunque al 5° periodo d’imposta consecutivo.

I contribuenti che hanno applicato il regime dei minimi nel 2018 e continuano a farlo anche nel 2019 devono versare saldo e acconto dell’imposta sostitutiva del 5% entro la scadenza del 30 settembre nel rispetto delle regole che seguono:

  • per un importo inferiore a 51,65 euro l’acconto non è dovuto;
  • per un importo compreso tra 51,65 e 257,52 euro l’acconto deve essere pagato in un’unica soluzione entro il 2 dicembre 2019;
  • per un importo superiore a 257,52 euro occorre procedere al versamento in due rate:
  • primo acconto pari al 40% del 100% del saldo dovuto per l’anno precedente entro il 30 settembre 2019;
  • secondo acconto 60% entro 2 dicembre 2019.

Resta la possibilità di versare entro 30 giorni con una maggiorazione dello 0,40%.

Oltre al caso appena analizzato, bisogna considerare anche quelli in cui si è verificato un passaggio da un regime all’altro che necessita di specifiche accortezze da parte dei contribuenti. Ne distinguiamo due:

  • Contribuenti nel regime dei minimi nel 2018 che nel 2019 sono passati al regime ordinario: sono tenuti a versare l’acconto 2019 dell’imposta sostitutiva (codice tributo 1793) e dovranno indicare quanto versato nel quadro RN del mod. REDDITI 2020 PF;
  • Contribuenti nel regime dei minimi nel 2018 che nel 2019 sono passati al regime forfettario: i titolari di partita IVA che hanno applicato il regime dei minimi nel 2018, e nel 2019 sono transitati nel regime forfetario, devono versare l’acconto 2019 dell’imposta sostitutiva dei minimi – codice tributo 1793 – e dovranno indicare quanto versato nel quadro LM del modello Redditi 2020.

Imposta sostitutiva forfettari in scadenza: saldo 2018 e acconto 2019

titolari di partita IVA in regime forfettario nel 2018 e nel 2019 devono applicare le regole di calcolo e versamento di saldo 2018 e acconto dell’imposta sostitutiva del 15% previste ai fini Irpef, le stesse riportate per chi rientra nel regime dei minimi.

I contribuenti che, invece, sono passati nel 2019 al regime ordinario, sono tenuti a versare l’acconto 2019 dell’imposta sostitutiva utilizzando il codice tributo 1790 e indicando l’importo versato nel quadro RN del modello Redditi 2020.

Chi ha avviato un’attività nel 2019 non dovrà versare l’acconto di imposta 2019 perché manca la base di calcolo.

IMU e TASI, scadenza acconto il 17 giugno. Chi paga, esenzioni ed agevolazioni

Il secondo appuntamento sarà a dicembre, quando accanto al saldo per molti vi sarà anche l’amara sorpresa del conguaglio e di possibili aumenti dovuti allo sblocco delle aliquote introdotto dalla Legge di Bilancio 2019.

Poco cambia per il calcolo della prima rata, tenuto conto che molti Comuni non hanno ancora pubblicato le nuove delibere (attese entro il 28 ottobre). Qualche certezza resta in tema di esenzioni ed agevolazioni, così come resta inalterato il perimetro di chi paga l’acconto IMU e TASI in scadenza il 17 giugno.

Sono pressoché identiche le regole per il versamento dell’acconto di IMU e TASI, salvo i diversi codici tributo da utilizzare per chi paga con modello F24 e la ripartizione della TASI tra inquilini e proprietari.

Facciamo quindi il punto su tutte le istruzioni da tenere a mente in vista della scadenza del 17 giugno 2019.

Scadenza IMU e TASI, il 17 giugno alla cassa per l’acconto

Se di norma la scadenza dell’acconto IMU e TASI è fissata al 16 giugno di ogni anno, nel 2019 slitta di un giorno cadendo di domenica. Entro lunedì 17 giugno i possessori di una seconda casa, di prima casa di lusso, così come le società e chi vive in affitto (in specifici casi) dovranno versare la prima rata delle due imposte sulla casa.

Le scadenze che riguardano IMU e TASI sono due:

  • la prima (acconto) è fissata come anticipato al 16 giugno (17 giugno nel 2019);
  • la seconda (saldo) è fissata al 16 dicembre.

Il primo passo da compiere per i tanti soggetti tenuti al versamento delle due imposte è verificare le delibere del proprio Comune sul sito del MEF, per capire quali sono le aliquote da utilizzare per il calcolo e se, rispetto alle regole dell’anno precedente, vi sono state modifiche (aumenti o riduzioni).

Il tema degli aumenti di IMU e TASI ha dominato la scena negli ultimi mesi, perché per via della mancata proroga del blocco delle aliquote dei tributi locali, gli Enti potranno scegliere liberamente se aumentare le aliquote (entro i limiti massimi previsti per legge).

Nella maggior parte dei casi, sarà in sede di calcolo e versamento del saldo che la situazione si complicherà. Fino al 28 ottobre i Comuni potranno pubblicare le nuove delibere e, in caso di aumenti, sarà necessario versare la differenza rispetto al calcolo effettuato in sede di versamento della prima rata.

Il “balletto delle aliquote” IMU e TASI non cambia tuttavia le regole generali ed è bene approfondire su chi paga e quali le agevolazioni ed esenzioni fiscalipreviste per il 2019.

Acconto IMU e TASI 2019, chi paga entro la scadenza del 17 giugno

soggetti obbligati a pagare l’acconto IMU e TASI nel 2019 sono tutti coloro che possiedono o detengono un immobile. Rientrano nella categoria di contribuenti chiamati alla cassa entro la scadenza del 17 giugno tutti coloro che detengono un diritto reale sulla casa o sul terreno, anche in caso di residenza all’estero per le persone fisiche ovvero di società con sede legale in un Paese diverso dall’Italia.

Tuttavia non sono dovute IMU e TASI sulla prima casa (l’abitazione principale), ovvero quella in cui il contribuente dimora e ha la residenza anagrafica. Anche in possesso dei requisiti di cui sopra, le due imposte si pagano se la prima casa rientra tra gli immobili di lusso.

Riportiamo di seguito un’utile tabella riepilogativa che illustra caso per caso chi paga l’IMU e la TASI in relazione alla tipologia di fabbricato:

Tipologia fabbricatoIMUTASI
abitazione principale cat. catastali A/2, A/3, A/4, A/5, A/6 e A/7esclusaesclusa
abitazione principale cat. catastali A/1, A/8 e A/9soggetta a impostasoggetta a imposta
altri fabbricatisoggetti a impostasoggetti a imposta
fabbricati rurali strumentaliesclusisoggetti a imposta
aree fabbricabilisoggette a impostasoggette a imposta
terreni agricolisoggetti a impostaesclusi

Scadenza IMU e TASI 2019, chi non paga l’acconto. Esenzioni e riduzioni

Non sempre chi possiede o detiene una casa o un fabbricato è tenuto al versamento di IMU e TASI.

Oltre all’abitazione principale, l’esenzione IMU si applica nei seguenti casi:

  • unità immobiliari adibite ad abitazione principale di soci assegnatari appartenenti alle cooperative edilizie a proprietà indivisa;
  • alloggi classificati come sociali ai sensi del decreto del 22 aprile 2008 del Ministero delle infrastrutture;
  • casa coniugale assegnata al coniuge dal provvedimento del giudice in caso di separazione o divorzio;
  • unità immobiliare in possesso del personale di servizio permanente delle Forze armate o della Polizia, dei Vigili del Fuoco e del personale della carriera prefettizia non concesso in locazione;
  • una sola unità immobiliare di proprietà di un cittadino italiano residente all’estero e iscritto all’AIRE solo se già pensionato nel Paese dove risiede e se l’immobile non risulta né locato né utilizzato per un comodato d’uso.

Per quel che riguarda la TASI, non si paga per gli immobili che rientrano nelle seguenti categorie:

  • sono di proprietà indivisa di cooperative edilizie e che sono abitazione principale dei soci;
  • sono stati classificati come alloggi sociali;
  • sono dimora coniugale assegnata dalla sentenza del giudice in caso di divorzio o separazione;
  • sono proprietà delle forze armate senza essere però locati;
  • rifugi alpini non custoditi, punti d’appoggio e bivacchi;
  • terreni agricoli;
  • sono di proprietà di anziani o disabili residenti in istituti di ricovero, non essendo locati (esenzione prevista soltanto qualora il Comune abbia previsto una specifica assimilazione ad abitazione principale).

IMU e TASI, per gli immobili in comodato d’uso c’è lo sconto del 50%

Accanto alle esenzioni, la legge prevede alcune agevolazioni nel calcolo IMU e TASI, anche nel 2019, e una di queste riguarda la seconda casa concessa in comodato d’uso gratuito tra parenti in linea retta entro il primo grado.

L’agevolazione, che consiste in uno sconto del 50% dell’importo dovuto (da applicare mediante una riduzione della base imponibile per il calcolo, spetta nel caso in cui l’immobile venga concesso in comodato d’uso gratuito tra genitori o figli nel rispetto di specifici requisiti:

  • l’immobile deve essere utilizzato dal comodatario come abitazione principale;
  • l’immobile concesso in comodato d’uso gratuito non deve rientrare tra le categorie catastali di lusso (A/1, A/8 e A/9);
  • il comodante deve possedere un solo immobile in Italia oltre alla casa principale;
  • il comodante deve avere residenza e dimora abituale nello stesso Comune in cui è situato l’immobile concesso in comodato d’uso;
  • il comodante deve presentare la dichiarazione Imu per attestare il possesso dei requisiti sopra indicati.

Si ricorda inoltre che dal 1° gennaio 2016 è prevista una riduzione del 25% per le unità immobiliari locate a canone concordato di cui alla legge 9 dicembre 1998, n. 431, che dunque è dovuta in misura pari al 75% dell’imposta determinata sulla base delle aliquote stabilite dal comune.

IMU e TASI con regole diverse in caso di affitto

Assodato che l’inquilino non paga mai l’IMU, per la TASI sono previste regole differenti. In questo caso – ed in quota parte – anche chi vive in una casa in affitto è tenuto al versamento della tassa sui servizi indivisibili.

Se l’affittuario o l’occupante ha come prima casa l’immobile in questione è esentato dal versamento della TASI. Nel caso ciò non avvenga ciascuno dei due soggetti dovrà provvedere al pagamento della propria quota.

In assenza di particolari regolamenti comunali la TASI relativa all’immobile deve essere pagata per il 90% da parte del proprietario e per il 10% da parte dell’occupante. A seconda del comune quest’ultima percentuale può salire fino al 30% provocando la relativa diminuzione dell’importo dovuto dal proprietario del diritto reale sull’immobile.

Pagamento tributi: niente sanzione se la banca ritarda l’accredito

Nell’ipotesi in cui il contribuente abbia dato alla banca l’ordine di pagamento dei tributi prima dello scadere dei termini previsti, l’eventuale ritardato accredito delle somme è imputabile esclusivamente all’istituto bancario, non potendo ricadere sul contribuente le conseguenze di un inadempimento altrui.

Corte di Cassazione – Ordinanza numero 13579 del 22 maggio 2019 Niente sanzione se la banca accredita in ritardo i tributi. A stabilirlo è la Corte di Cassazione con l’ordinanza numero 13579 del 22 maggio 2019.

La sentenza – La controversia è scaturita dal ricorso presentato da una società avverso una serie di avvisi di accertamento emessi dalla Regione Toscana per tardivo versamento di accise, da effettuarsi entro la fine di ogni mese. Detti pagamenti, seppur effettuati con bonifico bancario e con ordini antecedenti la data di scadenza del termine, risultavano tardivi in quanto l’istituto bancario aveva accreditato con ritardo le somme, benché con valuta riferita al giorno di scadenza previsto.

A parere della CTR i pagamenti erano tempestivi poiché la società aveva dato ordine di pagamento alla banca entro i termini previsti per legge, essendo quest’ultima responsabile del tardivo accredito. L’ente ha proposto ricorso avverso la sentenza de qua ritenendo comunque i versamenti tardivi.

La Suprema Corte ha rigettato il ricorso della Regione, sulla base del dato di fatto che l’ordine di pagamento dei tributi era stato dato dalla società prima dello scadere del termine legale. A parere dei giudici di legittimità il “bonifico bancario” è uno strumento previsto per il pagamento delle accise per cui è causa e le conseguenze del ritardo frapposto dalla banca – tenuto materialmente ad eseguire l’operazione – non possono ricadere sul contribuente che ha dato ordine di pagamento entro il termine previsto.

A sostegno di tale tesi i giudici di legittimità hanno ricordato che, in tema di versamento di imposte dirette, è previsto che l’azienda di credito che non versa tempestivamente alla tesoreria dello Stato le imposte, al cui versamento è stata delegata, è tenuta al pagamento una penale per ogni giorno di ritardo.

Tale disposizione ha lo scopo di “rendere inaccettabile per le aziende di credito il rischio di un ritardo nel versamento e di precludere movimenti speculativi su somme ingenti, appartenenti all’intera collettività nazionale, e ciò sul presupposto che l’obbligo contributivo a carico del contribuente doveva ritenersi assolto con la delega di pagamento effettuata alla banca”. Tale principio è legittimamente applicabile anche in tema di pagamento delle accise e ha determinato il rigetto del ricorso proposto dalla Regione Toscana.

Scadenza Tari 2019: istruzioni per pagamento e calcolo

Tari 2019, la scadenza per il pagamento della tassa sui rifiuti si avvicina per molti contribuenti.

In molti Comuni il termine per il pagamento dell’acconto Tari 2019 è fissato alla fine del mese di aprile, ma bisogna sottolineare che le regole possono variare in base al proprio luogo di residenza.

Nonostante ciò e al netto della diversa scadenza per la Tari, nelle righe che seguono approfondiremo le regole per il calcolo e le modalità di pagamento della tassa sui rifiuti.

La Tari 2019 è la tassa relativa alla raccolta ed allo smaltimento dei rifiuti in Italia; si tratta di una tassa poiché esiste una correlazione diretta tra la gestione del servizio di raccolta e smaltimento rifiuti e la TARI medesima.

La TARI è stata introdotta dalla Legge di Stabilità 2014 accorpando le precedenti tasse esistenti nel settore rifiuti-ambiente ovvero:

Tariffa di igiene ambientale (TIA);
Tassa per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani (TARSU);
Tributo comunale sui rifiuti e sui servizi (TARES).
La TARI è una delle tre parti componenti dell’IUC imposta unica comunale insieme all’IMU (imposta municipale propria) ed alla TASI ovvero il tributo per i servizi indivisibili.

Scadenza TARI 2019: quali sono i presupposti della tassa sui rifiuti?

Il presupposto della TARI è previsto dal comma 641 della Legge di Stabilità 2014:

“il possesso o la detenzione a qualsiasi titolo di locali o di aree scoperte, a qualsiasi uso adibiti, suscettibili di produrre rifiuti urbani. Sono escluse dalla TARI le aree scoperte pertinenziali o accessorie a locali tassabili, non operative, e le aree comuni condominiali di cui all’articolo 1117 del codice civile che non siano detenute o occupate in via esclusiva”.
Il comma successivo chiarisce esplicitamente chi siano i soggetti passivi della TARI:

“La TARI è dovuta da chiunque possieda o detenga a qualsiasi titolo locali o aree scoperte, a qualsiasi uso adibiti, suscettibili di produrre rifiuti urbani. In caso di pluralità di possessori o di detentori, essi sono tenuti in solido all’adempimento dell’unica obbligazione tributaria”
Leggendo la norma di riferimento si comprende quindi quali siano i presupposti ed i soggetti passivi della tassa sui rifiuti. La TARI nel 2019 è dovuta dai contribuenti titolari a qualsiasi titolo di locali o aree scoperte, suscettibili di produrre rifiuti urbani.

Calcolo TARI 2019: come si effettua il calcolo della tassa sui rifiuti?

Dopo aver compreso quali sono i presupposti impositivi della tassa sui rifiuti e quali siano i contribuenti soggetti passivi della Tari 2019, passiamo ora ad occuparci delle modalità di calcolo della tassa sui rifiuti.

Per il calcolo della Tari 2019 l’elemento fondamentale è la superficie dell’immobile considerato.

A questo proposito la normativa sulla tassa sui rifiuti afferma che:

“Per l’applicazione della TARI si considerano le superfici dichiarate o accertate ai fini dei precedenti prelievi sui rifiuti. Relativamente all’attività’ di accertamento, il comune, per le unita’ immobiliari iscritte o iscrivibili nel catasto edilizio urbano, può’ considerare come superficie assoggettabile alla TARI quella pari all’ 80 per cento della superficie catastale determinata secondo i criteri stabiliti dal regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 23 marzo 1998, n. 138”
Scadenza TARI 2019: date diverse a seconda del Comune di residenza del contribuente

La scadenza della TARI nel 2019 varia da Comune a Comune.

Nella maggior parte dei casi la scadenza della TARI è ripartita in tre tranche:

1° acconto entro la fine di aprile;
2° acconto entro la fine di luglio;
saldo entro la fine dell’anno.
Ribadiamo: la scadenza della TARI 2019 varia da Comune a Comune, alla luce del sistema complessivo di gestione dei rifiuti. Tuttavia, nella maggior parte dei casi la TARI si paga nei tempi sopra specificati.

Modalità di pagamento TARI 2019

Anche le modalità di pagamento della TARI variano da Comune a Comune.

Tra le modalità di pagamento previste dai Comuni d’Italia abbiamo in particolare:

pagamento con modello F24;
pagamento TARI con bollettino postale;
pagamento TARI con MAV.
Pagamento TARI 2019 con modello F24: ecco il codice tributo da utilizzare
Attenzione al codice tributo TARI da utilizzare nel modello F24.

Per il pagamento della Tari con modello F24 è previsto il codice tributo 3944 sezione Imu ed altri tributi locali.

Tassa sui rifiuti 2019: agevolazioni e riduzioni obbligatorie e facoltative in materia di TARI

La Legge di Stabilità 2014, istitutiva della TARI, ha previsto due tipologie di riduzioni ed agevolazioni in materia di tassa sui rifiuti:

riduzioni obbligatorie;
riduzioni facoltative.
TARI 2019: le riduzioni obbligatorie

Le riduzioni obbligatorie in materia di Tari sono previste dai commi 656 e seguenti della Legge di Stabilità 2014.

Si tratta, in particolare, delle seguenti riduzioni obbligatorie:

mancato svolgimento del servizio di gestione dei rifiuti (riduzione 20%);
effettuazione del servizio di cui alla TARI in grave violazione della disciplina di riferimento;
interruzione del servizio per motivi sindacali o per imprevedibili impedimenti organizzativi che abbiano determinato una situazione riconosciuta dall’autorità’ sanitaria di danno o pericolo di danno alle persone o all’ambiente.
Tari 2019: le riduzioni facoltative

Le riduzioni facoltative in materia di Tari 2019 sono previste dal comma 659 della Legge di Stabilità 2014.

Si tratta, in particolare, delle seguenti riduzioni facoltative:

abitazioni con unico occupante;
abitazioni tenute a disposizione per uso stagionale od altro uso limitato e discontinuo;
locali, diversi dalle abitazioni, ed aree scoperte adibiti ad uso stagionale o ad uso non continuativo, ma ricorrente;
abitazioni occupate da soggetti che risiedano o abbiano la dimora, per piu’ di sei mesi all’anno, all’estero;
fabbricati rurali ad uso abitativo.
Il rimborso Tari su IVA ed errore di calcolo dei Comuni in ordine alle pertinenze

È molto importante che i cittadini conoscano bene il funzionamento della tassa sui rifiuti, anche al fine di verificare eventuali errori compiuti dal proprio Comune di residenza nel calcolo della stessa.

Negli ultimi anni, infatti, si sono avuti due casi importanti di “errore” nel calcolo e nell’applicazione della Tari:

l’erronea applicazione dell’IVA (i lettori interessati possono approfondire il tema su come fare domanda di rimborso in questi casi nell’approfondimento dedicato);
il calcolo errato in ordine alle pertinenze (anche su questo tema abbiamo dedicato uno specifico approfondimento cui si rimanda).
In linea generale, quindi, si consiglia di stampare questo articolo (ed i due collegati in materia di rimborso sull’eventuale Tari non dovuta) e conservarlo per poterlo poi consultare in caso di necessità. La Tari, infatti, è un’imposta davvero molto complessa, nonostante in realtà sia nata con la finalità di semplificare il sistema di tassazione sui rifiuti precedente.

Legge di bilancio 2019: spunta l’ipotesi di una tassa unica sulla casa

Manovra finanziaria: un emendamento propone una nuova IMU con modello precompilato.

E’ ancora lungo e tortuoso il percorso che dovrà affrontare la Legge di bilancio italiana per il 2019, date le scarse convergenze con l’Europa. Tra rimandi e proposte continua anche lo studio degli emendamenti di modifica del Disegno di Legge per la stabilità 2019 presentato recentemente dal Governo. Come si ricorderà gli emendamenti presentati sono stati qualche migliaia, di cui 2.600 ammissibili al voto. Tuttavia, solo 700 saranno votati dal Governo e tra questi uno riguarda le tasse sulle case, diventata di anno in anno sempre più complicata.

In particolare la proposta è quella di inserire una nuova IMU che incorpori sia l’imposta municipale unica, sia la TASI, la tassa sui servizi indivisibili. L’emendamento proposto dalla Lega e presentato dal vicepresidente della Commissione Finanze alla Camera Gusmeroli, è composto da 13 articoli su cui c’è il confronto sia con l’ANCI (Associazione Nazionale Comuni Italiani) sia con Confedilizia, in quanto la tassazione sui beni immobiliari è un argomento delicato che coinvolge un numero elevatissimo di contribuenti.

La nuova IMU prevede un’aliquota unica, e già qui cominciano le difficoltà. Infatti, in base al disegno dell’emendamento, l’aliquota potrebbe essere 11.4 per mille, aliquota ora in vigore solo per quei Comuni che nel 2014 avevano votato una maggiorazione della TASI poi congelata di anno in anno dalle varie Legge di Bilancio che proibivano un incremento di aliquote. Come sottolineato dalla stessa Confedilizia, se davvero si passasse a questa aliquota per tutti, il rischio è un rincaro.

Inoltre per quanto riguarda le singole esenzioni e riduzioni, che i Comuni avevano scelto liberamente come applicare, approvando le varie delibere a propria discrezione, anche queste saranno stabilite a priori, in base ad esempio, alla presenza o meno di inquilini nelle seconde case, di contratti di affitto stipulati a canone concordato e così via.

Al netto di tutto ciò, la nuova IMU avrebbe il vantaggio di permettere la “precompilata” infatti se davvero si riuscisse a semplificare tutto l’impianto IMU-TASI i contribuenti potrebbero ricevere un unico bollettino con il versamento necessario.

L’ANCI ha pubblicato sul proprio sito alcune considerazioni in merito alla Legge di Bilancio 2019 “La proposta normativa ha lo scopo di superare l’attuale assetto dei tributi a base immobiliare riunendo IMU e Tasi, due tributi che, basandosi sulle stesse basi imponibili, impongono inutilmente doppi adempimenti sia a carico dei contribuenti che a carico dei Comuni. L’obiettivo della proposta è di integrare le norme attualmente vigenti senza mutamenti di sostanza che non siano strettamente necessari al funzionamento del tributo. In questa chiave sono stati affrontati i temi tipici della definizione delle aliquote e del loro campo di variazione, della disciplina delle agevolazioni, delle regole operative. L’aliquota massima applicabile alla nuova IMU è data dalla sommatoria delle aliquote applicabili per l’IMU e per la TASI, in modo da non aumentare la pressione fiscale complessiva a carico dei possessori di immobili. La proposta mira a semplificare ulteriormente gli adempimenti a carico dei contribuenti, attraverso una delimitazione delle scelte consentite ai Comuni, in modo da minimizzare le variabili da conoscere per effettuare il versamento del dovuto. Ai Comuni resta naturalmente un’ampia possibilità di scelte discrezionali – essenziali per l’esercizio dell’autonomia tributaria, che vengono però collocate all’interno di ambiti prestabiliti dalla norma.”